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Per osare una via nuova

· L’insegnamento del viaggio papale in Terra santa ·

Della visita del Pontefice in Terra santa è ancora difficile tentare un bilancio. Resta in primo piano la motivazione papale, il desiderio e la volontà di commemorare l’incontro tra Paolo VI e Atenagora, riproponendo con vigore il cammino verso l’unità dei cristiani. Un anniversario che ha fatto riscoprire la grandezza dei primi due protagonisti, la straordinaria fede che li ha sostenuti e guidati: ricordarli insieme è stato quasi un compiersi di questa unità sperata, che i gesti di affettuosa e sincera amicizia fra il vescovo di Roma e il patriarca di Costantinopoli hanno riproposto con la dirompente forza dell’esempio.

Se il dialogo tra le religioni è stato il naturale contorno alla grande motivazione del viaggio, l’insopprimibile bisogno di pace della Terra santa ha fatto il resto. E Papa Francesco, fedele alla preghiera, ne ha dato una visione così elevata e concreta, da permettere di scorgervi un disegno unitario.

Giovanni Battista Montini scriveva, in una lettera ai familiari, che vivere il Vangelo in situazioni difficili richiede «una costanza inflessibile nel vivere pensando il pensiero più complesso: l’evoluzione dell’umanità verso Cristo». In questo pensiero, svolto con umiltà e profonda comprensione, trovo il filo conduttore dell’insegnamento e dei segni che il Papa ci ha donato. Sì, è volato alto Francesco: fuori dalle pastoie quotidiane per poterci immergere nella quotidianità con motivazioni che la rendono in modo diverso vivibile; fuori dal groviglio di ostacoli insuperabili per scoprire e osare una via nuova; fuori da una tristezza che ci rende pesante il cuore per richiamarci la verità del diritto alla gioia. Volare alto non è nascondere i problemi, ma liberarci dalla paura, accettare la sfida, fidarsi del futuro.

Per farlo, il Papa ha scelto il concetto del ricordare. E, insieme a Bartolomeo, lo scrive nella dichiarazione congiunta: l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora «qui a Gerusalemme, dopo molti secoli di silenzio, preparò la strada a un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054». Insomma, purificare la memoria, leggere diversamente il passato, aprirsi a un diverso futuro.

Purificare la memoria è scegliere di ricordare per vivere, per infondere vita in questa terra. Non è dimenticare, non è il vuoto passare oltre. Penso al Magnificat: canto di gratitudine per la salvezza che Dio opera attraverso l’umiltà; speranza concreta del mondo nuovo che è qui e che sarà; fedeltà di Dio che abbraccia le vigili attese di quanti sanno dare concretezza al suo regno. Penso alla profezia di Geremia (14, 17-21), che sembra descrivere la situazione di oggi: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno. Se esco in aperta campagna, ecco le vittime della spada; se entro nella città, ecco chi muore di fame. Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore! Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà. Ma per il tuo nome non respingerci, non disonorare il trono della tua gloria. Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi».

Non mi piacciono le letture politiche del viaggio del Papa: sono inconciliabili con i suoi gesti, con la sua personalità, con «un’umiltà fiera e morbida, ma sincera, ma superiore; una pietà che non cede i suoi impulsi interiori alle infinite distrazioni del di fuori» (Montini). Questo filo della memoria va a comporre una trama che chiama in causa l’uomo, ne esalta le qualità, gli fa credito del bene che può e deve compiere, lo mette in relazione con quell’immagine di Dio che conserva in sé e lo rende fratello degli altri uomini. Il Pontefice si rivolge a tutti e tutti abbiamo bisogno di ricordare chi siamo, a cosa siamo destinati.

Ascoltiamo allora l’invito a non lasciare che il passato determini la vita e attingiamo dalla memoria il dovere verso un diverso avvenire, promuovendo una nuova educazione, perché sempre dobbiamo ricordare chi è l’uomo e il rispetto dovuto al bambino, l’uomo di domani. E ricordare è anche una memoria che passa attraverso la paternità di Abramo, che porta ebrei, cristiani e musulmani alla fratellanza, il dono più bello che la pace potrà portare in questa terra, culla dell’umanità, disperatamente lacerata nel suo irresistibile slancio verso la giustizia e nel bisogno reciproco di perdono. Bisogna leggere i discorsi del Papa attraverso i fili di questo ricordo, perché la purificazione della memoria permette di volare alto e di intravvedere, oltre le nebbie del presente, le strade della pace.

Pierbattista Pizzaballa 
Custode di Terra Santa

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22 agosto 2019

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