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Padri e fratelli
non funzionari del sacro

· Il colloquio del 16 marzo tra il Papa e gli studenti dei collegi ecclesiastici romani ·

«Ho chiesto al Cardinale Prefetto se voi foste cattolici... La risposta non la dirò! Sì, ha detto di sì. Ma c’è sempre da migliorare. Grazie. Grazie di questa visita, di questo incontro». È cominciato così, con una battuta di Papa Francesco, il dialogo avuto dal Pontefice, lo scorso 16 marzo nell’aula Paolo VI, con oltre duemila tra seminaristi e sacerdoti dei collegi ecclesiastici romani, accompagnati dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero. Riportiamo integralmente il testo di quel colloquio.

[Louis] Santo Padre, mi chiamo Louis, sono un seminarista francese e a nome di tutti coloro che sono qui e provengono dall’Europa vorrei porle una domanda. Siamo convinti che la vita di discepolato e missionaria sia il fondamento della configurazione a Cristo servo e pastore; come perseverare sulla strada del discepolato, senza mai separare il ministero presbiterale da un umile atteggiamento pastorale e fraterno? Grazie.

Discepoli, missionari e anche fraterni, non è vero? Perché nessuno cammina da solo. C’è gente che cammina da sola, ma il discepolo missionario non può camminare da solo. E io dirò alcune parole-chiave che forse vi aiuteranno a pensare. La prima: in cammino. Il missionario è in cammino. Se tu sei prete, non puoi essere un prete “quieto”, un prete da sacrestia, da ufficio parrocchiale, un prete che ha scritto sulla porta: “Si riceve soltanto lunedì, mercoledì, venerdì da tal’ora a tal’ora” e “Si confessa il tal giorno da tal’ora a tal’ora”: peccate prima, perché dopo non si confessa. [ridono] Non si può. Tu sei in cammino. E mi viene in mente un bravo prete, bravo, che era parroco in una baraccopoli. E un giorno che sono andato a trovarlo mi ha detto: “Ci sono dei giorni in cui vorrei coprire con il cemento armato le finestre e la porta perché ‘toc toc’, ‘toc toc’, ‘Padre’, ‘toc toc’, uno dietro l’altro”. E la giornata è in cammino, sempre in cammino aspettando le chiamate, fare il servizio... in cammino.

E nel cammino vengono le sorprese; le sorprese è necessario scoprirle, per questo “in cammino” è anche “in ascolto”. Tu sei missionario ma sei anche discepolo, e il discepolato ti porta all’ascolto. All’ascolto del Signore. Sì, in seminario è facile perché, secondo l’orario, da tal’ora a tal’ora preghiera, da tal’ora a tal’ora ascolto del Signore, da tal’ora a tal’ora studio... Ma questo così non va. Tutta la vita dev’essere in ascolto, almeno aperta all’ascolto. E se tu non capisci, se tu non capisci quello che senti, fa’ quello che ha fatto Samuele: andare da [Eli, l’anziano sacerdote]. “Cos’è questa voce?” — “Tu di’: Parla, che il servo tuo ascolta”. Sempre in ascolto. Ascolto non solo delle parole, non solo di quello che dice il popolo di Dio, non solo dei bisogni dell’umanità, dei problemi, ma ascolto nella preghiera, pure. “Lei sa, Padre, che Dio non parla, sembra che la Parola si sia spenta, come al tempo di Samuele...”. No, la Parola non è spenta. Tu hai spento lo zelo, tu hai cambiato un po’ di registro e soltanto hai imparato ad ascoltare altre cose. Non dirmi che sei sordo, no. Tutti ascoltiamo. Ma dov’è il tuo registro di ascolto? È una domanda che dovete farvi: “Dov’è il mio registro di ascolto? Cosa è più facile per me ascoltare?”.

Uomini in cammino, uomini in ascolto. E, sia in cammino sia in ascolto, non soli. Tre cose: in cammino, in ascolto e in fraternità, in compagnia. “Ma questo è facile!”. Non è facile. Adesso è facile, perché siete tutti riuniti, tutti in un collegio con tanti sacerdoti al vostro servizio e al vostro aiuto; ma quando sarai in una parrocchia, quando sarai in un’università facendo scuola, questo non è facile perché la comodità, la mondanità ti porteranno a non essere in cammino. Perché stanca, essere in cammino. “Sì, ma è un cammino piccolo, breve, fino a qui...”, e così la vita incomincia a rimpicciolirsi. Ti porterà ad ascoltare soltanto le cose che tu vuoi ascoltare, come quei sordi che non ascoltano certe cose ma ascoltano le altre, no? Sordi a scelta. Ma nessuno dirà: “Io voglio essere sordo soltanto per non ascoltare”, no. Nessuno lo dice. Ma la vita, se tu non sei vigile, ti porta a questo; ti porta a questo. E poi, “solo”. “Sì, vado con gli amici preti...”. Ma tu sei capace di parlare con i tuoi amici preti sui problemi che hai nella parrocchia, nella diocesi, nella tua comunità, con Dio? Tante volte, noi condividiamo con gli amici le cose divertenti, e questo è buono. [Accenniamo] soltanto a qualche problema che c’è stato... Ma poi, se non andiamo avanti sul serio in questo condividere, condividere la vita com’è, noi finiamo nel chiacchiericcio, e il chiacchiericcio è un po’ come quell’aria che fa male... Allora siamo accompagnati, ma non bene accompagnati.

