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​Oltre le vette dell’Olimpo

· L’attualità della cultura classica ·

«I classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati»: così Italo Calvino qualche anno fa scriveva nel saggio che apre Perché leggere i classici, dove richiamava il «piacere straordinario» dell’esperienza della lettura di un classico. Tra le tante sorprese che i classici riservano ai lettori, una in particolare dà molta soddisfazione: quando scopriamo «qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che lui l’aveva detta per primo», siamo sorpresi perché scopriamo un’origine, una relazione, una appartenenza. 

Cornelis van Poelenburgh «Il banchetto degli dei» (1623)

Lo stupore che proviamo a ogni rinnovata lettura ci induce a chiederci: Quali lezioni possiamo trarre dai classici oggi? A questa domanda rispondono, da prospettive diverse e complementari, non soltanto bestseller come Viva il latino (Milano, Garzanti, 2016, pagine 236, euro 16,90) o La lingua geniale (Roma, Laterza, 2017, pagine 172, euro 15), ma anche Fare i conti con i classici. Leggerli, studiarli, amarli di Mary Beard (Milano, Mondadori 2017, pagine 380, euro 25) e Dieci lezioni sui classici di Piero Boitani (Bologna, Il Mulino 2017, pagine 264, 16 euro). A questi vanno aggiunti Con Ovidio. La felicità di leggere un classico di Nicola Gardini (Milano, Garzanti, 2017, pagine 164, euro 15) e Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista di Lucio Russo (Milano, Mondadori, 2018, pagine 225, euro 19).
Tutti questi libri dimostrano che i classici greci e latini godono di ottima salute e che per loro esiste un futuro da cercare sulla terra, tra noi, e non sulle vette dell’Olimpo. Lo conferma la «visita guidata nel mondo classico» proposta da Mary Beard, che accompagna il lettore in un viaggio straordinario e ricco di sorprese dal palazzo di Cnosso alla Gallia di Asterix. L’itinerario si svolge nella forma di un dibattito «sul perché gli studi classici siano tuttora work in progress (…) e sul perché non sia soltanto una questione di “tradizione” ma anche di “avventura” e “innovazione”».
Fare i conti con i classici vuol dire raccogliere «una sfida con la tradizione del mondo greco-romano», interagire e battagliare con quella cultura, partecipare a un dialogo a più voci e quanto mai vivo, in cui quelle nuove rispondono e si confrontano con quelle più vecchie. Per comprendere il modo in cui «rendiamo significativo per noi il mondo antico», la storica di Cambridge parte da due questioni centrali. In primo luogo, sottolinea che il linguaggio culturale degli studi classici e della letteratura classica è componente essenziale e inestirpabile della cultura occidentale; in secondo luogo richiama l’attenzione sulla «nostra “fissazione” sul declino del sapere classico».
Dalle rovine del palazzo di Cnosso alla voce di Saffo, che risuona all’interno dell’ideologia del silenzio femminile per rivendicare il diritto di parlare della propria sessualità e ricavarsi uno spazio per la creatività, alla lettura della Guerra del Peloponneso e della lucida analisi dei rapporti di potere all’origine del fascino che Tucidide esercita ancora oggi sugli analisti di politica estera, fino a Roma dove il Nachleben letterario della congiura di Catilina e della celebre frase di apertura della prima delle catilinarie rivelano l’attualità dei problemi posti da Cicerone, per finire con gli studi che hanno reinterpretato il mondo greco-romano in epoca moderna, Fare i conti con i classici suggerisce come gli autori greci e latini siano parte integrante del nostro modo di pensare noi stessi e la nostra storia. Avventurarsi tra queste opere vuol dire intraprendere un meraviglioso viaggio di esplorazione in un mare che a distanza di due o tremila anni è ancora capace di stupire il lettore, di suscitare in noi la meraviglia ogni volta che in quei libri rinveniamo temi cari alla modernità e ancora attuali.
La meraviglia: da essa ha inizio la filosofia, sostiene Aristotele quando nella Metafisica ricostruisce «la storia di un’avventura intellettuale unica, nella quale la ricerca dell’arché, del principio delle cose, diviene un emozionante, discriminante percorso attraverso le idee e le immagini che hanno formato il nostro pensare». La meraviglia — scrive Piero Boitani in Dieci lezioni sui classici — è la «vera arché dell’umano guardare al mondo» che non appartiene solo al filosofo, ma riguarda anche il filomito, l’amante del mito, cioè il poeta, e in essa si ritrovano lo scienziato e l’artista.
