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Pagine chiodate

· Il 15 gennaio si apre a Milano la mostra antologica di Franca Ghitti ·

Alle Gallerie d’Italia di piazza della Scala 6, il museo di Intesa Sanpaolo a Milano, si apre il 15 gennaio la mostra antologica di Franca Ghitti (1932-2012), la cui importanza non fa che crescere ad ogni anno che passa. Franca Ghitti ha già conquistato da tempo una reputazione nazionale e internazionale in Kenya (suoi sono i portali della Cattedrale di Nairobi) e in importanti istituzioni europee e americane (Vienna, Monaco, Bilbao, San Pietroburgo, la galleria OK Harris di New York). Ora è impossibile pensare alla scultura del Novecento italiano senza darle un ruolo di assoluto rilievo. I Musei Vaticani hanno acquisito Tavola numerica e Libro bianco chiodato, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma è installato il suo Bosco. Il cardinale Ravasi, suo grande estimatore, si è occupato più volte della sua opera. Importanti monografie sono uscite su di lei, tra cui quella, molto esaustiva, curata da Elena Pontiggia (Skira 2017).

Franca Ghitti, «Pagine chiodate»  (2008; foto di Fabio Cattabiani)

Franca Ghitti, originaria di Erbanno, oggi frazione di Darfo Boario Terme in Valcamonica, ha vissuto per molti anni a Cellatica vicino a Brescia, in una casa del Seicento dove una volta si allevavano i bachi da seta e che lei stessa ha ristrutturato. Era scultrice, arte per lei “assoluta”, ma anche pittrice. Il Museo Diocesano di Brescia ha creato una sala apposita per l’esposizione permanente della sua Ultima cena ispirata all’arte rupestre camuna, dipinto che è stato esposto anche all’Università Cattolica di Milano in occasione dell’Expo 2015. È un’opera unica e maestosa, della quale è impossibile dire se appartenga all’arte passata, presente o futura. Si proietta oltre la bidimensionalità della pittura, perché tra le mani di Franca Ghitti tutto diventava scultura o installazione, tutto acquisiva una terza dimensione spaziale e una quarta dimensione temporale.

Il tempo delle opere di Franca Ghitti è lungo. È il tempo degli alberi e del ferro. È il tempo delle tacche che i segantini della Valcamonica incidevano sul tronco degli alberi servendosi di un codice noto solo a loro; della polvere di fusione e della limatura di ferro che si ammassavano negli angoli delle fucine come la sabbia di una riva scura; dei grandi punteruoli che le chiodatrici automatiche piantavano nelle assi piallate, espellendo rapidissime i quadrelli che il legno respingeva e deformava. Lime consumate e scarti di lavorazione, attrezzi in uso e in disuso, forme e stampi utilizzati o dismessi: tutti materiali che si definirebbero poveri, ma che Franca Ghitti aveva visto all’opera nella grande segheria del padre e presso i fabbri che con il padre andava a visitare fin da bambina. Materiali la cui preistoria non è mai finita perché raramente hanno incontrato la storia, e la cui ricchezza sta nella lentezza con la quale sono cresciuti, nell’iteratività dei gesti che li hanno perfezionati, in tutto ciò che la fretta della storia non ha il tempo di fermarsi a considerare.

Da queste pratiche di lavoro antiche, e che i praticanti avrebbero forse trovato impossibili da descrivere a chi non era del mestiere, è nata la scelta di Franca Ghitti di lavorare intorno agli “altri alfabeti”: linguaggi muti e dimenticati, che hanno parlato solo a pochissimi, ma nelle cui pieghe si sono accumulati secoli di sapere materiale e locale, un sapere non scritto e che pure “si è scritto”, che appartiene agli occhi, ai muscoli delle braccia e soprattutto alle mani, anche quando sono mani che non hanno mai stretto una penna.

«Con Altri Alfabeti — ha dichiarato l’artista nel 2000 in occasione di una mostra alla OK Harris di New York — mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto (per secoli lo è stata), usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali». Ecco dunque che Altri alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta è il titolo della mostra curata da Cecilia De Carli per le Gallerie d’Italia, con la collaborazione di Intesa Sanpaolo (il presidente emerito Giovanni Bazoli interverrà all’apertura) e della Fondazione Archivio Franca Ghitti diretta da Maria Luisa Ardizzone, docente della New York University.

Si inizia con due Vicinie in legno e chiodi del 1965 e 1976, quasi dei presepi verticali in cui “abitano” figurine ispirate all’arte camuna, appartenenti alla stessa contrada o “vicinia”, come dice la parola medievale oggi caduta in disuso. Gli anni Ottanta sono rappresentati da un Tondo in legno, dal celebre Bosco di legni, rete metallica, coppelle di siviera e polvere di ferro, e dalla Meridiana di scarti di ferriera e polvere di ferro. Con gli anni Novanta e le Pagine chiodate entriamo nel periodo forse più magico dell’arte di Franca Ghitti: righe e righe di chiodi su carta trattata e colorata, dove il linguaggio dei fabbri e falegnami si fonde con la cultura del libro. Non è un’unione facile. Sono opere aspre, dure, non esattamente concilianti, ma non lasciano indifferenti. Non è un caso che abbiano ispirato una scena chiave di Centochiodi di Ermanno Olmi (2007) in cui un giovane professore ribelle, che sa o non sa di essere una figura Christi, prima di scegliere una predicazione silenziosa e che nessuno potrà mai scrivere, “crocifigge” cento preziosi libri della biblioteca universitaria.

Gli anni 2000 sono rappresentati da Valigia, installazione di cartone, chiodi e corda, e da ulteriori Pagine chiodate. Viste nella loro spazialità e nel loro sviluppo, le opere di Franca Ghitti sono come un’arca fatta di tempo, unica salvezza rimasta a linguaggi perduti e che forse non sapevano nemmeno quanto significato portavano con sé.

di Alessandro Carrera

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