Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Orizzonti
aperti

· Dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina ·

Il volume «L’accordo tra Santa Sede e Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro», curato da Agostino Giovagnoli ed Elisa Giunipero (Città del Vaticano, Urbaniana University Press, 2019, pagine 264, euro 30), viene presentato a Roma, nel pomeriggio di giovedì 26 settembre, dall’arcivescovo Claudio Maria Celli, da padre Federico Lombardi, da Romano Prodi e da Andrea Riccardi. Pubblichiamo di seguito la parte iniziale della prefazione scritta dal cardinale segretario di Stato.

Com’è noto, l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese è stato stipulato il 22 settembre 2018 dopo una lunga e ponderata trattativa. L’intesa raggiunta riguarda essenzialmente la nomina dei vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale. L’Accordo è il frutto di un graduale e reciproco avvicinamento, cui si è pervenuti attraverso un dialogo durato molti anni e segna, perciò, un passaggio rilevante all’interno della lunga storia (Card. F. Filoni, A proposito della Chiesa cattolica in Cina, intervista a «L’Osservatore Romano» del 3 febbraio 2019: «Si possono dire molte cose circa l’Accordo provvisorio sulla nomina dei Vescovi firmato nel settembre scorso, meno che non sia un fatto di portata storica per la Chiesa in Cina») che lo ha preceduto e che, auspicabilmente, lo seguirà.

Tale Accordo può essere realmente compreso, però, tenendo conto non solo dei problemi che chiude, ma soprattutto degli orizzonti che apre nella lunga e sofferta vicenda della Chiesa cattolica in Cina, nonché nei rapporti tra la Sede Apostolica e il “Regno di mezzo”. Infatti, la coscienza del passato, la consapevolezza della complessità del presente e lo slancio verso il futuro sono aspetti inseparabili nel cammino della comunità cattolica cinese, come mette bene in luce questo volume, curato dal prof. Agostino Giovagnoli e dalla prof.ssa Elisa Giunipero. Il testo raccoglie, infatti, contributi di studiosi italiani e cinesi sulla natura e sul metodo del dialogo sino-vaticano che ha condotto alla conclusione dell’Accordo provvisorio, ne analizza il retroterra storico, giuridico e diplomatico, e guarda alle nuove possibilità che si intravedono so-prattutto sul piano ecclesiale e pastorale. Ne emerge un primo elemento di riflessione: l’universalità della Chiesa cattolica non è in contrasto, anzi, favorisce una sana “sinizzazione” del cristianesimo, ovvero una declinazione del messaggio evangelico in prospettiva autenticamente cinese.

Nella storia della Chiesa la Cina ha occupato spesso un posto di grande rilievo. In tempi diversi, l’incontro con questa civiltà originale e differente, che ha saputo dar vita ad una cultura ricca e raffinata e ad una società variegata e complessa, ha spesso interrogato, e in modo profondo, la realtà ecclesiale. La percezione della sua influenza su tutto l’Estremo Oriente ha inoltre reso consapevole chi si è preso cura della missione ad gentes dell’importanza della civiltà cinese. Così, la Cina ha costituito spesso una realtà di singolare rilievo nella riflessione sul rapporto tra cristianesimo e mondo extraeuropeo.

D’altro canto, la città di Roma, crocevia del cattolicesimo, è stata, come attestano le biblioteche e gli archivi vaticani, uno dei luoghi tra i più importanti al mondo in cui sono confluite conoscenze e riflessioni sulla Cina. Da Roma, perciò, anche dopo periodi di incomprensione e lontananza, sono sempre ripartiti tentativi di stabilire rapporti di amicizia con il popolo, la cultura, le autorità della Cina, sulla base del rispetto e della mutua comprensione.

Nel tempo, si è formato quello che si potrebbe definire un “approccio romano” alla Cina, il quale ha inteso riflettere anzitutto l’indipendenza e l’universalità del ministero del vescovo di Roma nella sua peculiare sollecitudine per le Chiese particolari. Se è vero che la geografia influenza sempre la storia, la collocazione di Roma al centro del Mediterraneo ha influenzato anche lo sviluppo della missione cattolica. Ma nei secoli, grazie all’universalità della Chiesa, si è raffinato in Urbe anche un singolare patrimonio di conoscenze, di tradizioni e di esperienze che hanno plasmato una sensibilità aperta ad ogni regione e civiltà del mondo. Perciò, assumere un “approccio romano” significa vivere l’universalità senza uniformità e la comunione senza omologazione. Tutto ciò non vuole esprimere né un progetto di dominio mondano, né tantomeno una forma di supremazia culturale. Nella Chiesa, infatti, il rapporto tra centro e periferia ha sempre avuto una radice profondamente diversa da quella che per secoli ha segnato i grandi modelli politico-istituzionali degli Imperi o degli Stati nazionali, anche se talvolta tali paradigmi hanno influenzato, direttamente o indirettamente, le strutture organizzative cattoliche.