Per questo io dirò, alla tua domanda: sempre in cammino. Ma discerni il cammino: che sia il cammino giusto. Sempre in ascolto, e chiedi la grazia di discernere quello che senti per trovare la volontà di Dio; anche per correggerti quando ci sono cose brutte, cose che non vanno. E mai soli: sempre accompagnati. E c’è la fraternità — ho visto che un’altra delle domande tocca questo tema —, c’è la fraternità con gli amici, con i preti più vicini; ma c’è un’altra fraternità che voi dovete custodire tanto: la fraternità con il prete o con il monaco o con il laico, con colui che Dio ti mette vicino, nell’accompagnamento spirituale. Perché la direzione spirituale è un carisma laicale, no?, non è necessariamente presbiterale, è laicale. Anche presbiterale, ma in quanto laico. E ci vuole il coraggio di avere una persona che ti accompagni: nella tua vita interiore, nella tua vita di fedeltà e di infedeltà. “Sì, Padre, io mi confesso sempre”. No, una cosa è il confessore, dove tu vai, dici i tuoi peccati, ti perdona e finisce lì. E un’altra cosa è chi ti accompagna: sono due cose diverse. E se non è la stessa persona, meglio. Uno è il confessore e un altro è chi ti accompagna, che non necessariamente dev’essere sacerdote: può essere un monaco, qualsiasi persona. Ma che abbia il carisma per accompagnarti. Ma se tu stai fermo, se tu vai da solo o scegli soltanto quelli che ti divertono un po’ e niente di più; e poi se tu non hai questa capacità di collegarti in comunità e di farti accompagnare da un altro, ti fermerai lì, se tu non ascolti. La capacità di ascoltare è un po’ una preghiera. E come preghi tu? Come il pappagallo? O preghi con i tuoi pensieri, seguendo i tuoi pensieri e confondi la preghiera col seguire i tuoi pensieri? Sai pregare in silenzio, per ascoltare?

Queste cose credo che aiuteranno per quella domanda che tu hai fatto: no, non è facile. Oggi, per tutti voi è facilissimo. Ma preparatevi, per quando verranno i demoni della vita, quando verrà il demonio meridiano, il famoso “cuarentazo” [della mezza età]; e quando arrivano tante altre difficoltà, tutte nate dal peccato originale e dalla tentazione del diavolo. A proposito del diavolo, l’altro giorno si è avvicinato un prete che aveva letto una cosa che io avevo scritto sulla vita spirituale, non ricordo cosa fosse, e mi ha detto: “Stia attento, perché Lei ha nominato il diavolo, quella volta, e questo si vendicherà! È meglio non nominare il diavolo, far finta che non esista”. No, il diavolo esiste! E il diavolo — come dice Pietro — fa la ronda, come “leo rugens” [leone ruggente]. Sono sicuro che se adesso faccio una domanda alzate la mano: “credete in Dio?” — “sì” — “credete in Dio Padre?” — “sì”, tutti — “e in Dio Figlio?” — “sì” — “e in Dio Spirito Santo?” — “sì” — “e nel diavolo?” — “ma... dipende... è un mito, non è tanto chiaro...”. [ridono] Oppure a parole direte: “Sì, sì, crediamo!”, ma poi, avete il fiuto per scoprirlo, quando si avvicina? E questo si fa con il discernimento e con l’accompagnamento spirituale. Ma non voglio soffermarmi troppo su questo. Credo di avere risposto alla tua domanda, più o meno. Grazie.

[Nebil] Buongiorno, caro Santo Padre. Mi chiamo Nebil, sono seminarista, sono dell’Africa e vengo dal Sudan. Sono qui per rappresentare quelli che provengono dal continente africano. La “Ratio fundamentalis” ci invita sempre al discernimento della nostra vocazione, anche dopo l’ordinazione presbiterale. Lei, nella sua esperienza, come ha vissuto questo continuo discernimento? Cosa ci consiglia per discernere bene, per questo discernimento lungo tutto il percorso della nostra vita. Grazie.

