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«Padre Carità» il frate che ha trovato Dio nei poveri e nei malati

· A San Giovanni in Laterano beatificato il carmelitano Angelo Paoli ·

«Chi cerca Dio, deve andarlo a trovare tra i poveri. Nell'infermità e povertà si ritrova Dio». In questi pensieri di Angelo Paoli, riproposti dall'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, c'è tutta la vita del sacerdote carmelitano proclamato beato domenica 25 aprile, a San Giovanni in Laterano.

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal cardinale Agostino Vallini, vicario generale della diocesi di Roma e arciprete della basilica lateranense, che all'omelia ha dapprima tracciato un profilo biografico di Francesco — questo il suo nome di battesimo — Paoli: dalla nascita ad Argigliano, piccolo centro della Lunigiana, nel 1642, alla perdita della madre quando aveva solo dodici anni; dall'ingresso nel carmelo di Finizzano, all'ordinazione sacerdotale nel 1671 all'età di 29 anni. «Come per l'apostolo Paolo — ha evidenziato il porporato — la fede era per Angelo Paoli il punto unificante di tutto. Una fede nutrita dall'amore all'Eucaristia, dalla contemplazione della croce del Signore e dalla devozione per la Vergine Maria».

Commentando poi il vangelo della domenica del Buon Pastore, il cardinale vicario ha messo in luce come proprio il beato Angelo Paoli abbia realizzato l'ideale di carità pastorale che vi è racchiuso. La sua, del resto, fu «una vocazione speciale: quella di essere servo dei poveri, nella vocazione sacerdotale e religiosa». Perciò la carità fu «l'impegno, la passione, l'ansia della sua vita». E se come religioso fu chiamato a svolgere molti compiti e uffici — maestro dei novizi, parroco, insegnante di grammatica, sacrista, organista — mai dimenticò l'amore e la cura ai poveri. In proposito il celebrante ha ricordato «le attenzioni che prestò nell'accudire l'anziana nonna, in assenza dei genitori intenti al lavoro dei campi, e la frequentazione dei poveri pastori delle sue montagne, con cui condivise la vita dura e assaporò i sacrifici»; fino a quando, peregrinando in varie città, non si mise alla ricerca incessante di poveri e ammalati per assisterli. Soprattutto a Roma — ha sottolineato il cardinale vicario — «dove l'obbedienza religiosa lo destinò nel 1687, nel convento di San Martino ai Monti, e dove rimase per trentatré anni, fino alla morte.

In particolare il porporato ha parlato delle esperienze vissute dal nuovo beato nell'ospedale di San Giovanni al Laterano, a pochi passi dalla basilica in cui è stato elevato agli onori degli altari. Angelo Paoli si fece promotore di alcune iniziative che anticipano forme di sostegno che oggi definiremo sociale: organizzò «mense dei poveri», raccogliendo quanto trovava in convento o presso i contadini o tra persone benestanti, a cui chiedeva aiuto per le sue opere; prestò assistenza domiciliare alle famiglie disagiate che per pudore non si facevano conoscere, agli ammalati e ai carcerati di via Giulia; esercitò nell'ospedale San Giovanni l'arte di infermiere, medicando le piaghe, accudendo gli infermi, che chiamava «i fratelli di Gesù», aiutandoli a mangiare e provvedendo a tutte le loro necessità, anche le più umili. Aprì anche una residenza — una sorta di casa famiglia ante litteram — per accogliere i convalescenti dimessi dal nosocomio, per un ristabilimento fisico e spirituale, evitando loro l'accattonaggio.

Tutto questo contribuì al diffondersi della fama della sua carità in tutta Roma, tanto che altri chierici, religiosi e laici, anche nobili, gli si affiancarono in questa «sinfonia dell'amore», sebbene «non mancarono pene, incomprensioni, giudizi malevoli, anche da parte dei suoi», ai quali egli «rispondeva sempre con mitezza», poiché «la fede granitica e la fervente preghiera ne avevano temperato il carattere e lo avevano disposto a un atteggiamento incrollabile di fiducia in Dio e di benevolenza verso tutti».

Alla sua morte, avvenuta il 20 gennaio 1720, all'età di 78 anni, il popolo romano diede la prima eloquente testimonianza di quella fama di santità che ora la Chiesa riconosce ufficialmente, tanto che Clemente xi dovette autorizzare il rinvio della sepoltura per permettere alla gente di Roma di potergli rendere l'ultimo saluto. E fu lo stesso Papa a dettare l'epigrafe incisa sulla sua tomba: Pater Angelus Paoli, Pater pauperum, «Padre dei poveri».

A questa stessa iscrizione ha fatto riferimento l'arcivescovo Amato nel suo messaggio per la beatificazione. Il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi si è soffermato in particolare sull'attualità di questa figura che, nonostante tre secoli di distanza, «conserva una straordinaria modernità» e ha individuato i quattro messaggi che «Padre Carità» — così lo chiamavano — consegna oggi a tutti noi. Anzitutto la sua esistenza virtuosa «richiama l'impegno della nostra santificazione», che è compito di ogni battezzato in qualsiasi tempo egli viva e in qualsiasi situazione egli si trovi, come afferma il concilio Vaticano II. Secondo punto: la sua predilezione verso i poveri e gli infermi. «I poveri ci sono e ci saranno sempre — ha commentato il presule salesiano — e non cesseranno mai di bussare alla porta della Santa Madre Chiesa e al cuore misericordioso dei cristiani. Dio ispira in ogni tempo i suoi figli più generosi a soccorrere questi sventurati. L'attenzione fattiva ai poveri e ai malati è un richiamo di grande attualità per tutti noi. È sulle opere di misericordia corporale e spirituale nei confronti dei bisognosi che verterà il giudizio finale». Terzo aspetto: «i Santi sono portatori di valori eterni, come fede, speranza, carità. Pur immersi nel loro tempo, essi vivono con radicalità le virtù evangeliche, diventando modelli che superano la barriera del tempo. San Paolo, san Francesco d'Assisi, il santo curato d'Ars, san Giovanni Bosco si sporgono al di là della loro epoca, diventando nostri contemporanei. Il Giudizio Universale di Michelangelo era bello ai suoi tempi ed è bello ancora oggi. I santi non sono come le foglie secche di un albero autunnale, che cadono con il morire della stagione. I santi sono raggi eterni del sole divino, Cristo Signore, che illuminano per sempre i giorni e le opere della Chiesa».

Infine, la carità del beato Paoli «aveva la sua fonte zampillante nella preghiera e nel sacrificio eucaristico. Padre Carità — ha proseguito l'arcivescovo prefetto — era un innamorato dell'Eucaristia. Restava in adorazione notti intere e dal pane degli Angeli attingeva l'audacia di sfamare centinaia di poveri ogni giorno. In lui, l'Eucaristia metteva armonia tra la preghiera e l'azione; era il ponte della carità tra i ricchi e i poveri. I poveri chiedevano e i ricchi provvedevano. Ed entrambi ringraziavano Dio per i doni ricevuti». E sempre «dal sacrificio eucaristico — ha concluso monsignor Amato — Padre Carità attingeva il suo caratteristico atteggiamento di accoglienza rispettosa e nobile sia dei ricchi sia dei poveri, senza distinzioni di classi, perché la carità non discrimina nessuno».

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