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Ora i film facciamoli vedere

· Dopo i verdetti di Venezia ·

L’assegnazione dei premi del festival di Venezia che si è svolta sabato scorso, riflette la qualità complessiva della rassegna di quest’anno, unanimamente considerata piuttosto alta. Il problema — comune ormai a ogni festival del cinema d’autore degli ultimi anni — sarà semmai far arrivare questi film al pubblico.

Roy Andersson con il Leone d’oro

Non sarà facile per esempio vedere nella sale il film vincitore del Leone d’oro, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson. Quello del regista svedese è infatti un cinema molto stimolante ma anche ostico, che chiede molto alla pazienza e all’attenzione dello spettatore con le sue lunghe inquadrature fisse e la sua frantumazione narrativa. Pur tenendosi sempre vicino al rischio di uno sperimentalismo fine a se stesso, risveglia però il concetto di schermo come territorio di epifanie e piccole meraviglie.

Il Gran premio della giuria è stato assegnato all’americano Joshua Oppenheimer per The Look of Silence, sull’eccidio in Indonesia del 1965. Mentre il premio alla regia è andato al redivivo Andrei Konchalovsky per Le notti bianche del postino. Da sempre in bilico fra est e ovest, fra severo cinema d’autore e singolari puntate verso il cinema di genere americano, il regista russo ritrova la sua vena più sincera dopo il disastroso Schiaccianoci in 3d di pochi anni fa.

La coppa Volpi per le migliori interpretazioni è andata invece ai due protagonisti di Hungry Hearts di Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher e Adam Driver. A conferma del buon momento del cinema italiano ai festival internazionali. Di cui d’altronde era stata già una testimonianza l’assegnazione, sempre al Lido, del prestigioso premio Bresson a Carlo Verdone, quest’anno anche giurato.

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20 agosto 2018

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