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Pane, cioccolata
e Vangelo

· Storia di don Luigi in missione tra gli immigrati italiani in Svizzera ·

Il trenino che corre dall’aeroporto di Zurigo verso l’Argovia non è molto differente dai nostri vagoni pendolari di Roma o Milano. Tante facce stanche, qualcuno dorme e qualcun altro legge, molti immigrati, specie asiatici, e un sottofondo di parole appena sussurrate non si sa se per discrezione o stanchezza. Nel brulichio prevalgono parole in italiano, declinate in tanti diversi accenti regionali.

Alla stazione di Lenzburg compare lui: don Luigi, mi viene incontro con un gran sorriso e un abbraccio come se ci conoscessimo da sempre. Cinquantacinque anni, ma un’aria ancora da ragazzo pieno di energia, appena scalfita da un cuore ballerino che gli ha dato qualche problema.

Mi fa salire sulla sua macchina, un vecchio Suv nero (di seconda mano) con le gomme anti-neve, «Aho! Guarda che mica è un lusso: faccio 45 mila km l’anno, spesso sotto la neve, il territorio della mia missione (80 comunità) si estende per oltre 50 km, e dico messa in 9 diverse chiese, per circa 11 mila italiani immigrati».

Don Luigi è il missionario degli italiani immigrati in questa parte a nord della Svizzera tedesca. Molti sono di seconda o terza generazione, figli di quelli arrivati negli anni Cinquanta-Sessanta, ma — mi dice — ce ne sono anche alcuni che sono arrivati da poco, giovani anche laureati che cercano un futuro che il loro paese non è in grado di offrirgli. La maggior parte vengono dalla Calabria e dalla Sicilia, ma ci sono anche pugliesi, irpini, veneti e bergamaschi. «Guarda, sia chiaro, ti parlo di me, ma solo perché così posso raccontare di queste belle comunità di cattolici di cui mi onoro essere il pastore».

In Argovia sono molti gli italiani, forse 40.000, forse di più, se n’è perso il conto perché parecchi ormai hanno il passaporto svizzero, ma nel cuore sono più italiani di molti italiani.

È la storia ordinaria di un prete del sud. «Io sono entrato a 14 anni. Sono uno degli ultimi ad aver fatto il seminario minore. Ero ancora un fanciullo, il Signore mi ha chiamato attraverso il fascino della liturgia, che per un bambino di allora aveva un carattere insieme sacro e ludico». Poi l’ordinazione, a 24 anni, e subito al lavoro pastorale: la mattina a scuola a insegnare religione e il pomeriggio a fare il parroco in paesini spesso di poche centinaia di abitanti. Per lo più anziani: i giovani se ne sono andati, emigrati oltre confine, specie in Svizzera e in Germania a cercar fortuna. «Ho fatto questo servizio per più di 20 anni, un bel servizio, i miei parrocchiani mi volevano bene, mi coccolavano, le vecchiette della parrocchia mi viziavano preparandomi manicaretti e pesce fresco. Insomma una vita comoda. Molto più comoda della maggior parte delle famiglie che assistevo».

Poi un giorno don Luigi si sveglia, e un po’ all’improvviso («così agisce lo Spirito Santo», mi dice), prova un disagio che non aveva mai sperimentato prima. «Ma perché mi sono fatto prete?». Spiega: io non mi sono mai immaginato altro che prete, non avrei potuto fare altro nella vita. Ma non era questo il tipo di prete che aveva immaginato da giovane. Non ero diventato prete per cercare una vita comoda, anzi quando ero ragazzino il mio modello era uno di quei missionari che si leggevano sui fumetti del giornaletto «Piccolo Missionario» dei comboniani. Per cui prende e senza pensarci su va dal suo vescovo, e gli chiede di essere assegnato Fidei donum a una diocesi africana. Il vescovo che è un uomo buono, lungimirante e sa leggere nell’animo acconsente, gli racconta che da poco ha stabilito un gemellaggio con una diocesi in Congo, e lo spedisce a Roma per fare la necessaria formazione d’inculturazione presso i padri comboniani per tre anni.