Grazie a te. Hai detto: “Caro Santo Padre”. Grazie, caro figlio! Le cattive lingue dicono che “adesso è di moda il discernimento: questo Papa è venuto qui con questa storia... Cosa c’entra qui?”. Ma il discernimento è nel Vangelo! Proprio nel Vangelo e in tutta la storia della Chiesa: è una storia di discernimento; e la storia delle anime è una storia di discernimento. Discernere, come la Ratio fundamentalis insiste tanto. Saper capire, nella vita: questo va, questo non va; questo viene da Dio, questo viene da me, questo viene dal diavolo. Questo è elementare, è elementare: è un linguaggio fondamentale per la vita di ogni cristiano, tanto più di un sacerdote. Discernere. Ma ci sono due condizioni perché il discernimento sia giusto e vero. Primo, che si faccia in preghiera, cioè davanti a Dio, alla presenza del Signore. Saper capire bene quello che succede nel mio cuore, nella mia anima. “Devo fare questo... ma questo non mi lascia tranquillo...; va bene... perché?” — nella preghiera. E l’altro è confrontare, avere un altro con cui confrontare quello che io porto avanti; un testimone: un testimone vicino, che non parla ma ascolta e poi dà gli orientamenti. Non ti risolve [il problema] ma ti dice: guarda questo, guarda questo, guarda questo..., questa non sembra una buona ispirazione per questo motivo, questa sì... Ma vai avanti tu e decidi tu! Però ti aiuta, e questo è importante averlo dall’inizio. Questa è l’esperienza che io ho avuto. Ho scoperto il desiderio del discernimento quando studiavo filosofia. Avevo fatto due anni di noviziato — senza discernimento [ridono, ride] — sì, bene, si pregava, io andavo dal padre spirituale, dal padre maestro e dicevo: “Ho sentito questo...”. E lui mi chiariva le situazioni, alla maniera, diciamo così, di quel tempo... Sto parlando dell’anno ’58, l’altro giorno ho fatto 60 anni di noviziato. Ma quando sono arrivato a filosofia, dopo l’anno di umanesimo, c’era lì un professore di metafisica, un gesuita bravissimo, padre Fiorito, che era anche il decano di filosofia. Era un “tifoso” della spiritualità ignaziana e uno specialista, ma uno specialista non solo teorico, ma pratico, nel discernimento. E lì ci ha insegnato tanto. E io ho fatto con lui nella teologia il mese degli Esercizi spirituali, e mi ha aiutato tanto nel discernere, quell’uomo. E poi, quando stavo per finire la carica di provinciale, ho ripetuto il Mese per prepararmi ad andare a un altro incarico; e lì ho imparato il discernimento. Nella filosofia ho incominciato, perché ho trovato quell’uomo che aveva questo carisma. Era un filosofo, che aveva fatto la laurea, la tesi dottorale sul desiderio di Dio in San Tommaso e poi insegnava metafisica, e poi era il decano. Era un padre spirituale; è stato il mio padre spirituale fino alla fine, quando è morto. Questa è la mia esperienza: Mi ha aiutato sempre. Ma non sempre scrivevo le cose. Con il tempo, quando tu fai il discernimento, ti viene naturale farlo: “Questo è brutto, è brutto ma mi piace”, e vado avanti. Ma tu sai che vai avanti in una cosa brutta. Questo è successo a me. Ma dici la verità davanti a Dio. Bisogna sapere come sono le cose: “Questa è una porta aperta, credo che devo andare avanti a vedere cosa mi dice il Signore...”. E incomincio ad andare per questo sentiero. E il discernimento è un po’ così, si porta la vita. Ma sempre è bene avere un testimone, qualcuno con cui confrontare il mio esito, una cosa e l’altra e l’altra... Il discernimento è importante. Quando non c’è discernimento — state attenti a questo! —, quando nella vita sacerdotale non c’è discernimento — perché l’ideale, quando uno è prete maturo, è il discernimento fatto quasi con naturalezza, che ti viene, dal tanto farlo, ti viene da solo, poi lo confronti ma vai, vai, vai, vai avanti —, ma quando non c’è discernimento, c’è rigidità e casistica. Quando tu non sei capace nella vita di andare avanti con le cose che succedono a te o che accadono fuori e giudicarle, tu diventerai rigido o cadrai nella casistica, nella logica del “questo si può, questo non si può”. Ed è tutto chiuso. Lo Spirito Santo non lavora. Perché Colui che ti aiuta nel discernimento è lo Spirito Santo, e noi abbiamo paura dello Spirito Santo... O tante volte non lo mettiamo nella nostra vita come compagno di strada. È proprio Lui che opera la nostra santità; è proprio Lui che ci spinge alla missionarietà; è proprio Lui che prepara la nostra anima all’ascolto. Ed è proprio Lui che crea in noi l’emozione spirituale che noi stessi dobbiamo discernere. Lo Spirito Santo... Noi abbiamo paura dello Spirito Santo; sempre abbiamo la tentazione di ingabbiarlo sia in gesti, sia in dottrine, ma che non si muova troppo. Ed è Colui che si muove, nella Chiesa. Discernere lo Spirito: dov’è lo Spirito... Cosa ha fatto Pietro quando è andato da Cornelio, per esempio (cfr. Atti cap. 10)? Ha visto che lì lo Spirito agiva e ha capito, ha fatto discernimento spontaneo: “Questo è lo Spirito di Dio, e se lo Spirito è venuto, io battezzo”. Punto. Prende la decisione in un clima di discernimento. Cosa ha fatto Filippo, quando lo Spirito lo manda a quell’incrocio di strade dove veniva il ministro dell’economia della regina (cfr. Atti 8, 26-40)? Va, ascolta, sente che legge Isaia e incomincia la conversazione, e l’altro gli dice che non capisce nulla di questo; gli spiega, ma sente che è lo Spirito che lo porta e alla fine lo Spirito agisce nel cuore del ministro dell’economia: vede l’acqua e chiede il battesimo... Non è facile convertire un ministro dell’economia! [ridono] Ma lo Spirito Santo è stato capace di farlo. E cosa ha fatto Filippo? Non ha detto: “Ma... non ho portato il libro dei battesimi..., non ho portato l’olio per battezzarti...”. No. Ascolta lo Spirito, va, lo battezza o lo Spirito lo prende per i capelli e lo porta da un’altra parte. [ridono] Perché dico questo? Perché quando tu vivi nello Spirito, esci, ti liberi dal “si può, non si può”. Questo non vuol dire che puoi fare qualsiasi cosa, no. Ma esci dalla prigione della casistica, esci dalla prigione della rigidità. È un altro linguaggio, ma è un linguaggio più difficile: è un modo di agire più difficile. Perché tu ti coinvolgi, lì, in una maniera diversa. Non lasci ai libri che dicano una cosa o un’altra. Ma per questo ci vuole familiarità con lo Spirito Santo. Quando gli Apostoli, nel primo Concilio di Gerusalemme, devono decidere come agire con quelli che vengono dal paganesimo, come incominciano la lettera che scrivono? “Ci è sembrato, allo Spirito e a noi...”. Hanno fatto il Concilio e nello Spirito hanno dato la risposta. Ma voi, nella vita, dovrete camminare sempre nello Spirito: nello Spirito e nella verità. Con lo Spirito Santo che, come Paolo ci dice di quando è andato in quella città [Efeso] — non ricordo quale — che “neppure sapevano che esistesse uno Spirito Santo” (cfr. Atti 19, 1-7) E tanti, tanti preti, tanti preti — lo dico con buono spirito, con tenerezza e con amore — tanti preti vivono bene, in grazia di Dio, ma come se lo Spirito non esistesse. Sì, sanno che c’è uno Spirito Santo, ma nella vita non entra. E questa è l’importanza del discernere: capire cosa fa lo Spirito in me, e anche cosa fa lo spirito nemico, e cosa fa il mio spirito. Sono tre, il dialogo è a tre, il discernimento è a tre, non a due. C’entra il tentatore, quello che porta la tentazione, e c’entrano il mio temperamento, le mie abitudini, perché l’uomo non è corpo e anima: è corpo, anima e spirito. C’entra tutto, lì.

