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Opera al nero

· La critica di Margherita Guidacci all’omologazione contemporanea ·

Le statistiche attestano in aumento il numero delle malattie psichiche in occidente. E non so se nelle sommarie indagini che a volte si leggono sui giornali si tenga conto anche delle depressioni senili, che i medici non di rado sottovalutano, erroneamente. Potrebbe rivelarsi sorprendente un sondaggio comparativo con le altre culture. Ma sicuramente i raffronti segnalano almeno due dati: il primo, che non la ricchezza determina la felicità di un popolo; il secondo, che nel mondo odierno globalizzato si sta viaggiando verso una omogeneizzazione dei fenomeni e questo esponenziale aumento dei disagi si lega alla estrema generalizzata crisi culturale e ambientale. È ampiamente acquisito che una condizione terribile di alienazione e solitudine accomuna, nelle differenze, le più svariate forme di malessere: quelle che hanno nome di attacchi di panico, nevrosi, depressioni, schizofrenie.

Laelanie Larach «Enchanted World of Butterflies» (2018, particolare)

La filosofia in Occidente ne ha preso atto relativamente presto ma fu soprattutto Karl Jaspers che, deluso dalla mancanza di concretezza del sapere, passò per le vie della ricerca scientifica e da medico e psichiatra poté contestare il dogmatismo con cui si tentava di spiegare le malattie mentali riconducendole a processi puramente cerebrali, sino a quando, con l’insanabile frattura della prima guerra mondiale i suoi interessi furono catapultati dalla sfera della vita privata e dalle attività dello spirito “fuori del tempo” a una coscienza “politica”: la guerra «rese anche manifesto quello che prima era in parte velato: le basi e le condizioni di ogni organismo sociale. Quella vita sana e felice che si viveva prima della guerra, quella vita semplice e schietta anche nella sua sublime spiritualità, non poteva mai più ritornare. E la filosofia, nei suoi motivi segreti, divenne più importante che mai» scrive Jaspers nel libro La mia filosofia.

La letteratura ci ha consegnato in tal senso pagine memorabili e per la poesia — infallibile termometro della temperatura psicofisica dell’uomo — merita sempre ricordare Neurosuite di Margherita Guidacci perché l’interpreta con una lucidità di precisione matematica, affondando alle radici delle questioni sino alle loro estreme conseguenze, di portata antropologica. «Il titolo — anticipa lei stessa all’amico Mladen Machiedo che in anteprima lesse alcuni componimenti — le dice già che musica è. È un libro coerente, abbastanza terribile, e scriverlo mi ha dato uno straordinario senso di liberazione. Non ho imitato i modi della follia (voglio dire che non ci sono righe sghembe, né spezzate, né mescolanze arbitrarie di maiuscole e minuscole e simili specchietti per le allodole) ma ho cercato di capirla e d’interpretarla. Ho rivoltato molti sassi, di sotto ai quali sono usciti dei grossi scorpioni; e il fatto che ora siano fuori e non più sotto, il fatto, cioè, di vederli, conoscerli e valutarli, mi dà un sollievo che non le so descrivere. Non mi domando nemmeno se il libro sia bello o brutto, per me è stato una cura, e forse la salvezza. Dovrebbe pubblicarlo Rizzoli» (da Lettere a Mladen Machiedo, a cura di Sara Lombardi, Firenze University Press 2015). Non lo pubblicò Rizzoli, ma Neri Pozzi, senza grande fortuna commerciale, ma con il più alto consenso della critica. Del resto esprimeva un malessere che è prima sociale che personale.

L’opera appartiene alla seconda fase della produzione poetica di Margherita Guidacci che coincide con uno stato di grave sofferenza sul piano psicologico e morale: «Il secondo periodo ebbe inizio traumaticamente (...) con Neurosuite. Fu un libro che io scrissi nel 1968/1969 e fu pubblicato nel 1970. In esso parlavo di un’esperienza di clinica neurologica (...) Questo libro rappresentò il mio Nadir, il punto di maggiore desolazione anche nella vita». In realtà forse proprio a causa di queste dichiarazioni, rilasciate in più occasioni nelle varie interviste, si dedusse che quelle poesie raccontassero una propria esperienza di ricovero, come si legge nella cronologia al volume Le poesie (a cura di Maura Del Serra, Le Lettere, 1999) e nelle successive note biografiche.

