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«Ora che sappiamo»: progetto anti-violenza delle Acli (ma la parità interna è lontana)

· Le voci delle donne ·

La determinazione di Agnese Ranghelli, responsabile nazionale del Coordinamento Donne

«Nel mio impegno professionale la fortezza è stata un dono molto utile, ad esempio nell’affrontare temi come quello della violenza sulle donne. Mi sono resa conto che parlarne in luoghi a prevalenza maschile non è facile. Ma come donne delle Acli non potevamo stare a guardare: abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione, sviluppando un progetto sperimentale nell’ambito del servizio civile finalizzato alla conoscenza del fenomeno». Lo racconta Agnese Ranghelli, una vita nelle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli), responsabile nazionale del Coordinamento Donne. «Il progetto si chiama “Ora che sappiamo...” ed è stato avviato nel 2017 in dieci città (Mantova, Bologna, Pescara, Roma, Savona, Ascoli Piceno, Perugia, Salerno, Napoli, Catania); nel 2020 verrà esteso ad altri centri. I ragazzi che svolgono il servizio civile nelle Acli possono scegliere di partecipare a questi percorsi di sensibilizzazione, parlandone agli utenti e distribuendo materiale informativo». È un segnale di come la presenza delle donne nell’organizzazione sia cresciuta «arrivando a far registrare quasi il 50 per cento delle iscritte». Tuttavia, sottolinea Ranghelli «questo non è stato sufficiente a modificare gli equilibri a livello apicale, né a rinnovare profondamente pensieri e pratiche all’interno dell’associazione». Il ruolo delle donne resta questione aperta. «Il mio percorso associativo è iniziato in un momento particolare della mia vita, con la perdita del mio giovane papà. Era la fine degli anni Ottanta, avevo 19 anni, ho partecipato a un’iniziativa promossa dal circolo della mia provincia e ho iniziato a frequentarlo. In seguito, ho preso parte ai corsi di formazione e da lì è iniziato il mio percorso dirigenziale. Le donne però sono poco presenti nei luoghi decisionali. Su 20 regioni solo 2 presidenti (Friuli Venezia Giulia e Valle D’Aosta), su 105 province solo 18 presidenti. All’estero siamo presenti in 23 Paesi, con il servizio di patronato, ma solo in 3 ci sono presidenti donne. E nella “stanza dei bottoni”, in presidenza nazionale, su 14 componenti le donne sono 2: la sottoscritta e la collega che ha la delega a Formazione e Cultura». Una presenza conquistata passo dopo passo che, ricorda Raghelli citando il fondatore Achille Grandi, ha ancora «un grande compito» da svolgere. «Le questioni cruciali, dal lavoro al welfare, dalla famiglia alla vita cristiana, si intrecciano con un processo di progressiva consapevolezza e diffusione delle pari opportunità, della reciprocità tra donne e uomini Acli. Sicuramente l’organizzazione non sarebbe la stessa cosa senza la nostra presenza». Ranghelli sottolinea come l’impronta delle Acli sia stata dall’inizio «marcatamente maschile, come la società in cui erano situate». La sfida, dunque, è contribuire al cambiamento di queste condizioni. «Le donne acliste sono parte viva della Chiesa e sono chiamate, nell’associazione e nella Chiesa, a svolgere un alto servizio, senza subalternità, né sensi di inferiorità, supportate dalla Fortezza di chi sa di essere sale, lievito e luce».

di Tullia Fabiani

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19 novembre 2019

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