Non so se qui ho scritto qualcosa sul discernimento... [consulta i suoi appunti] Sì, il discernimento, quello che ti dà uno stile spirituale... “Ma che buono quel sacerdote, è tanto spirituale!” — “Perché lo dici?” — “Mah, è sempre così...”. No, la bontà sta sempre nella bontà interiore unita al dialogo con lo Spirito. Con lo Spirito. È buono quel prete: sì, è buono perché ascolta tutti, ascolta Dio, sempre cammina, sempre ha il cuore aperto, ama, prega... quello è un buon prete! Ed è felice. C’è un amico dello Spirito Santo — questa sembra una bestemmia, ma non è una bestemmia, no, è una riflessione che faccio — quando c’è lo Spirito Santo, semina sempre la gioia e anche il senso dell’umorismo. E per capire se una persona è arrivata a una grande maturità spirituale, domandiamoci: “Questo ha senso dell’umorismo?”. Di un sacerdote che abitava qui a Roma, poi è tornato in Libano ed è morto lì — un uomo con fama di santità, è morto anziano — si diceva di quest’uomo: “ride di tutto: ride degli altri, ride di sé stesso, anche della propria ombra”. Senso dell’umorismo. E per me il senso dell’umorismo è l’atteggiamento umano — è umano! — più vicino alla grazia. È quel “relativismo” buono, il relativismo della gioia, il relativismo della spiritualità, quel relativismo che nasce dallo Spirito Santo.

I giovani — tutti voi siete giovani —, i giovani narcisisti si guardano allo specchio, si pettinano... A volte — vi consiglio — guardate nello specchio e ridete di voi stessi. Ridete di voi stessi. Vi farà bene. [ridono, applausi]

[Jorge Moreno] Buongiorno, Santo Padre. Sono Jorge Moreno, sacerdote messicano, e con grande onore rappresento i miei fratelli sacerdoti e seminaristi dell’America latina. Allora faccio la domanda: il Signore Gesù ci ha chiamati con tutto quello che siamo, per una formazione integrale e cioè umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Quali ritiene siano i mezzi fondamentali per salvaguardare l’equilibrio integrale lungo il percorso del ministero presbiterale? Grazie.

Grazie. Credo che a questa domanda ho risposto già quando ho parlato dell’ascoltare, dell’essere in cammino, dell’essere in comunità, di avere una guida spirituale, della preghiera... Un soggetto integrale. Qui soltanto sottolineerei la formazione umana come parte integrante della totalità. Ci sono sacerdoti buoni, che amano Gesù Cristo, ma hanno una mancanza di sviluppo della personalità, una mancanza di educazione. Tu trovi un sacerdote così, ad esempio un sacerdote triste ma che umanamente è incapace di piangere; o che è incapace — questo criterio me lo ha dato una volta un sacerdote, quando ero studente — che è incapace di giocare con i bambini. Lui mi ha detto di considerare questa cosa: “Lei gioca con i suoi nipoti?” — “Sì!” — “Va bene”. Questo è un criterio di maturità, di integrità. Quando trovi uno incapace di questo, che è incapace di gioire, anche di spendere tempo con altri sacerdoti amici, lì manca qualcosa: manca la formazione umana, della quale non ho parlato. Tutto quello che ho detto sulla parte spirituale viene buono anche qui; ma anche la parte umana, l’umanità del sacerdote, l’umanesimo sacerdotale. Tanti sacerdoti soffrono perché non sono capaci di esprimere quello che portano dentro di sé: sono stati bloccati, hanno tagliato dalla loro personalità cose buonissime, capacità grandi, e non sono cresciuti in questo.

La formazione umana: lì c’entra la capacità sociale, di socievolezza, la capacità di rispettare gli altri, anche quelli che la pensano in un altro modo, la capacità di gioire con gli amici, di fare una bella partita a calcio..., di queste cose di cui [qualcuno pensa] “no, ma un sacerdote non può...”. Tante capacità umane che non si sviluppano... Soprattutto la capacità umana di inserirsi educativamente e armonicamente nel contesto sociale. Per questo ho detto che alcuni sono “educati male”, in questo senso. Che non sanno inserirsi. E la capacità umana di gioire: per me è tanto importante, questo. Ne ho parlato prima, ma lo riprendo adesso. La capacità di gioire, gioire di essere prete, gioire con gli amici preti, con i fedeli, ma sanamente gioire, fare qualche risata, cose belle... È vero che in alcuni posti, in alcuni tempi, diciamo pure, la capacità umana di inserirsi socialmente non è stata aiutata nella formazione. Quando ti dicono che tu devi comportarti così, rigidamente, questo fa male alla capacità umana della spontaneità. È vero che la spontaneità ti può portare a qualcosa di brutto, ma questo è un pericolo che tu devi discernere e difenderti da questo. Ma una persona normale — dico normale, umana — che va a fare visita a un malato e lo ascolta, e gli prende la mano, in silenzio: questo è umano. Ma quello che non capisce nulla dell’umano va dal malato e [dice:] “queste sofferenze sono le sofferenze di Cristo e lei con queste sta redimendo il mondo con Cristo, vada avanti...”, e il povero malato non capisce nulla, rimane più solo di prima, perché almeno prima pensava: “Quando verrà il prete almeno mi darà qualche consolazione”. La capacità umana di perdere tempo con i malati, ascoltando. La capacità umana di accarezzare bene... Sentite bene questo: se voi non sapete accarezzare bene come padri e come fratelli, è possibile che il diavolo vi porti a pagare per accarezzare. State attenti. La capacità umana di essere padri. Con questo non si scherza: o tu sei padre, o sei patrigno. La capacità di essere padre è capacità di fecondità, è capacità di dare vita agli altri. La formazione integrale deve pensare a formare per la fecondità. Io non vi dico una cosa nuova, ma voi conoscete tanti, tanti sacerdoti che non sono padri, sono “funzionari del sacro”, come ha detto il Cardinale, sono impiegati di Dio — buoni, fanno il loro mestiere — ma non padri, non sanno dare vita, anzi, quanti fra noi sono zitelloni!, che tu quando li senti predicare o li senti parlare hai voglia di domandare: “Ma dimmi, cosa hai preso tu a colazione oggi? Caffelatte o aceto?”. [ridono] Sono incapaci di generare vita negli altri, non sono fecondi.

