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Oman la sentinella del Golfo Persico

· Il Paese al voto ·

L’Oman, uno degli Stati più stabili e influenti del Golfo Persico, ha conosciuto soltanto parzialmente la stagione delle proteste arabe. Capo sia dello Stato che del Governo è il sultano, il quale nomina un Gabinetto che lo assiste. Nel 1991, il sultano creò un’assemblea consultiva, Majlis Al Shura , con un mandato di quattro anni, sebbene pochi cittadini godessero del diritto di voto. Il suffragio universale per i cittadini aventi più di 21 anni è stato infatti introdotto il 4 ottobre del 2003.

Come ha annunciato il vice ministro degli Interni, Mohammed Al Bousaidi, sabato 15 ottobre viene rinnovato il consiglio della Shura. Sono oltre millecento, fra cui 77 donne, i candidati che si sono registrati presso gli uffici elettorali e che concorreranno per uno degli 84 seggi dell’assemblea.

Come è noto, la regione del Golfo Persico è rilevante da un punto di vista delle risorse energetiche: nel 2002, vi è stato prodotto il 25 per cento del petrolio mondiale. Ma non è solo questo aspetto a fare della regione un luogo della massima importanza. Basta osservare la conformazione della penisola arabica per comprenderne l’insostituibile ruolo di passaggio e collegamento dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, attraverso lo Stretto di Hormuz e il Golfo di Aden. Ne consegue una necessaria stabilità entro il sistema di alleanze internazionali, incentrato storicamente sulla Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Tuttavia, pur se in misura minore, anche in Oman il vento della rivolta araba si è fatto sentire. Le manifestazioni di protesta che si sono avute il 17 gennaio e il 27 febbraio nella capitale Muscate e nella città di Sohar erano però focalizzate sulla richiesta di salari più alti e di un numero maggiore di posti di lavoro, senza chiedere il cambio del Governo.

Dopo i disordini, il sultano Qabus ben Said — capo dello Stato dal 1970, primo ministro dal 1972 e che ricopre anche l’incarico di ministro degli Esteri, della Difesa e delle Finanze — ha promesso che il Consiglio della Shura avrebbe avuto qualche potere legislativo. Come in molti altri Paesi della penisola arabica, anche in Oman vivono lavoratori provenienti da vari Paesi asiatici (soprattutto India, Pakistan e Iran) e il sultano ha promesso la creazione di cinquantamila nuovi posti di lavoro. Inoltre, Qabus ben Said ha annunciato riforme nel sistema del welfare: un salario minimo per i lavoratori del settore privato, un sussidio di disoccupazione mensile aumentato del quaranta per cento (ora pari a 520 dollari statunitensi), la creazione di un organismo di protezione per il consumatore contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e l’aumento delle borse di studio per gli universitari.

In Oman, non è ammessa la costituzione di partiti e sindacati che non siano emanazione del Governo, ma viene incoraggiata la partecipazione al processo politico su base individuale. Il mantenimento di un equilibrio politico tra istanze tribali, religiose e regionali è il caposaldo della vita pubblica e politica e tale compromesso si rispecchia anche nella formazione delle istituzioni nazionali e del Governo.

Nonostante una democrazia limitata, contemperata, però, da aperture sociali (libertà di voto alle donne e libertà civili stabilite costituzionalmente) e politiche concrete, il Sultanato gode di un ampio consenso tra la popolazione locale oltre — in base ai dati della Banca mondiale — a una costante crescita economica.

I forti investimenti nel campo turistico e nella valorizzazione del patrimonio storico-naturale, hanno incrementato la ricchezza del Paese, creando un’indipendenza dall’oro nero, anche se nel 2010 la produzione di greggio è aumentata dell’1,37 per cento rispetto all’anno precedente. L’Oman è dunque alla ricerca di nuove possibilità di espansione dell’economia nazionale (le maggiori risorse finanziarie hanno permesso un potenziamento del programma di sviluppo industriale del Paese) ed è caratterizzato da una invidiabile stabilità politica.

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