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Una policroma grandezza

· ​In occasione della Pasqua esposto ai Musei vaticani il crocifisso di Alessandro Algardi ·

La croce è il simbolo di noi cristiani. Utilizzata per il martirio di Gesù Cristo è l’emblema della passione, morte e risurrezione del Signore. Nei Musei vaticani la croce è declinata in tutte le sue sfaccettature e simbologie: croce e passione di Cristo, pietà, deposizione, compianto sul Cristo morto, ma anche semplice crocifissione. In essi è inoltre possibile ripercorrere l’intero iter iconografico dell’immagine della croce, dalle prime raffigurazioni paleocristiane (anástasis), alle tante immagini su tavola medievali e rinascimentali, ma anche in luoghi simbolici come nel celebre affresco della Battaglia di Ponte Milvio nella sala di Costantino delle Stanze di Raffaello ( in hoc signo vinces riporta Eusebio di Cesarea), e poi ancora Caravaggio e oltre, arrivando all’arte moderna, a Chagall, van Gogh, Matisse fino a Sutherland. 

Il crocifisso di Alessandro Algardi

In occasione del periodo quaresimale e pasquale i Musei vaticani hanno pensato di offrire ai loro visitatori l’esposizione di un capolavoro di arte barocca: il crocifisso del bolognese Alessandro Algardi, uno dei più abili scultori operanti a Roma negli anni di Bernini.
Nato a Bologna negli ultimi anni del Cinquecento, Algardi si forma nell’ambiente carraccesco, frequentandone l’Accademia e continuando il suo apprendistato nella bottega dello scultore locale Giulio Cesare Conventi. Dopo soggiorni a Mantova e a Venezia giunge a Roma nel 1625, iniziando a lavorare per il cardinale bolognese Ludovico Ludovisi, mecenate e appassionato collezionista di sculture antiche. Per lui Algardi esegue restauri di statue classiche antiche, completando la sua educazione con lo studio dei grandi del Rinascimento romano. Il successo non tarda ad arrivare con numerose commissioni pubbliche.
Eletto principe dell’Accademia di San Luca nel 1639, Algardi è ormai artista affermato che riesce a imporsi ottenendo sempre più frequenti e importanti commissioni. Del 1640 è il gruppo marmoreo raffigurante San Filippo e l’angelo commissionatogli da Pietro Boncompagni per la sacrestia di Santa Maria in Vallicella, sua prima compiuta affermazione nel campo della scultura monumentale. Il successo dell’opera, la «sua bella maniera nel marmo» gli procurano nuove commissioni e onori.
Nel 1644 sale al soglio pontificio Innocenzo X Pamphilj e cambiano gli equilibri. Bernini, scultore prediletto di Urbano VIII, vero e proprio magister in campo artistico, vive un momento di declino. I favori della corte si spostano su Algardi. Inizia così un decennio trionfale, ricco di fama e denso di importanti lavori. Il cardinale nipote Camillo gli commissiona ritratti e opere varie, tra cui sicuramente la più prestigiosa fu la decorazione della villa detta di Belrespiro (1644-1652) fuori Porta San Pancrazio, con i superbi stucchi dal rilievo fluido e mosso, disposti con ritmica e raffinata sensibilità. In previsione dell’Anno santo, nel 1646, l’artista riceve la commissione della grande pala marmorea raffigurante L’incontro di Leone Magno con Attila per uno degli altari della basilica di San Pietro. Negli anni 1646-1650, ancora, realizza la statua in bronzo del Pontefice Innocenzo x del Palazzo dei Conservatori, a cui segue l’ultima commissione affidatagli da Camillo Pamphilj: l’altare maggiore della chiesa di San Nicola da Tolentino, grande impresa realizzata dai suoi collaboratori e per cui il maestro fornì solo i disegni.
Solenni, nobili, perfetti, i ritratti di Algardi accompagnano quasi tutto l’arco temporale della carriera dell’artista. Se ne ricordano di bellissimi come il Garzia Millini in Santa Maria del Popolo, l’Odoardo Santarelli e il Costanzo Patrizi in Santa Maria Maggiore, il Prospero Santa Croce in Santa Maria della Scala, oltre ai tre busti di Innocenzo X di marmo, bronzo e marmo e porfido, conservati insieme con quello marmoreo di Donna Olimpia e Benedetto Pamphilj nella Galleria Doria Pamphilj a Roma.