Non si può non rilevare che è stato proprio l’“approccio romano” ad ispirare la famosa istruzione di Propaganda Fide del 1659, che a partire dall’Estremo Oriente estendeva ai missionari di tutto il mondo le seguenti raccomandazioni: «Non compite nessuno sforzo, non usate alcun mezzo di persuasione per indurre quei popoli a mutare i loro riti, le loro consuetudini e i loro costumi, a meno che non siano apertissimamente contrari alla religione e ai buoni costumi. Che cosa c’è infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l’Italia o qualche Paese d’Europa? Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede, che non respinge né lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli [...]. Non fate dunque mai paragoni tra gli usi locali e gli usi europei; cercate piuttosto con tutto il vostro impegno di abituarvi ad essi».

Nella lunga storia degli incontri tra la Chiesa e la Cina, il rispetto della cultura cinese ha svolto un ruolo di primo piano. Ad esso hanno contribuito, tra gli altri, diversi gesuiti, a cominciare da Alessandro Valignano, il quale per primo indicò nella capacità di “adattamento” una priorità per l’evangelizzazione della Cina. Com’è noto, i missionari del xvi e xvii secolo hanno introdotto nella società cinese molte conoscenze occidentali, soprattutto di tipo scientifico, che ne hanno aiutato il progresso. Ma tale metodo di “adattamento” ha anche favorito lo sviluppo di un dialogo interculturale che ha raggiunto vette tra le più elevate. Portare la cultura occidentale in Oriente, infatti, non è stato l’obiettivo prioritario della missione, che è stato invece costituito dall’annuncio del Vangelo e dallo sviluppo dei legami di fraternità che ne scaturiscono, all’interno dei quali l’umanità e la cultura di ciascuno trovano piena valorizzazione. Non a caso, uno dei primi libri scritti da Matteo Ricci in cinese è stato il trattato De amicitia e con alcuni dei suoi discepoli cinesi si è sviluppata realmente una profonda amicizia, come con Xu Guangqi, Li Zhiz-hao e Yang Tingyun, poi divenuti i “pilastri” della Chiesa cinese.

Sono stati proprio quei “pilastri” a promuovere un’inculturazione della fede che, da soli, i missionari non avrebbero potuto sviluppare con altrettanta ampiezza, profondità e credibilità. Si deve a Xu Guangqi l’esplicito collegamento della “nuova evangelizzazione” del XVII secolo con le radici più antiche del cristianesimo, quale “insegnamento luminoso” introdotto in Cina tra il VI e il VII secolo dai monaci siriani impropriamente definiti nestoriani (Cfr. E. Giunipero [ed.], Un cristiano alla corte dei Ming. Xu Guangqi e il dialogo interculturale tra Cina e Occidente, Guerini, Milano 2013, pp. 125-142). In questo modo, il grande letterato di Shanghai collegò l’insegnamento di Xitai il “Maestro dell’Occidente”, il soprannome con cui veniva chiamato Matteo Ricci, ad una presenza del cristianesimo nella società cinese molto antica e perciò tutt’altro che “straniera”. È solo un esempio delle radici di quella “sinizzazione” del cristianesimo che costituisce anche oggi una delle tante sfide che interpellano la Chiesa in Cina, nella linea di ciò che prima del concilio Ecumenico Vaticano II veniva chiamato “adattamento” e che più tardi è stato indicato come “inculturazione” (Nel presente volume sono dedicati a questo tema i contributi di Liu Guopeng, L’indigenizzazione della Chiesa cattolica in Cina e di G. Labella, L’inculturazione: l’esperienza latinoamericana e Papa Francesco). Si tratta di processi che presuppongono la crescita di comunità locali, pienamente radicate in uno specifico contesto storico, sociale e culturale, ma anche autenticamente inserite nella comunione della Chiesa universale.

di Pietro Parolin

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE