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In Pakistan
una quaresima per la pace

· La comunità cattolica mobilitata per abbassare la tensione con l’India ·

«Fare un passo avanti per la pace»: è l’urgenza del momento mentre, dopo il grave attentato in Kashmir del 14 febbraio, tra India e Pakistan sale la tensione e gli analisti iniziano a pensare e descrivere scenari di guerra. Il vescovo Samson Shukardin, frate minore che guida la diocesi di Hyderabad, nel sud del Pakistan, non si rassegna e confida a «L’Osservatore Romano» le sue preoccupazioni e le sue speranze: «Condanniamo con fermezza l’attacco terroristico di Pulwana e tutti gli atti di terrorismo che feriscono il nostro paese e i paesi vicini. Il terrorismo è una piaga per la nostra nazione che ha fatto già troppe vittime. Siamo seriamente addolorati per tutti coloro che hanno perso i loro cari nel grave episodio di violenza in Kashmir».

Ma tutto questo, afferma, non può e non deve generare un male ancora maggiore come la guerra: «Entrambi i paesi, India e Pakistan, sono chiamati a rispettarsi a vicenda e a lavorare insieme per la pace. Invece di minacciarsi reciprocamente, i leader di entrambi i paesi agiscano con visione e lungimiranza, dando priorità al sommo bene che è la pace». Per questo, specialmente in questa fase così delicata e decisiva per il futuro, «esorto i capi di entrambi gli stati a fare un passo avanti e a lavorare per risolvere le questioni in ballo attraverso il negoziato e il confronto costruttivo, invece di delegittimarsi a vicenda e alzare la tensione».

Non è, questo, l’appello di un ingenuo o di un sognatore: è la strada indicata da un seguace di Francesco di Assisi, il santo che, nella sua esperienza di uomo che aveva ben conosciuto la brutalità della guerra ed era divenuto uomo pacifico e portatore di pace, intervenne nella disputa tra il vescovo e il podestà di Assisi chiedendo di ritrovare le energie spirituali interiori che permettono di superare le sofferenze, di perdonare, di dominare la collera. Concorda Benny Mario Travas, vescovo della diocesi di Multan, che si trova nella capitale Islamabad mentre la comunità cattolica pakistana è in attesa dell’imminente arrivo del nuovo nunzio apostolico, l’arcivescovo Christophe-Zakhia El-Kassis, appena nominato da Papa Francesco: la pace — rimarca Travas in un dialogo con «L’Osservatore Romano» — è prima di tutto un dono di Dio e «oggi ci rivolgiamo a lui per ottenerla in questo momento critico tra India e Pakistan. Preghiamo perché Dio illumini le menti degli uomini a compiere autentiche scelte di pace. Ci avviciniamo al tempo della Quaresima: digiuneremo e pregheremo con insistenza e fervore per la pace, in compagnia dei nostri fratelli musulmani in Pakistan, per scongiurare il rischio di una guerra, che è sempre una sconfitta per l’umanità».

Il vescovo ricorda: «Il terrorismo è sempre esecrabile, lo condanniamo fermamente e diamo tutta la nostra solidarietà alle vittime in India. Come cristiani in Pakistan, preghiamo, speriamo e ci impegniamo con tutte le nostre energie morali e materiali perché la pace possa prevalere. Non ci daremo per vinti».

È lo stesso spirito del «rimboccarsi le maniche» che anima padre Emmanuel Parvez, sessantenne parroco a Faisalabad che, come Multan, è un’altra diocesi del Punjab pakistano, la regione che accoglie la maggioranza dei cristiani del paese. Il sacerdote ricorda al nostro giornale: «Tutto il Pakistan soffre in modo indicibile per la violenza terrorista che dal 2003 ha fatto oltre 50 mila vittime in piazze, scuole, chiese, moschee, mercati, università, uccidendo in modo indiscriminato innocenti di tutte le religioni. La nostra risposta al terrorismo non può che essere l’unità. Continueremo a promuovere e coltivare, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, la pace, la giustizia, l’armonia. Noi cristiani possiamo dare un contributo partendo dai giovani: bisogna costruire pace, fraternità, rispetto della vita, amicizia fra credenti di diverse comunità, rifiuto di ogni violenza, a partire dalle nuove generazioni».

Ci crede, padre Parvez, e, per realizzare concretamente questi ideali, ha scelto una via peculiare: lo sport. Il parroco ha avviato fin dal 2001 un torneo di calcio interreligioso che, giunto alla XIX edizione, si svolge a Khushpur, villaggio nella campagna del Punjab che è chiamato “Il Vaticano del Pakistan” perché, fondato dai missionari cappuccini belgi, è interamente cattolico. Qui è nato Shahbaz Bhatti, il ministro cattolico per le minoranze religiose ucciso da mano terrorista nel 2011.

Simbolicamente, quel torneo, che ogni anno unisce giovani di ogni cultura e religione provenienti dall’intera nazione, si disputa sul campo intitolato proprio a Bhatti. Per una settimana i giovani pashtun restano accanto agli hazara, gli indù sono a fianco dei musulmani, stringono amicizia e pregano con i sikh. È vero, può sembrare un’oasi di felicità in una nazione sconvolta dalla violenza. «Ma è un seme gettato nel terreno, che darà frutto a suo tempo», dice padre Emmanuel. «Perché la pace comincia anche da qui».

di Paolo Affatato

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26 agosto 2019

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