Nel 1641 il conterraneo Ercole Alamandini commissionò ad Algardi, già trasferitosi a Roma, un grande crocifisso bronzeo per la cappella di famiglia nella chiesa gesuita di Santa Lucia a Bologna. L’opera giunse a Bologna nel 1644, dove rimase nella residenza privata di Alamandini e non arrivò mai alla sua destinazione. Passato per via ereditaria ai Bolognetti, nel 1765 circa, il bronzo è documentato a Roma presso il palazzo di famiglia a via del Corso. Successivamente entrato nella collezione del cardinal Joseph Fesch, è andato perduto a seguito della dispersione della raccolta nel 1824.
Il magnifico crocifisso in esposizione nei Musei vaticani è il modello realizzato dall’artista per la fusione in bronzo. Venne donato dallo stesso Algardi nel 1653 a Vincenzo Monticelli, rettore e cappellano della chiesa di Santa Marta in Vaticano, dove fu posto ancora prima che Cristoforo Segni, maggiordomo di Papa Innocenzo X, facesse costruire la sua cappella sepolcrale per collocarvi l’opera. Rimase lì fino al 1930 quando, a seguito della demolizione della stessa, passò nella omonima chiesa costruita nel Palazzo del Governatorato, appena eretto all’indomani della firma dei Trattati lateranensi.
Il modello è realizzato in argilla non cotta su una struttura in ferro usata come supporto, riempita con paglia. Il modellato è rifinito con un trattamento policromo che ha conferito alla terra cruda maggior solidità e protezione, forse realizzato dallo stesso artista per dare all’insieme un aspetto di scultura finita (il restauro degli anni Ottanta, eseguito nei laboratori vaticani, ha permesso il recupero della cromia originale).
Generalmente gli artisti conservavano il modello fino alla buona riuscita della fusione per controllare le rifiniture della realizzazione in bronzo. Tuttavia, a causa dei materiali fragili e deperibili con cui essi erano realizzati, la maggior parte di questi sono andati perduti: da qui la rarità e preziosità del manufatto. La decisione di riutilizzare il modello come opera d’arte autonoma con l’applicazione di una policromia ne ha consentito il riuso e la sopravvivenza.
L’opera traduce con grande forza espressiva, nell’immobilità del corpo del Cristo morto, accentuata dal lieve movimento del panneggio, la pace della morte e la grandezza del Salvatore. I contemporanei ne tessevano le lodi paragonando l’autore all’antico scultore greco Lisippo, maestro per eccellenza della grande tradizione scultorea ellenistica.
Il crocifisso era stato esposto l’ultima volta nel 1999 in occasione della grande mostra romana su Alessandro Algardi curata da Jennifer Montagu, specialista mondiale dell’artista. Oggi, dopo circa venti anni, il grande Cristo torna eccezionalmente a essere esposto in questa circostanza particolare, nella sala XVII della Pinacoteca vaticana, ormai dedicata alla valorizzazione delle diverse attività scientifiche e dei restauri che si svolgono nei Musei del Papa.
Curata da Alessandra Rodolfo, l’iniziativa rientra in un particolare ciclo denominato Museum at work, che ha già visto, nel corso dell’ultimo anno, l’eccezionale esposizione al pubblico di una pregevole pala del quattrocento umbro, opera di Antonio del Massaro detto il Pastura (1497); del polittico del fiorentino Giovanni Bonzi (c. 1366-1371); della straordinaria Madonna della Cintola di Vincenzo Pagani (c. 1525-1530), così come quella di una raffinata selezione di disegni di Francesco Borromini proveniente dai fondi della Biblioteca apostolica vaticana, in occasione del convegno internazionale di studi per i 350 anni dalla morte del celebre architetto.

di Barbara Jatta

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