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​Paesaggi trasfigurati

· ​Nelle opere di Carlo Mattioli ·

Le opere di Carlo Mattioli (1911-1994), e in particolare i suoi paesaggi trasfigurati, trasportano lo spettatore in un’esperienza di contemplazione dalla quale è difficile staccarsi, anche per raccontarla. Anche per parlare bene di questo artista anomalo e straordinario. Grande pittore contemporaneo, viene celebrato questa estate con due mostre, in coincidenza con l’uscita del catalogo completo delle sue opere (edito da Franco Maria Ricci con testi di Marzio Dall’Acqua, Vittorio Sgarbi e Marco Vallora). Fino al 24 settembre i suoi dipinti sono esposti a Fontanellato, nel Labirinto della Masone, e le sue opere di illustratore e scenografo presso la Biblioteca Palatina di Parma, la città dove si trasferì quattordicenne da Modena e dove trascorse tutta la sua vita.

Carlo Mattioli «Paesaggio d’estate» (1921)

Mattioli è stato un artista particolare, che si distingue per molti aspetti dai suoi contemporanei — che pure, come rivelano i numerosi ritratti, conosceva bene — e per lo stile, a cavallo fra figurativo e astratto. Ma anche per l’interesse nei confronti della tematica religiosa.
Si vede che discende da una famiglia di pittori da generazioni, artisti decoratori, abituati a vivere del loro lavoro e quindi a considerarsi più artigiani che artisti. Lo si capisce dall’assoluta originalità dello stile, dalla scelta dei soggetti, nonché dall’aperta religiosità, in anni in cui questa non era accolta con dignità e interesse nell’ambito delle avanguardie. Certo, e lo si capisce chiaramente dai ritratti numerosi dei colleghi pittori, Mattioli non era un isolato. Conosceva e frequentava tutti, pittori come Morandi, al quale dedica ben quattro ritratti, e poeti come Luzi, cogliendone l’identità profonda, la specificità che spiega la particolare vocazione artistica di ciascuno. Ma pare muoversi libero dagli aspetti più intellettuali e ideologici delle avanguardie del suo tempo, pur dipingendo opere modernissime, perfettamente comprensibili e apprezzabili dal suo tempo.
Gli artisti che davano spazio alla dimensione del sacro, e quindi non del religioso, lo facevano infatti, in massima parte — a eccezione di pochi, come Rouault — nell’ambito dell’astratto puro: pensiamo a Kandinsky come a Klein, che rivendicavano una ispirazione fortemente legata alla dimensione trascendente. La religiosità di Mattioli, che si rifà alla tradizione cristiana, è più esplicita e non teme di esercitarsi su temi tradizionali, come i crocefissi.
La gran parte delle opere esposte ha come soggetto dei paesaggi — anche i nudi femminili in realtà si trasformano in paesaggi, sembrano diventare colline oppure onde — e cioè la terra e gli alberi, i fiori, il cielo, quindi gli aspetti più materiali del mondo che ci circonda. Egli ne accentua il carattere di materia utilizzando il colore in modo particolare: con una forza concreta che avvicina la sua pittura alla scultura, e forse in particolare alla ceramica, arte nella quale si è pure cimentato con successo.
Ma proprio dentro questa forte dimensione materiale, scaturisce la sua visione religiosa, che forse si potrebbe riassumere in un verso del Magnificat: «Ha visto l’umiltà della sua serva». Lo sguardo di Dio osserva, trasfigurandolo, il mondo che ci circonda, i frutti della terra e la terra stessa. Mattioli rivela la bellezza, il gioco di luci, la perfezione quasi spaventosa di un paesaggio, di una pianta, di un campo di papaveri, attraverso i quali Dio ci parla e ci raggiunge.
Scrive Enzo Bianchi, nell’introduzione al catalogo dell’opera omnia, privilegiando una creazione del 1981, intitolata Notte sull’albero: «Sopra l’albero, a riempire il cielo notturno senza lumi, è incisa una croce; incisa, ricolmata, sbalzata, campeggia nella metà superiore dello spazio del dipinto, mentre nella metà inferiore un albero rosato-violaceo si alza da una terra color zafferano. Qualcosa di primaverile, tremendo e crudo, di immensità cosmica, emana da questa Notte sull’albero; oserei definirlo un silenzio pasquale».
La sua cultura artigianale e la sua umiltà di fronte al lavoro di pittore — lavoro che dà senso alla sua vita, anche se questa non si riassume nella missione di artista perché Mattioli è sempre vissuto facendo l’insegnante in scuole, per lo più di provincia — sono proprio le due componenti che gli permettono di svelare Dio nello stesso albero che contempla tutti i giorni, nel campo di lavanda o nella notte di luna. Il suo è il Dio che veste di meraviglia i gigli dei campi, il Dio che quando muore in croce non per caso viene inchiodato a un legno. Nei crocefissi dell’artista il legno, sua creazione, accoglie Gesù e lo glorifica mentre gli esseri umani lo uccidono.
Il legno delle croci, così come il materiale sul quale Mattioli dipinge molte sue opere, è riciclato: un materiale di cui l’artista accoglie la storia iscrivendola nel nuovo destino artistico che gli conferisce. E anche questa scelta è un atto di umiltà verso il corso della vita, verso la dignità nascosta nella normale vita quotidiana.

di Lucetta Scaraffia

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22 settembre 2019

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