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Omaggio a Orvieto

· Un inedito di Cesare Cantù ·

Cesare Cantù

Fra le molte carte già appartenute a Cesare Cantù e finite poi, tramite vari discendenti, nell’archivio della famiglia Nogara, è stato rinvenuto un foglio, stampato dentro una bella cornice floreale intitolato «Orvieto». Si tratta di poche righe (in tutto 54) a firma di Cesare Cantù con la data «gennaio 1891». Nel foglio non vi sono altre indicazioni né indirizzi per comprendere a chi fosse diretto lo scritto: un giornale? una rivista? Neppure nella precisa ed esauriente bibliografia degli scritti di Cantù pubblicata nel 1896, compilata da Antonio Vismara pochi anni dopo la sua morte (11 marzo 1895), ho trovato traccia di questo scritto. Lo si può quindi considerare un inedito. Cantù era nato nel 1804 quindi aveva nel 1891 ben 87 anni, un’età a quell’epoca più che rara e veneranda. Piace pensare che l’illustre storico sia stato preso in quei giorni da nostalgia per la città di Orvieto che certamente aveva più volte visitato e amato, e che gli era parsa, a lui grande estimatore del medioevo, l’incarnazione di tutto ciò che della secolare storia d’Italia egli più amava: le libertà comunali che favorivano la concordia dei cittadini, stretti intorno a una fede profonda che non esitava a manifestarsi nella costruzioni di magnifici templi ove pregare e adorare. Orvieto, certamente, aveva profondamente vissuto quel felice periodo e Cantù non esita a evocarlo, deprecando le smanie di modernità di quella fine del secolo xix che, sull’esempio di quanto fatto a Parigi all’epoca di Napoleone iii, demoliva vecchi quartieri, vicoli, piazze e chiese anche monumentali, per far posto a strade larghe, ampie, uniformi e monotone. Non si è lungi dal vero se si interpreta questo accorato saluto di Cantù alla città di Orvieto come un suo nostalgico addio a un mondo — come l’Umbria — sino a quegli anni rimasto intatto, segreto e immobile e ora turbato da una modernità indifferente al passato e alle sue radici.

D’altra parte, Cantù — giudicato dai contemporanei retrivo, reazionario, nemico della modernità e del nuovo assetto che l’Italia unita voleva darsi — si mostra invece all’avanguardia sui suoi tempi, deprecando l’idolatria per la modernità, lo scarso o nullo rispetto per il contesto che deve circondare i monumenti, spesso anzi vittime di fantasiosi restauri. È qui interessante ricordare quanto scrisse Cantù nel 1872, a conclusione del secondo Congresso artistico italiano di Milano che aveva ampiamento dibattuto il problema del restauro dei monumenti antichi: in quegli anni dominavano in Europa i principi dell’architetto francese Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc secondo il quale il monumento andava riportato a quello che si riteneva, anche senza documentazione, fosse l’aspetto che i costruttori dell’epoca intendevano dargli: di conseguenza il monumento da restaurare era affidato all’intuizione più o meno storica dell’architetto restauratore. Invece, Cantù mostrandosi ancora una volta più moderno dei suoi contemporanei, definiva con parole che anticipano di almeno cento anni le teorie odierne che ispirano, almeno in Italia, la filosofia e le linee direttrici del restauro.

Così infatti scrisse Cantù: «Insomma, conservare tutto e sempre, non rimodernare mai: medicina non chirurgia; riverenza del passato; risarcire, non restaurare; preferire un avanzo diroccato, un cimelio monco al restauro più studiato e vistoso».

Ma veniamo al breve testo di Cantù su Orvieto: «Da una città grande, sebbene provinciale [qui Cantù allude a Milano], che si sta (uso la gentile parola) sventrando, cambiando nome, direzione, ampiezza alle vie, alle piazze, ai palazzi, alle chiese, ai magazzini, per quel che chiamasi far bello o far grande; e dove vanitose magnificenze usurpano il vanto di una metropolitana [qui allude al Duomo], meraviglia del mondo, della quale pure si studiano i miglioramenti, discussi da artisti nazionali e stranieri non ancora riusciti a contentare le teorie degli esperti e le bizarrie dei presuntuosi, io solitario in tanta folla ritorno col pensiero ad una piccola città dell’Umbria che non può essere dimenticata da chi l’abbia vista una volta.

«In quel che per ora chiamano ancora patrimonio di S. Pietro, sul vertice di diroccata collina sorge il modesto Orvieto con appena 9000 abitanti, quasi isolato dalle grandi aggregazioni di persone, di commercio, di coltura e dalle fulminee ferrovie. La Chiana e il Paglia qui vengono a confluire dalla Toscana, mentre ai piedi le scorre il Tevere e gli ubertosi dintorni della città e le ben coltivate colline forniscono, oltre i grani e l’olio, un vino rinomato.

«Ma questo non è il mio ideale; bensì torno a quel tanto rinfacciatomi culto del medio evo, età barbara e oscura, nella quale i cittadini eressero una cattedrale, che è il più gentile edifizio originale del secolo xiii. Tanti l’hanno descritto, massime in occasione dei recenti restauri, che a me basta richiamarmi al pensiero quella facciata di tre frontispizj e quattro obelischi, sorgente da uno stilobate di marmo rosso del paese, al quale parmi ancora di ascendere per sette gradini alternati di marmo e di travertino. Man mano che si sale, cresce la meraviglia per la squisitezza di quelle gugliette, dei fogliami, dei trofei, delle colonnette, dei mosaici, di quei bassorilievi che male si attribuirono a Nicola Pisano e fra cui si elevano mirabili statue di marmo e di bronzo. Non voglio entrare nella elegante architettura dell’interno, dove e la vetriata centrale della tribuna e l’alabastro delle finestre e il battistero tirerebbero troppo a lungo se volessi ricordarne le singolari bellezze. Mi basti applaudire ai cittadini che vollero con rispettosa diligenza riparare i guasti di quella chiesa che io non rivedrò, ma che dovrebbe essere la meta del pellegrinaggio di chiunque ama Parte originale sopraffina, animata da compiacenza patriottica e da sentimento religioso. Comprendo come ai Pontefici fosse caro riposarsi tavolta in questa serena e placida altura, dove Urbano iv erigeva il grandioso palazzo della piazza e Nicola iv nel 1290 la cattedrale, per arte di Lorenzo Maitani specialmente, cattedrale resa famosa in tutta la cristianità per la solenne commemorazione del miracolo del Corpus Domini che vi si perpetuerà coi cantici, onde l’accompagnava Tommaso d’Aquino. Lo storico che deplora i guasti recati da invasioni di stranieri, e purtoppo di paesani, prima di maledire a quelle efficaci irrequietudini, guarda ai tanti edifizi signorili che di Orvieto formano un museo; mentre la devozione ne riverirà il nome finché il grano delle sue convalli e il vino dei suoi colli servano alla mistica transustanziazione».

di Bernardino Osio

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