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​Orfana di due madri viventi

· ​L'ultimo splendido romanzo di Donatella Di Pietrantonio ·

«Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso».

Georges Sauveur Maury, «Tre bambine al mare» (particolare)

A tredici anni una bambina sale le scale di una casa che non conosce, ma che è la sua. Con una valigia scomoda e un borsone pieno di scarpe confuse, è in bilico sul vuoto. Non sa quello che l’aspetta quando si aprirà la porta dinnanzi a sé, ma non sa più nemmeno come chiamare quello che si è lasciata alle spalle. Di certo c’è solo il nomignolo che i nuovi compagni subito le affibbieranno, l’Arminuta, la ritornata (in dialetto abruzzese).
L’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta appunto (Torino, Einaudi, 2017, pagine 176, euro 17,50) ci riporta nell’Abruzzo degli anni Sessanta. Quella terra aspra, dura ma potente rimasta indelebile grazie anche alle pagine di Ignazio Silone, le cui donne tornano a tratti in mente nell’incontro con alcune figure femminili di questo nuovo racconto, in cui Di Pietrantonio compie un salto di qualità rispetto ai precedenti romanzi.
Figlia di un doppio abbandono (prima ceduta dalla povera famiglia d’origine a una cugina ricca e suo marito che non riescono ad avere figli, e poi restituita quando le cose cambiano), l’Arminuta è dunque orfana di due madri vive e vegete. Il dolore è enorme, la voragine mai veramente colmata. «Dall’angolo più nascosto del piazzale vedevo le finestre illuminarsi e, dietro, l’andirivieni delle sagome femminili affaccendate. Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Alle cinque del pomeriggio ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure».
Eppure l’Arminuta riesce a ritrovare la sua storia. E a restituirsi a se stessa. Ci riesce, di fatto, grazie a quel piede che si ritrova ogni notte in faccia. Perché se gli adulti — le madri soprattutto, ma anche i padri — in queste pagine danno pessima prova di sé, sono i bambini della famiglia che permetteranno alla tredicenne di sentire il calore di autentici rapporti affettivi. Il piede di Adriana, geniale sorella (e vera stella polare del romanzo) che la vita ha addestrato a proteggere chi le sta attorno, via d’ingresso in una famiglia ostile; ma anche la malagrazia di Vincenzo, il bellissimo fratello maggiore che compare e scompare, o gli abbracci bavosi del fratellino piccolo, della cui disabilità la protagonista inizialmente nemmeno si accorge.
Il racconto dell’Arminuta è così anche il racconto di parole cercate ma non trovate («L’altra mia madre»; «La donna che mi aveva concepita»; «Cara mamma o cara zia, non so più come chiamarti»; «Madre del mare»). Ma è soprattutto il racconto del dolore di una bambina che non capisce: e se al primo abbandono è comunque possibile, se non accettarlo, almeno dare un nome (la povertà), è il secondo quello che rischia di destabilizzarla. Pensa agli ultimi tempi, quando la madre adottiva stava male, e così aspetta un funerale che mai ci sarà. Ma se la donna non è morta, allora quale è stata la sua colpa? Perché una colpa ci deve essere stata, se dopo anni in una casa profumata e pulita, questa bimba dagli occhi sgranati sul mondo si ritrova improvvisamente rimandata in una stamberga sporca e promiscua che, di fatto, mai ha conosciuto.
L’incontro tra la bambina e la madre adottiva, dopo mesi di fughe da parte della donna, è una delle scene più forti del romanzo. «Il suo sguardo quando mi ha vista è uno dei ricordi più vivi che conservo di lei e il più dannoso, probabilmente. Aveva gli occhi di chi era presa in trappola e non trovava scampo, quasi fosse riemerso un fantasma a perseguitarla da un tempo sepolto. Ero io, poco più di una bambina, e i bambini non fanno paura».
Per tutti a tredici anni — mentre cambiano il corpo, i desideri, i sogni e le paure — è veramente difficile trovare una risposta alla ricerca della propria identità, ma per chi si ritrova a vivere un cambiamento così violento e radicale ciò appare impossibile. L’Arminuta è figlia della casa profumata e pulita che, prima di respingerla, l’ha resa la bambina che è, oppure è figlia della casa povera e sporca che, pur con tutte le difficoltà, le ha riaperto la porta?
Quell’estate indimenticabile sarà dunque per la tredicenne il tempo della trasformazione: la puzza del sudore diventa solo l’odore del sugo, mentre il letto bagnato ogni notte da Adriana assume i contorni del rifugio di cui ognuno ha bisogno per crescere. E così il suo mondo, improvvisamente sgretolato «come scenografie leggere», riesce a ricomporsi.
«Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate». Salvate dagli adulti. Dalle madri e dai padri.

di Giulia Galeotti

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25 agosto 2019

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