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Pane, cipolla e santa libertà

· Don Pietro Pappagallo proclamato Giusto tra le nazioni ·

«Lo avevamo conosciuto con il volto inconfondibile di Aldo Fabrizi — scriveva Gaetano Vallini sul nostro giornale il 26 aprile del 2006 — nel film Roma città aperta di Roberto Rossellini, che ne aveva fatto il simbolo di quanti, in tempi bui, scelsero di non rinunciare alla libertà e ad essere cristiani fino in fondo (“Pane e cipolla e santa libertà”, recitava Fabrizi). Quel don Pietro in bianco e nero non era un personaggio di fantasia, anche se il finale del film si ispirava alla tragica storia di un altro sacerdote, don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta».

Don Pietro Pappagallo

Don Pietro Pappagallo è l’unico sacerdote ucciso durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944. Settantaquattro anni dopo, il suo nome entrerà a far parte dell’elenco iscritto sul muro dello Yad Vashem, il mausoleo del ricordo, insieme a Giorgio Perlasca e Gino Bartali; la comunità ebraica romana ha diffuso la notizia che è stato riconosciuto «Giusto tra le nazioni» a Gerusalemme. I parenti di don Pietro riceveranno una medaglia e una pergamena dallo Stato d’Israele, tramite l’Ambasciatore in Italia, nel corso di una cerimonia che si svolgerà probabilmente in autunno nella città natale del sacerdote, Terlizzi.

«Il mio apporto — spiega Renato Brucoli, concittadino di don Pietro molto attivo nel custodirne la memoria — è consistito nell’avviare, fin dal 2010, contatti sistematici con il Centro di documentazione ebraica contemporanea con sede a Milano, abilitato dallo Yad Vashem a compiere le istruttorie dei candidati italiani al titolo di Giusto» collaborando con Antonio Lisi junior e con Sara Ghilad.

«Per la tanto attesa attribuzione del titolo di Giusto a don Pietro — continua Brucoli — il problema da superare non consisteva nell’assenza di richieste di proclamazione, ma nell’individuare testimonianze concrete di assistenza finalizzate alla salvezza durante il periodo bellico, come richiede la norma di attribuzione dell’onorificenza. Credo siano risultate decisive due testimonianze registrate dalla stampa periodica appena dopo la liberazione di Roma, cioè a pochissimi mesi dallo svolgersi degli eventi».

Nel dicembre 1944 Ada Alessandrini racconta sulla rivista «Mercurio» di aver contribuito a salvare la vita di una piccola ebrea tedesca grazie a un documento contraffatto rilasciato da don Pietro. Grazie al lasciapassare, la bimba riesce a fuggire da Roma. Il 29 giugno di quello stesso anno, il giornalista Oscar Cageggi, amico di cella di don Pietro nel carcere di via Tasso, racconta in un’intervista concessa a «Il Quotidiano» di Igino Giordani, la preoccupazione del sacerdote pugliese «per i suoi assistiti israeliti», il cui nome, benché salvati, era annotato in alcuni appunti di cui don Pietro era ancora in possesso, poi distrutti grazie alla complicità e al consiglio del giornalista.

«Si tratta di persone che negli eventi della Resistenza ci hanno messo la faccia — continua Brucoli — e hanno rilasciato dichiarazioni talmente a ridosso dei fatti da poter essere facilmente smentite se non veritiere. Fonti che, proprio perché coeve e non contestate, a giudizio della speciale commissione costituita presso lo Yad Vashem, sono state ritenute equivalenti a quelle di testimoni viventi».

Della sua figura, della sua umanità e del suo sacrificio si cominciò a parlare subito, già all’indomani dell’eccidio. «Il don Pietro di Roma città aperta — scrive Grazia Perrone — è, anche fisicamente, riconducibile a don Pietro Pappagallo. Durante l’occupazione tedesca, dopo l’otto settembre, cercò, mosso da cristiana carità, di aiutare tutti coloro (soldati sbandati, partigiani, alleati, ebrei, ricercati a vario titolo dalle SS e dalla polizia fascista), che si rivolgevano a lui fornendo loro documenti e rifugio sicuro senza alcuna recondita finalità che non fosse quella dell’umana solidarietà. Un amore per il prossimo che lo portò a privarsi (come riportato da numerose testimonianze) del pasto e delle poche sigarette ricevute per dividere il poco che aveva con chi, per calcolo o cattiveria degli aguzzini, non aveva ricevuto nulla».

Particolarmente commovente e significativa la testimonianza di Joseph Reider miracolosamente scampato all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Austriaco, medico e cattolico, Reider, per i tedeschi, è solo un disertore da fucilare prima possibile. Arrestato, viene condotto al carcere di via Tasso: processato per diserzione viene condannato a morte. Sopravvissuto miracolosamente all’eccidio delle Fosse Ardeatine, viene di nuovo catturato il giorno stesso della strage, poi nuovamente condannato a morte da Kesserling, e infine liberato dall’arrivo degli Alleati all’alba del 10 giugno 1944, lo stesso giorno fissato per la sua seconda esecuzione.

«Il 24 marzo, un venerdì — racconta Reider — si aprì la porta della cella e venni riportato alla luce. Mi vennero tolti i ferri e fui condotto in un’anticamera alla presenza di un sacerdote: don Pietro Pappagallo. Questi mi rivolse la parola e mi benedisse in mezzo alle risa di scherno dei poliziotti Schneider e Rippkens. Venne il brigadiere Krausnitzer con una corda e legò la mano destra di don Pietro alla mia sinistra, poi, passato il cortile, fummo condotti in strada e fatti salire in un omnibus pieno di prigionieri. Ci scambiammo degli sguardi muti coi compagni di sventura e mentre un poliziotto diceva all’altro: “Di costoro si farà del letame”. Il furgone si mosse. Durante il tragitto, sebbene approfondito in tristi pensieri, riconobbi una parte della Via Appia antica: Don Pietro, trattenendo a stento le lacrime, recitava a bassa voce le preghiere. Passò certamente parecchio tempo, poi il carro si fermò. Discendemmo tutti e schierati a due a due procedemmo scortati da guardie delle SS bene armate (...) Il semicerchio si trasformò lentamente in un gruppo sempre più compatto di gente ammassata attorno a me e a don Pietro. In mezzo al frastuono udii esclamare con voce mesta e supplichevole: “Padre, benediteci!”. Deve avere operato la mano di Dio perché don Pietro riuscì a liberarsi dai suoi vincoli e pronunciò una preghiera, impartendo a tutti la sua benedizione».

di Silvia Guidi

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