Il tempo passa in fretta e dopo tre anni il nostro don Luigi torna dal suo vescovo: «Sono pronto». Ma quello lo gela: «Ma che ci vai a fare in Africa? Lì il cristianesimo cresce mentre in Europa boccheggia. Mi chiedono piuttosto un prete in Europa a prendersi cura degli immigrati italiani, la maggior parte sono del Sud Italia come te». Don Luigi esce frastornato, ma non si perde d’animo, si iscrive a un corso intensivo di tedesco e parte.

E qui comincia una storia, non meno avventurosa di quella che avrebbe vissuto in Africa. «Che ingenuo a pensare che per aiutare il prossimo si debba andare tanto lontano». Anche se oggi gli emigrati italiani in Svizzera vivono quasi tutti più che dignitosamente, permane un disagio di fondo dato da un’identità originaria che non si affievolisce nel tempo e neanche si mescola. Puoi essere nato qui, puoi avere il passaporto svizzero, puoi perfino parlare meglio il tedesco che l’italiano ma al fondo sei e rimani sempre un italiano. Per gli altri ma anche per te stesso.

Essere Chiesa in questa situazione è essere italiano, e viceversa. Appartenere alla comunità ecclesiale è l’unico modo per rimanere ancorati alla propria identità: ogni domenica, ogni festa, ogni tradizione è l’occasione per stare insieme, ritrovarsi, parlare italiano, mangiare italiano, non sperdersi in un mondo che ti accoglie ma in cui fai fatica a integrarti fino in fondo. Il prete missionario allora diviene qualcosa in più che un prete, è un riferimento sociale, è un capo tribù, è il consigliere attraverso cui passare per ogni problematica personale, familiare e sociale, è il giudice delle piccole contese che inevitabilmente sorgono, il referente delle questioni morali, è il sostegno della vedova e dell’orfano, è l’ospite obbligato alla festa del nonno, il benefattore per eccellenza. Qui non basta essere un buon prete, devi essere prima un uomo saggio. Non si tratta di essere solo una buona guida spirituale o un puntuale amministratore di sacramenti, devi essere la coscienza stessa della comunità. Un po’ com’era una volta alle nostre latitudini.

«Qui si sta allo stesso tempo anni indietro e anni avanti», dice don Luigi. Indietro perché respiri ancora una religiosità antica, sana, pura. C’è un bellissimo senso della devozione e una pietà popolare che noti tanto nella liturgia comunitaria quanto nella preghiera domestica, le case sono piene di madonnine e immagini sacre. Ma c’è anche molta modernità, che si esprime in un efficace protagonismo laicale che in Italia non siamo abituati a conoscere, e che qui ha invece anche una cornice istituzionale. Perché l’appartenenza alla Chiesa è sancita dall’iscrizione nei registri comunali, con il conseguente pagamento al Comune della tassa sul culto (Kirchensteuer). Se non sei iscritto non paghi le tasse e quindi non puoi accedere ai servizi, e il ministro di culto non può elargirteli. «Ma come faccio a negare il funerale cattolico a una vecchina che magari si era cancellata perché non arrivava a fine mese e non poteva pagare la tassa?». Il prete è praticamente esonerato da ogni incombenza di ordine pratico e materiale: dai paramenti alle bollette, dalle ostie alla formazione catechetica, e alla carità, ci pensano i laici.

Qui il consiglio parrocchiale (Kirchenplege) è una cosa importante, per eleggerlo la parrocchia ti manda la scheda elettorale a casa. Amministra i soldi devoluti dalle tasse, e ne è responsabile di fronte alla comunità e alle autorità.

Il prete deve essere guida spirituale senza distrazioni, e i laici sono protagonisti, decisori delle loro comunità. «Confesso che, venendo da un paesino del Sud Italia, mi sentii in forte imbarazzo quando arrivai e seppi che, se pure il mandato sarebbe venuto dal vescovo, la scelta della mia persona sarebbe passata per il vaglio dei laici. Fui “assunto” da tre donne molto esperte che condussero il colloquio… Questa esperienza sta rafforzando il mio sacerdozio, nel senso di una ritrovata umiltà e di una più profonda spiritualità: faccio il prete, non l’amministratore del condominio».

