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Otto tesi

· Per continuare l’impegno sancito dalla «Laudato si’» ·

Veduta della foresta amazzonica

L’Enciclica Laudato si’ deve continuare a essere letta e studiata, anche dopo più di due anni dalla sua pubblicazione. Si tratta di un documento molto ampio, molto ricco di riflessioni e di provocazioni per l’impegno. Esso raccoglie, riassume e sviluppa ulteriormente molti contributi del precedente magistero dei papi — in particolare Benedetto XVI — e delle conferenze episcopali, di altre autorità cristiane — come il Patriarca ecumenico Bartolomeo i — e religiose, e anche contributi di molte scienze diverse. A partire da esso si può parlare di scienze naturali e sociali, di politica internazionale, nazionale e locale, di economia e di etica, di educazione e di pastorale, di teologia e di spiritualità, di filosofia e storia delle idee, di ecumenismo e di dialogo interreligioso... perciò giustamente nel corso del Simposio l’enciclica è stata definita una vera “Summa ecologica”. Si tratta anche di un documento che coinvolge numerose categorie diverse. Il Simposio stesso ne è stato una dimostrazione con la larghissima partecipazione di 700 persone che hanno non solo ascoltato, ma anche discusso e contribuito attivamente ai gruppi di lavoro: accademici e insegnanti di scuola, politici e amministratori, sacerdoti e religiose, ricercatori e studenti, operatori pastorali e sociali, imprenditori e funzionari di varie istituzioni. Leggere e discutere insieme la Laudato si’ può mettere in cammino un popolo, renderlo responsabile e protagonista del cambiamento per il bene comune, che è esattamente ciò che Papa Francesco desidera.

Non c’è dubbio che la Laudato si’ sia il documento che più di tutti, negli anni recenti, è stato capace di mettere in moto un processo vastissimo di riflessione e di dialogo partecipato. Un dialogo che supera le frontiere che separano abitualmente fra loro discipline scientifiche, popoli, lingue, classi sociali, confessioni religiose... I problemi che vengono affrontati e le domande che suscitano sono urgenti e cruciali, sono questioni di vita o di morte per l’umanità. Più di una volta Papa Francesco dice letteralmente che sono in atto tendenze “suicide”. Gli appelli della comunità scientifica si ripetono sempre più frequenti e preoccupati sui “limiti fisici” del pianeta, che sono pericolosamente vicini od ormai già superati. Le situazioni drammatiche e ingiuste vissute da popolazioni povere e fragili a seguito di crisi ambientali in un numero crescente di aree del globo si impongono sempre più all’attenzione internazionale, dalle piccole isole del Pacifico, alle zone subsahariane in via di desertificazione, alla deforestazione dell’Amazzonia... Il “grido della terra” si unisce al “grido dei poveri” ed è urgente rispondervi.

L’università è per sua natura il luogo proprio del dialogo interdisciplinare nella ricerca e il luogo della formazione delle persone capaci di affrontare in modo competente le sfide concrete materiali, culturali e spirituali della società in cui viviamo. Non vi è quindi luogo migliore per raccogliere gli impulsi di un documento che non può essere approfondito e messo in pratica se non con una prospettiva interdisciplinare. I problemi di cui si parla devono essere formulati e studiati con l’aiuto delle scienze fisiche, biologiche, mediche, sociali, economiche che vengono coltivate appunto nelle università.

I richiami alla responsabilità e la proposta delle motivazioni ideali ci spingono all’azione, ma la cura della casa comune richiede una conoscenza concreta della natura e dello stato delle diverse componenti della casa, della salute di esse e degli abitanti. Una conoscenza scientifica, non puramente sommaria, deve mettere a disposizione dati chiari e precisi, in base a cui si possa procedere a un dialogo serio fra competenti e all’elaborazione di strategie di azione, che devono essere poi verificabili nella loro efficacia. Anche questa conoscenza è una parte essenziale, anzi è una premessa per l’esercizio della responsabilità per la casa comune. L’indice quantitativo che nei decenni passati ha a lungo dominato la scena nelle riflessioni e discussioni sul benessere e sullo sviluppo economico è stato quello del Prodotto interno lordo. Il dogma della necessità e il mito della possibilità di una “crescita” materiale indefinita, collegati a questo modo molto limitato e parziale di calcolare il benessere umano, provocano i gravissimi errori di prospettiva che seguono da quel “paradigma tecnocratico” che la Laudato si’ critica radicalmente come causa dei mali sempre più gravi della casa comune. Perciò è necessario sforzarsi di elaborare le formule di nuovi indici, che siano di aiuto efficace nello studio dei processi di evoluzione dello stato di salute della casa comune e guidino verso il necessario cambiamento del “paradigma” dello sviluppo. Gli studiosi impegnati a livello internazionale e nelle organizzazioni internazionali, che hanno allargato lo sguardo dal campo dell’economia a quello del sociale, hanno già elaborato nuovi indici molto importanti, come l’Indice di progresso sociale (Social Progress Index) e più recentemente un Indice di povertà. Nel corso del Simposio si è avanzata la proposta di un nuovo Indice Laudato si’, basato su un complesso modello concettuale di ecologia integrale umanista, che integra il calcolo di numerose variabili, cercando di rispecchiare il più fedelmente possibile le considerazioni e la visione complessiva offerta dall’enciclica.