Ci fu sicuramente una fase di grave tormento intorno alla metà degli anni Sessanta: l’attestano evidentemente la raccolta Un cono d’ombra (vincitrice del Premio Cervia 1965) e quanto lei stessa ricorda, più tardi, al giornalista Tiziano Minarelli, sia nel merito di questa raccolta — che disse legata al periodo più fallimentare della sua vita — che a proposito del rapporto con la scrittura anche nella corrispondenza (a volte celere, a volte meno): «Niente obbligo, dunque, ma un esercizio di libertà! Va da sé che se, altre volte, non potessi perché ho impegni urgenti con diritto di precedenza, ti farei aspettare (...) come ti farei aspettare se, Dio non voglia, ripiombassi in uno stato di esaurimento come quello che precedette Neurosuite, allora mi veniva da piangere se qualcuno semplicemente mi presentava una cartolina da firmare, tanto era il blocco e il terrore che si era prodotto in me nei riguardi della parola scritta. Ora invece mi siedo alla macchina e le mie mani volano come quelle di un pianista sulla tastiera» (Un carteggio di Margherita Guidacci. Lettere a Tiziano Minarelli, a cura di Carolina Gepponi, Firenze University Press, 2014).

Ma di un ricovero, in casa, non si seppe mai. Né sarebbe stato possibile nasconderlo ai figli più grandi, o alla madre, che con i nipoti aveva una singolare intesa, con il maggiore dei quali non di rado si confidava. Difficilmente le preoccupazioni della nonna sarebbero sfuggite ai figli, i quali conservano vivo il ricordo — ancora dopo oltre venticinque anni — di una madre sorridente, arguta nelle più diverse occasioni, che non fece mai trapelare loro le inquietudini e la sofferenza di certe pagine della sua poesia.

Si sapeva in casa, invece, delle visite che spesso Margherita faceva, negli anni che precedettero la composizione di quei testi, a un’amica per cui si dava molta pena, ricoverata in manicomio a Santa Maria della Pietà.

Margherita scrisse in prima persona quei testi forse anche per mantenere un rispettoso riserbo intorno a coloro dei quali faceva proprio il carico di sofferenza, o con i quali comunque condivideva anche il suo proprio dolore, l’esperienza precoce del lutto, le ferite immedicabili della guerra, impresse nella società stessa, le preoccupazioni, le difficoltà, le inquietudini della vita in famiglia, nel lavoro, nel sociale. E questo fatto può avere ingenerato l’equivoco. Ma l’identificazione con il malato nei momenti di maggiore travaglio personale denota da una parte il grado di com-passione del dolore altrui, dall’altro quella sorta di circolazione del malessere che un’anima sensibile percepisce, quell’intima comunione con gli spiriti vicini per cui il dolore non può mai essere solo di una persona sola. In quel periodo si documentò molto, anche sul piano scientifico, dei disagi e di terapie.

La poesia Non voglio rappresenta — afferma la Guidacci — «uno dei cardini del libro. È una delle più esplicite, forse la più esplicita di tutte nel realizzare il capovolgimento a cui, in fondo, anche le altre tendono; insomma, ad affermare che sono i pazzi quelli che hanno ragione, in una società disumana e soffocante come la nostra. Si impazzisce perché si ha l’impressione che il mondo non sappia che farsene dell’anima né delle sue facoltà più importanti, come per esempio l’immaginazione. Ero arrivata a queste conclusioni per conto mio e poi, quando avevo già finito Neurosuite, mi ha confortato trovarle tali e quali (benché espresse, ovviamente, in forma scientifica e non poetica) nei bei libri di uno psichiatra inglese, Ronald Laing» scrive a Machiedo il 15 giugno 1970. Non è un caso, invero, che Laing sia pervenuto alla teoria dell’antipsichiatria sulla linea dell’esistenzialismo jaspersiano.

Nella massima economia di parole che contraddistingue da sempre la poesia della Guidacci, già l’epigrafe, del resto, mette subito in campo con finissima sottile ironia i termini della questione. La farfalla è condannata per le sue ali, che sono antieconomiche.

Non affiora mai in Margherita quel sottile compiacimento che si trova a volte in certe pagine di Alda Merini. Lei, costi quel che costi, vuole capire; e di quello stato di prostrazione che la bloccò sul piano della scrittura sino a quando non affrontò di petto la cosa proprio iniziando a scriverne, l’opera ci parla direttamente nella coralità di quegli acuti di dolore.

In questa fase si riconoscono nella poesia significative consonanze con la figura biblica che per antonomasia rappresenta il tormento del credente, Giobbe, là dove nella sofferenza psichica e spirituale entra in crisi la fede: «Dimmi, è così perché mi ami / e ti nascondi per mettermi alla prova? / Creder questo sarebbe la salvezza / quando mi sembra che tu non ti curi / di me e neppure vi sia!». Giobbe però gridava al suo “custode”, consapevole della sua attenzione. Egli sapeva di essere messo alla prova: «Se mi prova al crogiuolo», dice agli amici (Giobbe, 23, 10). Nel nuovo contesto, in Neurosuite, si rinnova la terribile esitazione nella radicalità di un dubbio più grave: «mi sembra che tu non ti curi / di me e neppure vi sia!». Così posta però, la poesia Muoio di sete è già preghiera, preghiera di supplica.

Margherita non accetta illusorie consolazioni, sta davanti alla verità sino in fondo nonostante il dolore: «Il nostro crollo non fu il crollo di una casa (...) Il nostro crollo non finiva mai (...) nulla esisteva ormai se non il crollo».

Margherita Guidacci davanti alla sua macchina da scrivere

È questa lucidità con cui “inchioda” la sua pena la consapevolezza che le consente di usare al plurale il pronome di prima persona, di vedere come quella sua sofferenza non fosse solo sua. «Anche Neurosuite aveva una sua coralità: c’era il senso che il male non era soltanto mio (…) doveva guarire anche il mondo se si voleva che guarissero i singoli». Anche il mondo doveva guarire, a partire da quelli vicini: il libro è dedicato «a Bruna a Giulio a Madeleine / a quanti conobbero le acque oscure / agli scampati ai sommersi». E già questa consapevolezza può fare breccia: «Se un mio gesto potesse liberarti, / io pure sarei libera, / ancor prima di te (...) Ho le mani legate e la lingua è muta: / in questo ti somiglio. / Ma la tua anima / è una donna seminascosta dietro / una cortina a piangere in silenzio / mentre sfida la luce delle piazze / il mio indurito demone / che non batte ciglio».

Di questa compagna di dolore Margherita racconterà successivamente a Minarelli: «Anch’io sono sempre immersa in lavori di vario genere, oltre la scuola. E purtroppo in questo momento sono tutti lavori pour le Roi de Prusse (...) Eppure non sono stata capace di dire di no, per motivi affettivi: ora ne sopporto le conseguenze. Uno consiste nell’aiutare il fratello di una poetessa morta a fare una scelta fra più di mille poesie da lei lasciate, in vista di una pubblicazione-ricordo. È una persona che ho conosciuto, e a cui anzi è legata una delle mie poesie di Neurosuite (quella intitolata A una compagna): è una donna che ha sofferto molto».

In nota, a questo punto del carteggio, si legge: «Si tratta di B. (Bruna), la compagna a cui la Guidacci aveva dedicato una poesia di Neurosuite e di cui non si hanno altre notizie». È forse Bruna l’amica che andava a trovare in Santa Maria della Pietà?

Ma nel coraggio e nella verità con cui Margherita riconosce e confessa persino i propri irrigidimenti, prende corpo anche la protesta nei confronti della struttura, delle terapie, di alcuni medici. In qualche modo la poesia si fa voce di chi non ha voce. E gli ultimi due componimenti nascono nella risoluta determinazione di dare un senso al proprio dolore — «Ora darò / a ogni cosa il suo nome / senza arretrare, / qualunque sia la cosa / e qualunque sia il nome / ch’io debbo darle» — sino a trasfigurare in iridescenza, con Ostrica perlifera, il segno della finitudine.

di Anna Maria Tamburini

Da «Neurosuite» (1970)


Non voglio

La farfalla è condannata per le
sue ali, che sono antieconomiche
Osbert Sitwell

Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri
e difficili, ma io vedo chiaro
e so che in fondo sono solamente
metri e gessetti con cui misurate
e segnate — segnate e misurate
senza stancarvi.

Sfilate spilli di tra le labbra, come una sarta:
me li appuntate sull’anima
e dite: «Qui faremo un bell’orlo.
Dopo starai tanto meglio».

Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima!
Se ne ho troppa per entrare nel
vostro mondo,
ebbene, non voglio entrarci.

Sono un poeta: una farfalla, un
essere delicato, con le ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica.

Crollo

Il nostro crollo non fu il crollo di una casa
dove caduta l’ultima tegola, trave o muro,
tutto giace e nell’amaro silenzio
uno pensa (l’incauto costruttore
sulla sabbia): «È finita».
Il nostro crollo non finiva mai.
Come se tutto si ricomponesse
per crollare ancora,
l’ultimo pezzo diventava il primo
e ricadeva senza pausa.
Né eravamo soltanto la materia crollante,
ma l’atto stesso del crollare, vento
della forza che ci squassava, spazio
dove questo accadeva.
Dovunque si spingesse il nostro sguardo,
dentro o fuori di noi,
nulla esisteva ormai se non il crollo.

A una compagna

Se un mio gesto potesse liberarti,
io pure sarei libera,
ancor prima di te.
Se una parola potesse salvarti,
cadrebbe come manna
nel mio deserto prima che nel tuo.
Ho le mani legate e la lingua è muta:
in questo ti somiglio.
Ma la tua anima
è una donna seminascosta dietro
una cortina a piangere in silenzio –
mentre sfida la luce delle piazze
il mio indurito demone
che non batte ciglio.

Ostrica perlifera

Dio mi ha chiamata ad arricchire il mondo
decretandone il semplice strumento:
basta un opaco granello di sabbia
e intorno il mio dolore iridescente!

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