Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Omaggio alla luce

· Il romanzo come forma per raccontare l’essere umano ·

Sono nato come scrittore con Hermann Hesse, sono maturato con Milan Kundera e mi sono forgiato definitivamente con Franz Kafka. Tra i cento e forse migliaia di scrittori che ho letto durante i miei oltre cinquanta anni, questi tre sono sicuramente quelli che più ho riletto e che più hanno influito su di me. In questo testo spiegherò perché e come hanno influenzato la mia opera narrativa.

Parmigianino, «Uomo che sospende la lettura» (1529, Kunsthistorisches Museum, Vienna)

Come molti adolescenti della mia generazione, tanto nel mio Paese come in altri, ho scoperto la lettura tramite Hermann Hesse. Prima Il lupo della steppa, se non ricordo male. Più tardi Siddharta e Sotto la ruota. Dopo, all’età di tredici, quattordici anni al massimo, mi impadronii delle sue opere complete e le lessi una a una, con un rigore che ancor oggi, ricordandolo, mi commuove. Che cosa mi piaceva tanto di quei libri? Mi sono domandato spesso. Oggi lo so. In un primo momento volevo essere come i personaggi dei quali lì si parlava: volevo essere Harry Haller, Peter Camenzind o Joseph Knecht. Ma presto, molto presto, volli essere non già quelle figure immaginarie, bensì colui che le aveva create. Sono passato così dal volere cambiare la mia vita a, semplicemente, volerla raccontare.

La cosa difficile non è scrivere, la cosa difficile è avere una vita interiore. Se scrivi e hai una vita interiore, prima o poi dalla tua penna escono apprezzamenti, storie o immagini interessanti ed emozionanti. La scrittura non è solo il corpo del pensiero, ma il corpo verbale della vita interiore, della quale il pensiero è solo una parte. L’intensità della letteratura di Kafka proviene dall’intensità della sua vita interiore. Anche Kafka parla della nostalgia dell’unità e dell’abisso della frattura, non potrebbe essere altrimenti. I suoi temi, come i miei, sono anche la poetica, l’erotica e la mistica, cioè, la ricerca della luce nell’oscurità del mondo e la necessità e impossibilità di raccontarlo. Kafka è il meno intellettuale e il più spirituale degli scrittori che conosco: non spiega niente, solo mostra. È un artista puro. Non mi stanco mai di bere dalla sua fonte.

Flaubert assicurava che con i buoni sentimenti non si può fare letteratura. Una solenne stupidità. Non si può fare letteratura senza sentimenti, questo sì, ma se esistono, buoni o brutti, la cosa più probabile è che vogliano trasformarsi in lettere e in storie. La storia della letteratura, in particolare del romanzo, è stata presentata come il racconto di una stagione nell’inferno o come l’entrata nel cuore delle tenebre. È una visione molto piatta, perché l’esperienza umana dimostra che in questa vita ci sono inferni e cieli, luce e oscurità. La letteratura non è solo — e questa è la tesi con cui concludo — un canto alla frattura o un canto alla nostalgia di comunione: la letteratura è anche un canto a quella comunione intravista. La letteratura è anche — e deve esserlo — un umile omaggio alla luce.

di Pablo d’Ors

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE