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«Palliativo giuridico contrario alla legge di Dio»

· Il 1° dicembre 1970 veniva approvata in Italia l'introduzione dell'istituto del divorzio ·

All'alba del 1° dicembre del 1970, al termine di una tra le più lunghe sedute nella storia del Parlamento italiano, il presidente della Camera dei deputati, il socialista Sandro Pertini, annunciò l'approvazione definitiva della contrastata proposta di legge Fortuna-Baslini che prevedeva l'introduzione dell'istituto del divorzio.

La controversa vicenda parlamentare che portò alla legalizzazione del divorzio e al successivo referendum abrogativo della legge si svolse complessivamente nell'arco di un decennio, tra il 1965 ed il 1974, e venne a coincidere in larga parte con il pontificato di Paolo VI. Giovanni Battista Montini era infatti Papa da due anni quando, il 1° ottobre del 1965, il deputato del Partito socialista Loris Fortuna presentò alla Camera dei deputati il suo progetto di legge sull'istituzione del divorzio. Anche questa proposta sarebbe probabilmente rimasta senza seguito, come era avvenuto per le altre, avanzate negli anni precedenti sempre da parlamentari del Psi se, a sostegno del deputato socialista, non si fosse raccolto un gruppo d'ispirazione radicale, capeggiato da Marco Pannella, che diede così origine a una «Lega per l'istituzione del divorzio in Italia». Questo movimento godette di ampia visibilità grazie al combattivo e animoso sostegno di riviste di orientamento laico e spesso anticlericale, tra le quali il periodico sensazionalistico «Abc», che si rivolgeva a un pubblico popolare, a cui si aggiunse, tempo dopo, il settimanale d'opinione «L'Espresso».

Il Papa confidava in una presa di posizione più energica e più impegnativa da parte di tutta la stampa cattolica, il cui apporto sarebbe stato indispensabile, «per agire con successo in un mondo così restìo a comprendere il valore anche soltanto naturale e sociale, oltre che religioso» del matrimonio e della famiglia. Queste ansie, che Paolo VI lasciava trapelare all'inizio del 1968 ebbero primaria influenza pure nell'indurre il Papa ad accelerare la nascita, nel dicembre di quello stesso anno, del quotidiano cattolico nazionale «Avvenire».

Fu all'inizio del 1960 che Montini affrontò pubblicamente e apertamente la questione del divorzio, affidando le sue riflessioni a una lettera pastorale indirizzata alla diocesi di Milano per la Quaresima e intitolata Per la famiglia cristiana . L'arcivescovo vi trattava con chiarezza, rigore, e con una impressionante preveggenza, quelle insorgenti tematiche che minacciavano la regolarità e l'unità della famiglia, soffermandosi appunto sul divorzio, ma dedicando ampio spazio anche all'aborto e alla regolamentazione delle nascite. La questione dell'indissolubilità del matrimonio e del divorzio, che emerge in verità in diversi punti della lettera pastorale, veniva ampiamente affrontata nel paragrafo intitolato, in maniera inequivocabile, Inflessibile energia della Chiesa contro il divorzio.

Spiegava infatti Montini, introducendo il discorso sul divorzio — ritenuto «un palliativo giuridico contrario alla legge di Dio» — che «non per nulla la Chiesa vi si oppone con inflessibile energia: essa è la custode più gelosa della vita, dell'amore, dell'onestà; essa è la difesa più tenace del bene sociale che deriva dall'indissolubilità della famiglia; essa è la tutrice più fiera e più tenera dei figli innocenti che il divorzio priva di genitori responsabili». L'arcivescovo esortava poi il popolo cattolico a «vigilare su la non mai sopita campagna in favore del divorzio, ricordando la circostanza, che fa onore all'Italia e che ne tutela uno dei beni migliori, e cioè la non esistenza del divorzio nella legislazione civile, e non dimenticando che ogni infrazione, foss'anche col così detto “piccolo divorzio”, alla stabilità della famiglia non sarebbe rimedio ai mali che si vorrebbero togliere con tale legalizzazione dell'infedeltà coniugale».

Proprio sull'obbligo evangelico, prima ancora che morale e giuridico, della fedeltà coniugale le parole del futuro Pontefice appaiono chiare e intransigenti: «è un linguaggio che diventa strano e insolito per l'orecchio moderno, avvezzo alla casistica sempre più varia e più ricca della dissolutezza coniugale, e alle espressioni che ammorbidiscono, con cortesi ipocrisie, l'ignobile crudezza. Ma è linguaggio — continuava Montini — che noi cristiani non possiamo sostituire: adultero dovremo chiamare chiunque infrange il vincolo che il matrimonio ha reso intangibile e sacro». L'arcivescovo si dimostrava tuttavia fiducioso nella retta coscienza dei cristiani, nonostante continuasse a temere l'influenza corrosiva esercitata dalla grande stampa nazionale, alla quale rivolgeva le maggiori critiche.

All'amore coniugale, tratteggiato con singolare finezza e riletto attraverso una predominante ottica provvidenziale, sono invece dedicate le pagine più belle e suggestive del documento milanese. Il lettore è portato così a intuire come l'amore sincero che unisce marito e moglie e che viene santificato nel sacramento del matrimonio, non sia frutto del caso o delle circostanze e nemmeno scaturisca solo ed esclusivamente dalle legittime e motivate scelte umane ma, ispirato da Dio, è anch'esso parte indispensabile del suo misterioso progetto di salvezza. Ma Montini, nella lettera pastorale, giungeva a cogliere anche una speciale declinazione dell'amore che impegna l'uomo e la donna e che, in una maniera al tempo stesso intima e sublime, assume nel matrimonio quella dimensione, silenziosa e totale, di carità coniugale, di cui tanta esperienza hanno gli sposi cristiani. «Osiamo dunque pronunciare una grande parola — scriveva allora l'arcivescovo — carità è diventato l'amore. Questo sacro impegno d'amore, vivificato dalla grazia è infatti carità». Proprio il termine «carità» — prediletto da Montini e che affiora sovente nella sua intensa biografia spirituale ed intellettuale — era evidenziato dall'autore attraverso una sottolineatura a penna nel testo manoscritto originale.

Possiamo dunque meglio comprendere l'angustia e il profondo turbamento con cui, una volta divenuto Pontefice, Paolo VI seguì la vicenda parlamentare che avrebbe condotto all'approvazione della legge sul divorzio in Italia. Già all'inizio del 1967 il Papa espresse pubblicamente «sorpresa e dispiacere» nei confronti del Parlamento che aveva dichiarato il divorzio compatibile con le norme costituzionali italiane e, negli stessi giorni, «L'Osservatore Romano» denunciava il grave vulnus inferto al Concordato dalla proposta di legge che si avviava a riprendere l'iter parlamentare.

Fu allora che in ambienti cattolici si iniziò a prospettare l'eventualità di un referendum, anche tra personalità molto vicine a Montini: come monsignor Franco Costa, assistente generale dell'Azione Cattolica dal 1964 per volontà di Paolo VI, il quale aveva frequenti contatti con gli esponenti politici democristiani e svolgeva un ruolo non ufficiale di intermediario tra la Santa Sede e la Democrazia cristiana. E nell'ottobre del 1968, anche la Giunta centrale di Azione Cattolica, guidata dal presidente Vittorio Bachelet, elaborando un documento intitolato Per l'unità della famiglia cristiana , aveva avanzato la proposta referendaria perché — come spiegava Bachelet, in una lettera pubblicata sul quotidiano «La Stampa» e scritta per rispondere a un attacco polemico lanciato da Arturo Carlo Jemolo — «l'ipotesi del referendum che la Costituzione prevede, difficilmente potrebbe trovare una ipotesi di più propria applicazione che in una decisione di così grande importanza e che tocca così da vicino l'esperienza e la coscienza di ciascun cittadino». Nel timore concreto che la legge sarebbe stata infine comunque approvata, quindi, diversi cattolici sembravano ormai persuasi, sin dal 1968, della necessità di ricorrere a un referendum abrogativo.

Nell'estate del 1969 i vescovi lombardi, uniti a quelli del Piemonte e del Triveneto, emanarono una notificazione molto esplicita in merito alla questione del divorzio. Nel documento a proposito del «divorzio e della volontà del Paese», i presuli del Nord Italia ritenevano che «in uno stato democratico, come quello italiano (...) non si possa in ogni caso modificare la struttura fondamentale della famiglia stessa senza avere direttamente accertato il pensiero e la volontà della maggioranza del Popolo».

Ma, più che a un referendum abrogativo della legge sul divorzio, l'episcopato lombardo faceva invece riferimento all'eventualità di un referendum preventivo, «con il quale — notava il giornalista Sandro Magister nel suo libro del 1979, La politica vaticana e l'Italia — sottoporre alla riconferma popolare, data per sicura, l'articolo del codice civile che dichiara sciolto il matrimonio solo in caso di morte». Anche la Conferenza episcopale italiana (Cei), nell'adunanza del settembre 1969, accolse per acclamazione questa nota, già sottoscritta peraltro da diversi episcopati regionali. I vescovi italiani, con una dichiarazione approvata all'unanimità, non solo ribadirono, due mesi dopo, «le ragioni naturali prima ancora che religiose» della loro contrarietà all'istituzione del divorzio, ma auspicarono anche la possibilità di «accertare direttamente il pensiero e la volontà della maggioranza del popolo». La Cei aveva intanto costituito un'apposita Commissione episcopale per la famiglia, presieduta da monsignor Enrico Nicodemo, impegnata a difendere la sacralità del vincolo matrimoniale e promuovere una più efficace formazione del laicato cristiano su questi temi. Uno specifico documento dedicato a Matrimonio e famiglia oggi in Italia , venne predisposto e diffuso nel novembre di quell'anno.

Prima ancora che il vescovi dell'alta Italia rendessero pubblica la loro notificazione, a Roma, sin dalla primavera del 1969, il «Movimento per la difesa della famiglia», presieduto dal giurista Raffaele Pio Petrilli, già presidente del Consiglio di Stato e ben conosciuto da Montini fin dagli anni milanesi, stava avviando una capillare azione di propaganda per promuovere un «referendum nazionale», con lo scopo di ottenere «il rigetto del deprecato progetto di legge» sul divorzio, prima che questo potesse tornare all'esame delle camere.

L'ipotesi di un referendum preventivo — del quale si era parlato anche all'interno del gruppo parlamentare democristiano al Senato e che lo stesso Bachelet non aveva escluso — sembrava costituzionalmente possibile ma difficilmente praticabile, in quanto mancava ancora una legge di attuazione della normativa in materia referendaria. Tuttavia, lo stesso Paolo VI, a cui ci si era direttamente rivolti, offrì a questa iniziativa del «Movimento per la difesa della famiglia», il suo personale sostegno, in una maniera tanto discreta quanto concreta.

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