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Opporsi all’eutanasia ma anche all’accanimento e all’abbandono

· ​Nel dibattito francese sul fine vita ·

In Francia, dove fervono i lavori degli Stati generali della bioetica, a proposito di un importante documento sul fine vita presentato dal Conseil économique, social et environnemental (Cese), molto atteso dall’opinione pubblica, è avvenuto quello che può apparire a prima vista come un increscioso incidente. Le organizzazioni cattoliche hanno infatti votato in modo diverso: le Associations familiales catholiques (Afc) sono sembrate addirittura a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, mentre altre, quelle giovanili, si sono sfilate dalla decisione dichiarandosi impreparate sul tema.

Non vi è dubbio che la situazione, come è stato denunciato dalle Afc che hanno parlato di «comunicazione sleale», è stata forzata se non addirittura manipolata dai media con il fine di sottolineare una frattura nel mondo cattolico, dove in realtà c’è solo una diversità di pensiero sul modo di affrontare situazioni complesse. Chiarezza sul tema è venuta dalla Société française d’accompagnement et des soins palliatifs (Sfap), associazione per l’accompagnamento e le cure palliative, che ha commentato positivamente i primi dodici punti del documento, quelli cioè che coincidono con la legge Claeys-Leonetti del 2016 e la sua attuazione, mentre ha bocciato i punti 13 e 14, che sembrano contraddire i precedenti proponendo chiaramente interventi eutanasici.

Questo episodio è rivelatore di una situazione bioetica in cui la realtà delle esperienze vissute pone di fronte a situazioni molto complicate e difficili, che possono essere discusse e interpretate diversamente pur nel quadro generale, ma astratto, di una condivisione dei principi della Chiesa in proposito. Non è quindi un caso che siano state proprio le associazioni delle famiglie, i cui membri vivono un rapporto diretto con la realtà, a impegnarsi per un confronto meno astratto e quindi meno aspro. Perché non si tratta solo di un conflitto ideologico, anche se le voci più forti sono quelle di chi invoca l’autodeterminazione di ciascuno a decidere della propria fine, ma di una drammatica situazione reale.

Chi ha accompagnato la fine di un parente, spesso anziano o molto anziano, in un ospedale sa che l’accanimento terapeutico si fa, quasi per obbligo, al fine di evitare eventuali procedimenti legali da parte delle famiglie. Così per cautelarsi gli ospedali seguono minuziosamente i protocolli di cura, che sono uguali per qualsiasi età, per qualsiasi condizione, e in questo modo, fatalmente, allungano la vita, e quindi disagi e sofferenza, per molti malati.

Parallelamente a questa prassi, che nasce da una ben comprensibile esigenza difensiva delle istituzioni ospedaliere, vi è poi la realtà di un’assistenza molto meno attenta alla vita del malato anziano. Dal momento che ormai, come conseguenza della crisi economica, sui medici ospedalieri e soprattutto sugli infermieri grava una mole di lavoro crescente, gli anziani sono spesso dimenticati, trascurati. Si può vedere quindi in atto sullo stesso paziente due processi contrapposti, ma paralleli: accanimento e abbandono. Davanti a questa realtà complessa e dolorosa è positivo che le famiglie cerchino una via di uscita, contraria all’eutanasia ma al tempo stesso contraria anche a questa doppia condizione di accanimento e abbandono.

Fatti salvi i principi generali dell’opposizione all’eutanasia, sarebbe allora opportuno che famiglie e medici lavorassero insieme per affrontare questo problema dal punto di vista reale, concreto, legato alle esperienze di ognuno. Il principio dell’incarnazione vuol dire anche capacità di passare dai valori generali alle situazioni concrete, vere, quelle che incontriamo ogni giorno. E vuol dire soprattutto imparare di nuovo ad affrontare la morte.

di Lucetta Scaraffia

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28 maggio 2018

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