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Opere non parole

· ​All’Angelus il Papa commenta la parabola del Buon Samaritano e invita alla prossimità verso i più bisognosi ·

È nei volti del «bambino affamato» del «migrante che tanti vogliono cacciare via», dei «nonni abbandonati nelle case di riposo» e dell’ammalato «solo in ospedale» che il cristiano di oggi può attualizzare, mettendola in pratica, la parabola del buon samaritano. 

Corinne Vonaesch, «Il buon samaritano» (2001), particolare

Commentandola all’Angelus di domenica 11 luglio, Papa Francesco ha sottolineato come essa indichi «uno stile di vita, il cui baricentro non siamo noi stessi, ma gli altri». Proprio quelli che «con le loro difficoltà, ci interpellano». Anche perché, ha spiegato, se «gli altri non ci interpellano, qualcosa non funziona», qualcosa nel «cuore non è cristiano». Da qui l’invito del Pontefice affinché le donne e gli uomini continuino a porsi la domanda su «chi è il mio prossimo» a interrogarsi cioè se devono amare i parenti, gli amici, i connazionali, i correligionari, oppure — come esige il Vangelo — se ribaltare «la prospettiva iniziale» e non «catalogare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è». Del resto, ha chiarito, «dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile».

Insomma, ha detto il Papa, la parabola del samaritano insegna ancora oggi a «fare opere buone» e non solo a pronunciare «parole che vanno al vento». Infatti solo con le opere, ha rimarcato Francesco, «la fede germoglia e porta frutto». Si tratta, ha aggiunto rivolgendosi ai fedeli presenti numerosi in piazza San Pietro, di domandarsi se «la fede è feconda e produce opere buone, oppure se è sterile, più morta che viva», se cioè si ha la capacità di farsi prossimo a chi è nel bisogno o se più semplicemente si finisce con il passare accanto o al limite con il selezionare la gente che si considera meritevole di aiuto. Per concludere con l’avvertimento che queste domande è bene farsele spesso, «perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia».

L’Angelus del Papa

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22 settembre 2019

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