Questo per rispondere all’aspetto della integralità. Della parte spirituale avevo parlato prima, ma la parte umana... Interroghiamoci sulla fecondità: “questo è un sacerdote fecondo?”. E ci sono tanti sacerdoti fecondi nascosti. Alcuni, il Signore vuole che la loro fecondità venga fuori. In Italia ce ne sono tanti, di questi parroci bravi: sono padri di un paese, conoscono la vita di tutti e la fanno crescere. A volte invece non si sa, ma si vede nel cuore, di tutti i giorni: quanti padri ci sono nei confessionali, e anche quanti zitelloni che spaventano la gente, tutti e due. È una fecondità, la paternità sacerdotale. Se qualcuno di voi non se la sente di diventare padre, per favore se ne vada, è meglio. Perché essere zitellone fa male alla Chiesa. Capito? Va bene. [applausi]

[Luigi] Santo Padre, buongiorno. Mi chiamo Luigi, vengo dagli Stati Uniti e sono diacono: se Dio vuole, sarò ordinato sacerdote nella festa di San Filippo Neri, un sacerdote pieno di gioia. La “Ratio fundamentalis” rivaluta la spiritualità del sacerdote diocesano come una via mistica di identificazione a Cristo e di umile servizio al popolo di Dio. Ci piacerebbe sapere, Santità, quali sono i tratti fondamentali della spiritualità del sacerdote diocesano e come metterli in pratica in mezzo al lavoro pastorale quotidiano.

Grazie. Dirò questo: è più facile per un religioso conoscere la propria spiritualità, perché ha il fondatore e conosce benissimo la sua spiritualità; ma per il diocesano non è tanto facile scoprirla, e qualcuno ho sentito che diceva: “No, io sono dell’ordine che ha fondato San Pietro”, diocesano, no? [ridono] Ma c’è una spiritualità. Io la direi in una parola: la spiritualità del diocesano è la diocesanità. Con tutto quello che significa questa parola: che non sei solo, che sei in un corpo che è la diocesi, che hai un padre che è il vescovo e che sei padre di tanti fedeli. La diocesanità. E camminando sulla strada della diocesanità, incomincio a domandarmi sui rapporti della diocesanità. La spiritualità del sacerdote diocesano riconosce un padre: il vescovo. “Ma... è meglio non parlare del mio!”. Quante volte ci sono distanze tra il sacerdote diocesano e il vescovo. Alcune distanze si capiscono, per il temperamento, forse, del vescovo che non va, ma anche se il vescovo non va, le distanze non sono giustificate. Tu puoi avvicinarti a tuo padre non per fare una chiacchierata, ma soltanto per fargli sentire che è tuo padre, solo per questo. E il tuo cuore rimarrà in pace. Ma se il tuo cuore non è in pace nel tuo rapporto con il vescovo, qualcosa non va in te. Lasciamo stare quello che non va nel vescovo: ma è in te, perché tu sei diocesano e alla tua diocesanità manca il rapporto con il padre. Ognuno di voi deve domandarsi: come è il rapporto mio con il vescovo? “Ma questo è cattivo, è nevrotico...”. Come è il rapporto mio con mio papà, che è cattivo e nevrotico? Cosa consigliereste voi a un ragazzo che viene e ti dice che il papà è in carcere? Per esempio. O che il papà bastona la mamma — il vescovo che bastona la Chiesa. Voi dareste un consiglio: “Prega per tuo papà, avvicinati a tuo papà”, ma mai direte: “Cancella tuo papà dalla tua vita”. Il carisma del sacerdote diocesano è la diocesanità e la diocesanità significa avere un padre.

Poi, significa avere dei fratelli, essere inserito in un corpo presbiterale. E come ti muovi tu, con il presbiterio? Sai muoverti bene, la tua appartenenza al presbiterio è leale, aperta, franca? Tu ti permetti di dire tutto quello che ti viene in mente? O hai imparato ad avere delle censure per non fare brutta figura? Hai imparato a fare finta di, o hai imparato a guardare dall’altra parte? Una fraternità così non va! Sei fratello dei tuoi fratelli presbiteri e questo deve crescere sempre. Non dico amico intimo, no, non si può, questo non è reale. Fratello. “Sì, io vado alle riunioni”. E quando parla uno che non ti va bene, tu lo giudichi subito o cerchi di ascoltare bene e di capire quello che ha detto? I rapporti nel presbiterio: a questo voglio bene, questo è meglio non vederlo... Esaminatevi su questo. È il vostro carisma! È un presbiterio. E quando finisce la riunione di un presbiterio, per esempio, e io me ne vado con due o tre amici e incomincio a chiacchierare contro questo, contro l’altro... “Ma guarda cosa ha detto quello stupido, cosa ha detto quello e quello...”. Il chiacchiericcio è la lebbra! È la lebbra di un presbiterio! È la lebbra, il chiacchiericcio. È un modo di dire “ti ringrazio, Signore, perché non sono come quello, quello, quello”, e prendi le distanze da loro.

