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Pagine nuove per la ex Jugoslavia

· Mladiĉ attorniato dalla polizia serba (Epa) ·

L’arresto di Ratko Mladić, responsabile del massacro, nel luglio del 1995, di oltre ottomila civili bosniaci musulmani a Srebrenica, nel più spaventoso episodio di pulizia etnica del conflitto bosniaco, segna un successo tanto della giustizia internazionale quanto del Governo del presidente serbo Boris Tadić, impegnato a condurre il Paese sulla strada dell’adesione all’Unione europea.

Proprio la cattura dei principali latitanti ricercati dal Tribunale penale internazionale (Tpi) dell’Aja per l’ex Jugoslavia è da sempre, infatti, una delle condizioni poste dall’Unione europea alla Serbia per tale obiettivo. Dopo l’arresto, tre anni fa, dell’ex leader serbo bosniaco Radovan Karadžić, già sotto processo davanti Tpi, e quello di Mladić, che all’Aja sarà estradato non appena completare le procedure di legge, l’ultimo grande ricercato ancora latitante è Goran Hadžić, l’ex leader politico dei serbi di Croazia. Tadić ha promesso che, oltre a Hadžić, saranno arrestati anche i leader della criminalità organizzata in Serbia, con un’affermazione che ha valenza tanto interna quanto internazionale, soprattutto perché legata all’annuncio di un’inchiesta per scoprire chi abbia aiutato e coperto Mladić e gli altri criminali di guerra durante la latitanza. Tra l’altro, Tadić ha anche chiesto una commissione sotto mandato Onu che indaghi sul l’ultimo orrore imputato a Mladić, cioè un traffico d’organi in Kosovo.

Secondo Tadić, l’arresto di Mladić non solo «lava un’onta» e rappresenta una svolta per le aspirazioni di Belgrado per l’ingresso nell’Unione europea, ma «spiana la strada alla riconciliazione» del Paese. La convinzione che ci sia unità d’intenti tra la giustizia internazionale e le azioni governative potrà infatti da un lato facilitare il progressivo processo di integrazione europea dei Paesi dell’ex Jugoslavia, e dall’altro frenare le tentazioni di sentirsi vittime di comportamenti internazionali vessatori.

L’arresto di Mladić è anche una risposta di fatto alle critiche mosse a Belgrado ancora in questi giorni dal procuratore del Tpi, Serge Brammertz, il quale, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, aveva sostenuto che «finora gli sforzi della Serbia di arrestare i fuggitivi non sono stati sufficienti». Ora, la giustizia internazionale e l’azione interna possono concorre a un medesimo obiettivo, quello di chiudere, garantendo i diritti delle vittime, la pagina tragica dei conflitti nell’ex Jugoslavia.

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