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Osa sapere

· In difesa dello studio delle materie umanistiche ·

«La parola è un potente sovrano, poiché con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile conduce a compimento opere profondamente divine. Infatti essa ha la virtù di troncare la paura, di rimuovere il dolore, d’infondere gioia, di intensificare la compassione». Così il filosofo Gorgia da Lentini definiva, nell’Encomio di Elena, quella che forse è l’arma più potente dell’uomo, lo strumento che gli permette di elevarsi rispetto agli animali e di evadere dalla barbara ignoranza.

Nel tentativo di fronteggiare un presente in cui quest’ultima viene costantemente alimentata, Ivano Dionigi — latinista e presidente di AlmaLaurea e della Pontificia Accademia di Latinità — esorta i lettori a non trascurare lo studio delle materie umanistiche, una scelta obbligata se si auspica una nuova rivoluzione dei Lumi. Osa sapere (Milano, Solferino, 2019, pagine 97, euro 7,90) è dunque un atto d’amore, un tentativo di tutela dell’intelligenza, «la prima difesa della democrazia».

Lo sviluppo vertiginoso della tecnologia nel ventunesimo secolo non sembra aver risolto questioni basilari che tutt’oggi ci affliggono: dai diritti dell’uomo alla fame nel mondo, fino all’emergenza climatica legata al surriscaldamento globale. Partendo dall’analisi delle sconcertanti realtà con le quali siamo costretti a convivere ogni giorno, Dionigi cerca l’origine di quella frattura che, se da una parte ha permesso l’avanzamento delle tecnologie, dall’altra ha provocato un appiattimento culturale generale, la cui conseguenza, nonché primo segnale d’allarme, è proprio l’impoverimento e l’ambiguità del linguaggio. «Una delle cause principali della volgarità attuale — afferma — è l’incuria delle parole, che necessita di una ecologia linguistica non meno urgente di quella ambientale». Bombardati da un sistema mediatico in cui le parole — e per effetto le informazioni — subiscono modifiche che ne compromettono il significato intrinseco, saper riconoscere la verità e rimanere illeso dalle numerose insidie del linguaggio diventa un’impresa ardua.

Moltissimi sono nel saggio gli esempi di parole consuete, il cui utilizzo è spesso improprio, come la «parola rifugiato, identificata con clandestino; la parola straniero, deprivata della sua carica umana e sacra di ospite (hospes) e ridotta al nemico (hostis)», o ancora la “parola patria”, la “terra ereditata dai padri”, immiserita a proprietà privata, mentre i suoi frutti, come dice Russeau, sono di tutti ed essa non è di nessuno; la parola popolo, intesa non più come fondamento della res publica ma come esaltazione dei soli diritti e promozione delle pulsioni individuali; quel popolo che, incurante della legge sovrana, eliminerà Socrate; privo di discernimento, preferirà Barabba a Cristo; preoccupato più del plauso che della cura, sceglierà — dice Platone — il retore al medico.

La radice di questo abbrutimento culturale, spiega Dionigi, risale ai decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, il periodo in cui viene alla luce la prima macchina, uno strumento che, modificato e progressivamente perfezionato nel tempo in maniera ossessiva e quasi maniacale, diventerà una parte integrante della vita dell’uomo.

L’euforia scaturita dall’avvento della macchina è rafforzata anche dal riscontro economico immediato e tangibile che essa procura, in netto contrasto rispetto a quello offerto dallo studio delle materie umanistiche. «Allora, sì, la frattura latente si fa conflitto aperto, perché la scienza, alleata dell’industria, richiede “tecnici”, mentre le humanidades — eredi di un modello economico e sociale ormai al tramonto — sembrano produrre solo oziosi “intellettuali».

L’estrema facilità con cui siamo soliti reperire informazioni sul web, così come la rapidità con cui queste ultime — classificabili come ars respondendi — ci giungono, hanno portato la nostra società all’omologazione. Artefici e vittime del nostro destino, ci siamo allontanati dal libero arbitrio, dalle domande di senso, dalla riflessione individuale, da quell’ars interrogandi che stimola il progresso culturale.

Il periodo di stasi culturale coincide con il trionfo della tecnologia, una supremazia, questa, che siamo costretti a pagare con la stessa libertà di pensiero. La nostra creazione, la tanto utile tecnologia, ci ha ormai superati e rispetto a essa siamo ormai obsoleti. «Il Prometeo che è in noi — che a lungo ci ha serviti e protetti — ci ha superati e ci domina, disvelando tutta la potenza del suo étimo: Prometeo, vale a dire “colui che comprende prima”. Ma «Prometeo non salva» — rileva Dionigi — perché la tecnica ha bisogno della politica». Un ritorno allo studio delle materie umanistiche dunque è l’unica via perseguibile per ristabilire l’alleanza tra la cultura della mano e quella del cervello, lo storico binomio che sollecita il cambiamento. La filosofia ci insegna, infatti, che solo un movimento dialettico tra tesi e antitesi, in questo caso tra scienza e sapere umanistico, conduce l’uomo a un sapere completo, la sintesi. Dionigi sostiene che l’università è l’unica in grado di interpretare i nuovi paradigmi e di ristabilire quell’«intesa fra i diversi mondi, linguaggi, saperi» che fino al secolo scorso ha favorito il fiorire di intellettuali dotati di un bagaglio culturale completo. Negli spazi “extraterritoriali” degli atenei — fisicamente inseriti nella polis, ma distanti da essa in quanto patria di una comunità autonoma e internazionale — si svolgono «i compiti della tradizione (tradere, affidare, da trans e dare) e della traduzione (traducere, trasferire, da trans e ducere): nel segno dell’identità la prima, dell’alterità la seconda». L’impoverimento culturale e l’ignoranza di cui l’autore parla nel saggio, dunque, deriva proprio dall’inadempimento di questi due doveri.

Per timore che il dialogo con l’altro possa finire per ledere la nostra identità, «miopi di fronte al domani e sordi di fronte alle voci nuove, pretendiamo che loro, “i barbari”, apprendano la nostra lingua e i nostri codici». Un paradosso se si pensa che, dall’altra parte, ci serviamo della rete quotidianamente per condividere informazioni e scambiare messaggi con miliardi di persone provenienti da tutto il mondo. Nella speranza di evadere da questo isolamento collettivo che ci mantiene incollati dietro a uno schermo e di abbattere i muri che ci separano dalle persone fisiche, Osa sapere è un invito a chiederci chi siamo, quale direzione abbiamo intrapreso e, soprattutto, quale futuro vogliamo costruire.

di Ilaria Pennacchini

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21 gennaio 2020

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