Il rapporto con il padre, il rapporto con i fratelli. E poi, il prete diocesano ha dei figli: il rapporto con i tuoi fedeli, con quelli della parrocchia dove tu lavori. Com’è il tuo rapporto? Quello di guardare l’orologio per andarsene presto? Quello di non lasciar parlare la gente? Quello della distanza dalla gente? — la brutta distanza, non la buona distanza. Perché il segreto del buon padre spirituale, del buon prete è avvicinarsi bene e allontanarsi bene. Voi sapete che ci sono alcuni che si avvicinano male o si allontanano male. No, non va. Il carisma è la diocesanità, e voi dovete rimanere sui rapporti che sono nella diocesanità: i rapporti con il padre, i rapporti con i fratelli e il rapporto con i fedeli. Con queste tre vie, se voi lavorate, diventerete santi. Perché non è facile avere un buon rapporto con il vescovo tutta la vita, non è facile avere un bel rapporto di fraternità, di santità con i fratelli sacerdoti e non è facile avere un bel rapporto con i figli nella parrocchia. Non so se ho risposto. Diocesanità: questo è il carisma della congregazione religiosa che ha fondato San Pietro! D’accordo? [ridono, applausi]

[Michael Aguilar] Buongiorno, Santo Padre. Mi chiamo don Michael Aguilar, sacerdote dalle Filippine: io vengo dal continente dell’Asia, dove è nato Gesù, dove è nata la Chiesa. [ridono] Vorrei farle questa domanda: noi sacerdoti presenti a Roma troviamo un’opportunità per la formazione permanente. Come prendersi cura della propria formazione durante questo periodo straordinario, e anche di fronte al futuro? Grazie.

Ti ringrazio. Non ho capito bene: Gesù è nato a Manila? [ridono, applausi]

La formazione permanente è molto importante, perché è l’accompagnamento della vita. Vediamo prima i quattro pilastri della formazione: la formazione spirituale, la formazione intellettuale, la formazione apostolica e la formazione comunitaria nel presbiterio: quattro. Nella vita, questi rapporti devono maturare sempre ed essere formati sempre più. Per esempio, nella parte pastorale ci saranno novità pastorali, nuovi approcci pastorali, essere un po’ aggiornati su questo; la parte intellettuale, lo stesso; la parte spirituale: gli esercizi annuali, gli incontri tra voi e tutte queste cose. E la parte comunitaria, un po’ ne ho parlato a proposito del presbiterio.

Ma adesso, rispondendo alla tua domanda io dirò qualcosa che dobbiamo capire bene. Prima di tutto, la formazione permanente nasce un po’ dall’esperienza della propria debolezza; non ti danno un certificato di santità perpetua quando ti ordinano: ti mandano lì, a lavorare, e che Dio ti aiuti e che non ti mangino i corvi. Un punto chiaro: sei cosciente della tua debolezza? Questa domanda fatevela tutti i giorni. “Sono cosciente della mia debolezza? E quali sono i punti dove sono più debole?”. Non è una cosa tetra, ma è la verità: siamo deboli. Tu sei cosciente del tuo punto debole? È la prima domanda che vi dovete fare sempre, e se tu non lo trovi oggi [il tuo punto debole], sarà domani e se non lo trovi domani, sarà dopodomani. E se non lo trovi, il tuo punto debole, se non te ne accorgi, vai da qualcuno che ti aiuti a trovarlo, nel dialogo spirituale.