Tale Indice, se ottiene un ampio consenso fra gli studiosi, può essere proposto come base per il lavoro di un “Osservatorio”, anzi di una rete di “Osservatori” — costituiti presso diverse università — che lo applichino per studiare e valutare in modo coordinato lo sviluppo della situazione della casa comune in diverse regioni del mondo o in diversi paesi, e anche l’impatto di diverse attività, di istituzioni e comunità, alla luce dei criteri e degli obiettivi che risultano dall’enciclica. Si tratta, in sintesi, di accettare la grande sfida di trovare “strumenti di misura” scientificamente attendibili per valutare, e quindi riorientare in modo permanente il cammino dell’umanità nella direzione di uno sviluppo integrale e di un’ecologia integrale.

La difficoltà di tradurre la “qualità” della vita in termini “quantitativi” è grande, per il rischio continuo di sottovalutare gli aspetti umani e spirituali rispetto a quelli materiali più facilmente misurabili; quindi gli indici sono da sottoporre a continua revisione critica. Tuttavia la sfida sembra da affrontare, nonostante limiti e dubbi, perché i discorsi sulla cura della casa comune non rimangano alla fine troppo generici e astratti.

Il Simposio si è svolto in Costa Rica, e questo non è stato un caso. Il Costa Rica è un paese in cui la sensibilità ecologica è particolarmente elevata, sia da parte delle autorità e delle persone di cultura, sia da parte della popolazione. Vi si sente un certo orgoglio nazionale e un certo desiderio di presentarsi come leader in questo campo. L’ambiente naturale meraviglioso e la storia del paese, che ha da tempo rifiutato non solo la guerra ma anche la stessa esistenza di forze armate nazionali, danno alimento a questi sentimenti positivi. Allo stesso tempo la notevole partecipazione di politici ed economisti costaricensi nelle relazioni e nei gruppi di lavoro ha portato a evidenziare diversi temi concreti del dibattito nazionale su “conservazione o produzione”. Altri interventi hanno acutamente messo in luce le sfide che l’enciclica propone nel contesto specifico latinoamericano, caratterizzato dai più grandi squilibri nello sviluppo socioeconomico, dal maggior tasso di urbanizzazione, dalla maggior ricchezza di biodiversità, dal maggior polmone del mondo: l’Amazzonia.

Se vogliamo salvare la casa comune dobbiamo passare da un “paradigma tecnocratico” — cioè da un sistema in cui le energie della scienza e della tecnica vengono messe al servizio dell’economia secondo idee guida e interessi che ci portano alla distruzione —, a un “nuovo paradigma”, cioè a un sistema diverso di vita, di azione e di valori che miri allo sviluppo integrale e sostenibile delle persone e della società umana nella casa comune. Certamente questo comporta un’azione incisiva e lungimirante nella politica e nell’economia, nella legislazione e nell’organizzazione della società, di cui è necessario parlare e in cui i responsabili di ogni livello di governo e amministrazione sono chiamati ad agire.

Ma la prospettiva della Chiesa e quindi del Papa non è esclusivamente — e forse neppure principalmente — quella di una governance mondiale efficiente e burocraticamente ben organizzata, capace di risolvere i problemi con una moltiplicazione infinita e capillare di leggi e regolamenti. La Laudato si’ insiste quindi molto sull’importanza dell’educazione per trasformare atteggiamenti e comportamenti di ogni persona, senza di che nessuna normativa potrà essere efficace. Il gran numero di educatori, genitori, insegnanti, responsabili pastorali presente al Simposio ha condotto naturalmente a vedere e sentire la centralità di questo aspetto nella chiamata all’azione del Papa. Cambiare il “paradigma” significa necessariamente cambiare lo “stile di vita” delle persone, a cominciare dalla loro educazione.

Evidentemente non vi può essere cambiamento dello stile di vita esteriore senza un cambiamento interiore profondo, del cuore. L’enciclica pronuncia a questo proposito la parola classica e forte che hanno usato i profeti e che ha usato Gesù: «Convertitevi». Se vogliamo salvare la casa comune e noi stessi con essa dobbiamo convertirci! Cambiare cuore e insieme cambiare vita, cambiare il nostro rapporto con le altre creature e le altre persone. Basta questo? Per Papa Francesco e per tutta la tradizione della Chiesa non basta se non rimettiamo in ordine, più profondamente ancora, il nostro rapporto con Dio. Dio è anzitutto il Creatore. Da lui riceviamo la vita e tutte le creature come dono, davanti a lui siamo responsabili e da lui siamo chiamati a custodire la creazione e a collaborare con lui nel conservarla e farla progredire verso il suo fine. Le Scritture ci insegnano la gratitudine, l’umiltà e la lode di fronte a lui, ci insegnano a contemplare la bellezza della creazione e a rispettarne il mistero. Gesù risana i rapporti rovinati dal peccato fra noi e Dio, fra noi e le altre persone umane, fra noi e le creature. Nella celebrazione liturgica, soprattutto nell’Eucaristia, offrendo «il frutto della terra e del lavoro dell’uomo», insieme con Gesù e in lui riportiamo a Dio tutta la creazione riconciliata e guardiamo nella speranza al compimento dell’intera vicenda del mondo e della storia. Nel corso del Simposio diverse relazioni hanno aiutato i presenti a raggiungere una consapevolezza molto più profonda di questa dimensione religiosa e spirituale della “conversione ecologica”, che si traduce in contemplazione, preghiera personale, celebrazione liturgica comunitaria, ascesi quotidiana.

di Federico Lombardi

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20 aprile 2019

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