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Ospite del sultano

· A otto secoli dal viaggio di Francesco d’Assisi in Egitto ·

Nel 2019 ricorre l’VIII centenario del celebre incontro di Francesco d’Assisi con Al-Malik Al Kamil, sultano d’Egitto, che ha ispirato una tradizione sul dialogo, il cui valore per l’attualità diventa sempre più drammaticamente significativo. Oltrepassando le linee dell’esercito crociato, impegnato nell’assedio di Damietta, per recarsi all’incontro con Al-Malik, Francesco d’Assisi è diventato emblema del superamento di steccati tra popoli, culture, religioni.

L’incontro tra Francesco e il sultano (cappella Bardi, basilica di Santa Croce a Firenze)

Allo scopo di celebrare l’evento di Damietta, la Pontificia università Antonianum sta organizzando una serie di convegni, che avranno sede in luoghi significativi per una geopolitica della pace e della convivenza pacifica tra i popoli: Murcia-Granada, Venezia, Roma, Gerusalemme, Damietta e Istanbul. Alla presentazione di questo itinerario di studio sul significato dell’evento di Damietta, la medesima università dedicherà, il prossimo 19 ottobre, la giornata di studio L’ospitalità dell’Egitto. Francesco infatti si presenta ad Al-Malik come ospite e lo stesso sultano si dimostra accogliente e ospitale, offrendogli una moltitudine di doni. Questo atteggiamento del santo umbro non stupisce se si pensa che il centro del suo messaggio, come egli stesso scrive nel capitolo ix della prima regola, è costituito dall’esempio di Cristo pauper et hospes, povero e ospite. Poveri e pellegrini, ospiti e rifugiati costituiscono per Francesco l’immagine concreta del Cristo.

I poveri del suo tempo non sono tuttavia solo coloro che mancano di beni, ma anche quanti si trovano privi dei diritti civili, esclusi, si potrebbe dire, dalla cittadinanza. Sono persone senza mezzi di sussistenza, che per vivere ricorrono a lavori di fortuna ed eventualmente all’elemosina. È significativo notare come invece l’islam del tempo di Francesco si dimostri sensibile verso la necessità dei poveri e quindi anche nei confronti della scelta di povertà professata dai seguaci di Francesco.

A dichiararlo è uno dei suoi biografi, Bonaventura da Bagnoregio, che anzi impiega proprio l’ospitalità di Damietta e quella offerta in seguito ai frati itineranti nelle terre dei musulmani, per mettere a nudo la mondanità di un Occidente attaccato alla ricchezza e al potere, tanto da dichiarare illegittimi i seguaci di Francesco e Domenico che avevano rinunciato a ogni proprietà. Il biografo si riferisce in particolare ai maestri dell’università di Parigi che chiedevano la soppressione degli Ordini mendicanti, proprio in ragione del loro pauperismo: «Una volta alcuni frati si recarono nei paesi degli infedeli e incontrarono un saraceno che, mosso da pietà, offrì loro il denaro necessario per il vitto. Essi lo rifiutarono, e quell’uomo ne rimase meravigliato, perché li vedeva sprovvisti di tutto. Ma quando, finalmente, comprese che non volevano denaro, perché si erano fatti poveri per amor di Dio, si legò a essi con tanto affetto che promise di fornire loro, finché gli rimaneva qualcosa delle sue sostanze, tutto il necessario. È dunque un delitto orribile e nefando, per un cristiano, calpestare questa perla preziosa, che un saraceno ha onorato con tanta venerazione».

Che Francesco si presentasse al sultano come ospite si deduce anche dal fatto che non solo nella prima regola, ma anche in quella ufficiale, cosiddetta bollata, egli prescriveva che i fratelli, entrando in una casa dicessero: Pax huic domui, pace a questa casa.

Il saluto della pace compare spesso nei saluti delle sue lettere, dimostrandosi perciò condizione previa di ogni incontro, sia che questo avvenga mediante uno scritto, sia che avvenga di persona. La pace è per lui il portale d’ingresso nella casa, luogo dell’ospitalità, e via di accesso per ogni relazione, compresa quella con Al-Malik. Non si tratta, dunque, solo di un saluto, ma di una modalità disarmata di presentarsi all’altro, di una modalità di vita, che provoca reazioni e critiche anche all’interno della fraternità minoritica, dove alcuni manifestano disagio nell’adottarlo come stile dell’itineranza apostolica.

L’augurio della pace non è infatti un semplice “non litigate”. Non è nemmeno un’ammonizione contro i vizi che generano conflitti, rivolta unicamente alla sfera interiore. Non si tratta, dunque, di un Francesco pacifista, cioè schiacciato sul livello orizzontale, né di un Francesco spiritualista, predicatore di una conversione unicamente interiore. L’augurio della pace per lui costituisce un’autentica rivelazione di Dio in un contesto di lotte e aspri conflitti da lui stesso sperimentati in Assisi, quale esito dei nascenti comuni italiani. Lo stile pacifico della fraternità minoritica, rivelato dall’Altissimo, come la stessa Regola, se contrasta con la logica del suo tempo — quella dei conflitti tra i comuni — nell’ambiente crociato di Damietta assume una rilevanza particolare proprio a causa di un livello assai più elevato di conflittualità.

L’incontro di Francesco con Al-Malik, che si porta al di là dello schieramento crociato, si dimostra perciò un tentativo estremo di dilatare anche geograficamente il suo messaggio di pace evangelica. Anche l’iconografia primitiva del santo, che nella tavola della cappella Bardi colloca l’episodio dell’incontro con il sultano subito dopo quello della predicazione agli animali, rivela il suo desiderio di stabilire contatti non solo con le creature, bensì con la stessa alterità islamica: un universalismo antropologico, oltre che geografico e sociale.

Le stesse norme circa coloro che vanno tra i saraceni, inserite nel capitolo XVI della prima regola, stesa proprio al ritorno da Damietta, si possono considerare come indicative dell’atteggiamento assunto da Francesco in quel frangente: «I frati poi che vanno fra gli infedeli (...) non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (2, 13)».

Anche definire la sua posizione come contraria alla crociata sarebbe uno sminuire la radicalità della sua proposta, quella appunto di una soggezione assoluta, di una piccolezza assoluta. Qualsiasi “anti”, anche a fin di bene, sarebbe come un cedimento alla logica del potere, a una presunzione, un desiderio di cambiamento altrui, che risulta estraneo a quella rinuncia a ogni dominio professata da Francesco. La sua è un’opzione per una povertà e ospitalità evangeliche che si traducono con la rinuncia a ogni pretesa di dominio, sull’esempio del Cristo pauper et ospes.

di Giuseppe Buffon

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19 marzo 2019

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