E poi c’è un altro rischio: il rischio di [pensare] “Sì, io faccio la Messa, faccio questo, è una parrocchia...” — “E come va la parrocchia?” — “Ah, va benissimo: sto facendo questo, questo, questo...”. Il rischio di diventare funzionario del sacro. No, tu sei sacerdote. Tu non sei funzionario del sacro. A me è accaduto una volta che è venuto un avvocato — giovane, 26 anni, più o meno — e ha detto: “Padre, io mi sposerò tra 15 giorni — era a breve — e sono andato a cercare i certificati, tutto, in quella parrocchia dove sono stato battezzato; mi hanno fatto subito il certificato di battesimo e mi hanno fatto gli auguri e io ho chiesto: devo pagare qualcosa? No, no, ma se vuoi lasciare un’offerta, lasciala lì, ma non si deve pagare nulla. Ma ieri sono andato alla parrocchia dove devo fare il permesso per sposarmi, un’altra parrocchia, e mi hanno detto: Sì, sì, domani lo faremo, ma torni con tanto, deve pagare questo, una bella somma”. Almeno l’equivalente di 70 dollari, sarebbero. E lui ha avuto il coraggio, siccome lavorava al centro della città, di entrare in episcopio e chiedere se il vescovo era lì, e lo ha ricevuto; e lui era addolorato e diceva: “Padre, io voglio fare le cose bene: non ho voluto andare a convivere, ci siamo preparati bene per il matrimonio e tutto questo... ma vado alla chiesa e mi fanno...” — “Stai tranquillo, vai domani e quando ti dicono di pagare di’ che sei passato da me e io ho detto che pagherò io”. Quel parroco era un funzionario del sacro. È un esempio brutto ma succede, questo, succede! Con i soldi e anche con gli atteggiamenti. Per favore, state attenti a non diventare funzionari del sacro.

Poi, c’è la cultura contemporanea. Come entro, io, nel mio telefonino, nelle mie comunicazioni virtuali? Voi sapete bene di cosa parlo: cosa cerco di guardare, per curiosità? E voi lo sapete. C’è la cultura contemporanea che entra nella mia anima e la sporca. Poi, c’è l’attrattiva del potere e delle ricchezze: è sempre così. Sant’Ignazio insegna, negli Esercizi, che ci sono tre scalini. Il primo la ricchezza, il secondo la vanità e il terzo la superbia, cioè il potere. Il diavolo entra dalle tasche, no? E mi piacciono i soldi? Mi piace la vanità? Questa è una delle difficoltà. Io sto elencando alcune delle difficoltà della vita sacerdotale, poi ti dirò un po’ della formazione permanente.

La sfida del celibato. Su questo, state preparati perché: “Se io avessi conosciuto questa donna prima di ordinarmi!”. In spagnolo si dice: “tarde piaste”, cioè “te ne sei accorto tardi”. Ma voi siete uomini normali, voi avete il desiderio di avere una donna, per amare. E quando venisse questa possibilità, come reagireste? Voi avete il desiderio di generare dei figli? Non solo spirituali, ma degli altri? Questa è una cosa che abbiamo nella nostra natura data da Dio. E poi, la comodità nel proprio ministero: “ma, se è un po’ più comodo, non farlo con tanto sforzo...”. Queste cose che ho elencato, adesso che voi siete negli studi, sono facili da risolvere; ma poi, nella vita, sarete più soli e queste cose ci saranno. Alcune sono cattive, altre buone; ma ci saranno. E per questo la formazione permanente deve essere così, sempre importante. Non solo per risolvere le tentazioni, ma anche per stare un po’ nell’attualità, nello sviluppo della pastorale, della teologia, della vita della Chiesa. Ma per favore andate sempre ai corsi spirituali della diocesi, ai corsi di aggiornamento e poi, se voi credete necessario, dopo alcuni anni e più, chiedete al vescovo di fare uno o due mesi di formazione; ma sempre, per tutte queste cose che succedono.

È quasi l’ora. Dobbiamo finire. Prima di finire, farò un po’ di pubblicità. [ridono]

Ci sono due libri che vi aiuteranno. Il primo è una Lettera pastorale che ha scritto recentemente il vescovo di Albano: “Custodiamo il nostro desiderio”, parla del desiderio sacerdotale, di come custodire il desiderio. È un gioiello, lo raccomando, è buono. Cercate, questo bisogna leggerlo. Forse si trova in internet, ma leggetelo, perché aiuterà a custodire il desiderio interiore, il desiderio di Dio, il desiderio dell’apostolato, il desiderio buono che ci dà. Allora, questo mi raccomando: è molto buono.

E poi un altro, che viene è appena uscito, da due settimane: “10 cose che Papa Francesco propone ai sacerdoti”. [ridono, ride] Sono semplici. E questo può essere un vademecum: è piccolino, si legge bene ma bisogna rileggerlo per non dimenticarlo.

Vi ringrazio di questa riunione: mi piace tanto incontrarvi; è una delle cose che ci fa bene sempre, incontrarci per aiutarci ad andare avanti nella comunicazione della fede comune. Così Paolo giustifica la Lettera ai Romani, cap. i, versetto 12: comunicare la propria fede per andare avanti.

Pregate per me. Pregate gli uni per gli altri. Pregate per i vostri superiori. Pregate per il vostro vescovo. Che il Signore vi benedica.

Vi invito a pregare l’Angelus: Angelus Domini...

[Benedizione]

Buon pranzo!

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25 agosto 2019

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