Una giornata con questi cristiani immigrati riserva più di una commozione. Sono passati tanti anni dal loro arrivo, ma non smettono di volersi raccontare. Storie dure di sofferenza, accanto al distacco dalle origini, dalla terra, dalle famiglie, ci fu poi l’arrivo spesso traumatico («dormivamo in trenta in una baracca di lamiera», «per lavarmi andavo al bar dopo il lavoro»), e un’accettazione guadagnata grazie a una capacità di lavoro e fatica oltre il normale. Quella stessa capacità che oggi ha consentito a quasi tutti di vivere una vita se non agiata certo tranquilla. Ma anche nel più fortunato alberga comunque un velo di malinconia. In tanti, al momento della pensione, provano a rientrare in Italia. Ma in tanti anche, dopo qualche mese, ritornano indietro. «L’Italia è cambiata. Non è più quella che abbiamo lasciato. E poi i nostri figli sono svizzeri ormai, non vogliono rientrare, e noi non vogliamo separarci da loro». Un segno, quello dell’emigrazione, che li accompagna sempre, fino alla fine dei giorni. «Ho imparato — dice don Luigi — che per essere la guida spirituale di un popolo di immigrati, devi essere, o almeno sentirti, immigrato anche tu. Ed è quello che cerco di fare qui ogni giorno, condividendo la loro vita, le abitudini, le tradizioni... soprattutto tanti pranzi e tante cene», aggiunge ridendo. «Parlo più dialetto qui che quando stavo in Calabria, anche se poi il dialetto che si parla qui è in realtà quello che parlava mia madre». «È divertente come i bambini imparino prima il tedesco e il dialetto e solo dopo l’italiano», gli fanno eco suor Cristina e suor Aparecida le due religiose venute dall’Italia ad aiutarlo. «Al fine settimana normalmente celebro cinque messe, ognuna a venti o trenta km di distanza dall’altra, a Natale e Pasqua diventano pure sette o otto. Una volta il giorno di Natale, dopo la sesta messa m’ha fermato sull’autostrada la Polizia e mi ha fatto il palloncino… mi so’ salvato solo perché era Natale». E proprio questo senso dell’umorismo è uno dei tratti caratteristici di questo prete semplice e generoso, che lo fa essere amato da tutti i suoi parrocchiani. Non puoi fare 100 metri nel centro di Wohlen o di Lenzburg, sedi della missione, che qualcuno non ti fermi per un saluto, una battuta, un sorriso. Ma, malgrado l’alto numero di messe, di battesimi e di esequie, alcune comunità non riescono ad avere l’Eucaristia settimanale in italiano, riesce a raggiungerli solo una o due volte al mese. Quindi le altre domeniche devono frequentare la parrocchia svizzera con la liturgia in tedesco. Ma non è che le altre comunità linguistiche stiano meglio. Molte comunità svizzere hanno come parroci delle suore o dei laici: i preti mancano, non pochi sono comunque stranieri. La propensione alla carità di queste comunità è straordinaria: la povertà sofferta non si scorda: «Abbiamo di recente costruito una chiesa in Kenya, una mensa per bambini nella provincia argentina del Chaco, una piccola scuola elementare in Centro America, sostenuto un progetto di carità in Brasile e abbiamo mandato una bella cifretta ai terremotati dell’Umbria», mi racconta Gaetano che è il presidente del Consiglio pastorale della missione.

A fine messa della domenica c’è come sempre un momento di convivialità («a frate’, qui se nun pregamo magnamo», si ride ) e si forma un crocicchio intorno all’ospite di don Luigi. Con tante domande invece di risposte. Una su tutte. «Ma che succede ora in Italia? È possibile che ci siamo scordati di essere anche noi un popolo di migranti? Vediamo alla televisione quelle scene strazianti di quei poveretti sui barconi. E se quelle scene feriscono ogni animo buono, puoi immaginare cosa suscitino in noi… Anche noi siamo scappati dalla fame e dalla disperazione. No così non va». E nel dirlo cercano un cenno di assenso del loro pastore. Che annuisce con un semplice sorriso amaro. In silenzio. Come fa un pastore che conosce le sue pecore, ed è impregnato del loro odore. 

di Roberto Cetera

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17 settembre 2019

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