Dalla riflessione sugli inizi, sulle «nascite» e sui primi sviluppi dei generi maggiori vengono le lezioni dei «classici per eccellenza» tra i quali Boitani sceglie Omero, Esiodo, i presocratici, Aristotele, Erodoto, Tucidide, Eschilo, Euripide e Sofocle, Ovidio, senza però dimenticare Socrate, Platone e Lucrezio. All’origine sono l’Iliade e l’Odissea, il «poema della forza e della pietà» e il «romanzo del ritorno». Più tardi con la Teogonia nasce il pensiero, la poesia del Principio che lega l’inizio dell’universo a quello del canto, mentre nelle Opere e i giorni l’accento cade su una sapienza tecnica e morale che Esiodo pone sullo stesso piano di quella mitica, anticipando problemi che saranno poi quelli della riflessione filosofica. Indagare sulla nascita del pensiero, significa ripercorrere un cammino che dai presocratici, che hanno «mostrato appieno lo spirito che li muove verso la ricerca» pur avendo raramente raggiunto le alte vette del canto, conduce al «grande poeta del pensiero e della filosofia»: Lucrezio, il quale nel De rerum natura fa poesia cosmica e canta «l’origine del cosmo persino meglio dei suoi predecessori greci».
La poesia è, certo, più filosofica della storia, come sostiene Aristotele nella Poetica, ma quando nelle Storie di Erodoto leggiamo dei rapimenti delle donne all’origine dell’inimicizia tra greci e persiani sentiamo risuonare la memoria di Omero, mentre assistiamo a «un grande esercizio di mitologia comparata» e ci troviamo di fronte a «uno squarcio di alta critica letteraria». Così Erodoto diventa padre della storia e della «microstoria», come pure della storia romanzata, facendo storia con il rispetto del vero e lo «sviluppo del ragionamento». È aperta così la strada alla «conquista perenne» di Tucidide, il quale dichiara di voler esporre i fatti della Guerra del Peloponneso basandosi sulla natura umana, trovando gli eventi sulla base degli «indizi più evidenti» e riscostruendoli attraverso fatti e discorsi.
Il ricordo della guerra di Troia pare non affievolirsi mai, non scompare dal coro che apre l’Orestea, parole che segnano «il culmine della nascita della tragedia in Grecia». Con la sua trilogia Eschilo fissa il passaggio dalla giustizia del taglione alla legge amministrata in un tribunale umano, segnando un progresso fondamentale della civiltà. La giustizia, nei suoi diversi aspetti, attraversa la tragedia greca, dove è collegata al tema della conoscenza umana che si acquisisce con la sofferenza, e compare in uno dei fatti cruciali della storia dell’Occidente, il processo a Socrate. Questo evento segna l’inizio della filosofia come «altissima testimonianza» di un pensatore che volge l’attenzione all’uomo nell’ambito di una ricerca che si concretizza in un processo e, dunque, al confine con il tema della giustizia.
Questi pochi esempi mostrano a sufficienza come la Grecia del V secolo sia la culla dei grandi temi e dei valori più alti della civiltà umana: la lirica, la storia, la filosofia, la medicina, la democrazia, la tragedia e la giustizia. A questi seguirà l’invenzione di Roma, «faccenda sottile e complessa», consacrata da Virgilio e, una volta divenuta Urbe e Orbe, messa in discussione da Tacito all’alba del cristianesimo.
Tra le ragioni che hanno fatto di Roma «un’avventura unica nel mondo antico, e più tardi in quello medievale e moderno» stanno la costituzione romana, la forza militare, nonché la capacità di inclusione e di accettazione dell’altro. È questa propensione all’assimilazione, la straordinaria forza di attrazione di una politica di accoglienza e tolleranza celebrata da Virgilio nell’Eneide, a far sì che i romani impongano un ordine al mondo e Roma da piccola città-stato diventi capitale di un impero che abbraccia tutto il Mediterraneo. Il nuovo equilibrio sorto con l’affermarsi dell’impero e l’ideale augusteo glorificato dall’Eneide sono in realtà molto fragili e crollano subito dopo la morte di Augusto, quando a un dominio ancora florido e in parte in espansione si affiancano personalità imperiali inclini alla tirannia, al capriccio e alla criminalità.
Nella mutata atmosfera, Tacito dà voce all’antimperialismo e attacca l’ideologia imperiale e il programma politico promosso da Virgilio. Ad Anchise che proponeva ai romani di «stabilire norme alla pace» risponde Calgaco nell’Agricola, quando afferma che quella che essi chiamano pace è in realtà il deserto che fanno nei territori conquistati. L’impero si concretizza in tre azioni, rubare, trucidare, rapinare; il governo dei popoli proclamato dal padre del pio Enea equivale a conquista, dominio, saccheggio: è imperialismo.
Questa cultura ci ha lasciato in eredità Le metamorfosi, poema del divenire e della continua trasformazione, opera di uno dei geni dell’antichità, Ovidio, «primo grande classico postmoderno» che a ogni rilettura ci fa riscoprire la necessità dei classici ma, soprattutto, «la felicità di leggere un classico». È questa, credo, la risposta migliore di classicisti e non al Perché la cultura classica.

di Emilia Di Rocco

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18 agosto 2019

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