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Omelie lampo

· Giorgio La Pira e le messe dei poveri di San Procolo a Firenze ·

«Questo libro — scrive Nino Giordano — vuole riproporre la grande umanità di Giorgio La Pira che, con semplicità evangelica, parlava ai poveri usando il loro stesso linguaggio». Il volume di cui sta parlando l’autore è Giorgio La Pira. I santi in mezzo ai poveri / Los santos en medio de los pobres (Firenze, Polistampa, 2015, pagine 112, euro 12, con prefazioni di monsignor Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato e Umberto Tombari) con testi in italiano tradotti in spagnolo per ricordare la recente visita di Francesco alla Città del Fiore e rendere omaggio al Papa in modo non formale.

Giorgio La Pira a Firenze negli anni Cinquanta

L’opera di San Procolo, chiamata anche la messa dei poveri, nacque nel 1934 a Firenze su iniziativa di La Pira, dopo un colloquio ispiratore con don Raffaele Bensi, suo padre spirituale e confessore. «Poi furono la guerra e le sue conseguenze a renderla una luminosa realtà d’amore — scrive Giordano introducendo il libro — L’obiettivo era quello di riunire tutti intorno all’Eucaristia domenicale, che era celebrata nella Badia fiorentina nel centro storico della città.

Un popolo intero: giovani, professionisti, deputati, professori universitari, con accanto persone sole e abbandonate, per ritrovare nella preghiera e attraverso il sacramento della Comunione il senso di una vera comunità cristiana».

Il volume raccoglie alcuni estratti dalle orazioni pronunciate dal sindaco terziario domenicano tra i poveri di San Procolo e della Badia prima e dopo la seconda guerra mondiale, tweet ante litteram che condensano nel giro di una frase temi chiave del cristianesimo su cui meditare e riflettere. E, soprattutto, pregare.

«Nessuno capisce che la cosa più importante è pregare — si spazientiva a volte La Pira, parlando liberamente con i suoi amici — quando voi avete bisogno dell’acqua bisogna che andiate a prenderla. Che cos’è la preghiera? È l’acqua, e il campo non fiorisce se non c’è l’acqua. La preghiera è un colpo di remo. Una nonnina di novantasette anni che prega è una potenza».

Un esempio tra i più citati è Giuseppe, il patrono della Chiesa universale. «Cosa fece Giuseppe? — dice il 19 marzo 1959 in occasione della festa del santo — niente, era custode di Cristo, non era professore, non era deputato, era un falegname. È il santo degli artigiani fiorentini. Chi lavora è un uomo santo, l’ozioso è un imbecille. Pregatelo con tutta l’anima». Anche i sacramenti vengono descritti con metafore semplici e concrete: «Quando voi avete i vetri e gli specchi sporchi cosa fate? Li pulite, se no la luce non passa». Sembra una lezione di economia domestica ma è un modo per spiegare a cosa serve la confessione, perché «non c’è nessuno che non abbia un po’ di ombra. Bisogna pregare. E molto».

Ogni occasione è buona, poi per sottolineare il nesso tra la fede e la cultura viva di un popolo: «Pensate, man mano che cresce la fede in lei — la lei di cui sta parlando La Pira è la Madonna, siamo nel gennaio del 1961 — nascono le cattedrali».

La festa di San Pier Damiani, il 21 febbraio, diventa anche la festa del paradiso di Dante: «Quando siete a casa, prendete la Divina Commedia. Se non l’avete, non siete fiorentini, e se non l’avete “noi la vi si compra”». Mentre «di san Sebastiano se ne parla sempre» ma se la sua testimonianza di fede non fosse ancora viva nel presente sarebbe solo un nome scritto sul calendario, un tributo alla tradizione di cui si è perso il significato. A Firenze invece, ricorda La Pira il 20 gennaio 1961, c’è un’antica opera di carità nata sotto il suo patrocinio, «c’è una gran festa alla Misericordia, fondata a Firenze nel 1250 dal popolano Luca Borsi». Leggere le vite dei santi è un modo semplice ed efficace per scoprire l’infinita fantasia di Dio nel raggiungere, consolare, abbracciare ogni singolo essere umano.

di Silvia Guidi

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22 marzo 2019

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