Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Oltre le sbarre

· All’udienza generale toccanti testimonianze di carcerati ·

«Francesco ha accolto nella sua casa un ex ergastolano come me, anche se finalmente dopo ventidue anni in cella sono stato riconosciuto innocente: ma se non è un miracolo questo, allora come lo vogliamo chiamare?». Stamani, mercoledì 18 novembre, durante l’udienza generale in piazza San Pietro, Giuseppe Gulotta ha raccontato al Papa la sua storia: «Per trentasei anni sono stato considerato un assassino ma oggi finalmente mi posso abituare a un’altra vita, da uomo libero».

Aveva diciotto anni, nel 1976, quando venne ingiustamente accusato dell’omicidio di due carabinieri in Sicilia. Gulotta ricorda di aver «passato in cella gli anni migliori della vita: e ne ho attesi ben trentasei, fino al 2012, per scrollarmi di dosso questo peso enorme. Come ho fatto a resistere? Ho vissuto di speranza e mi sono nutrito sempre d’amore». Per questo oggi vive proprio come un miracolo — «non ho altra parola», dice — l’incontro con Francesco.

Marcello Viola, in carcere da ventisette anni, sta scontando invece la condanna all’ergastolo. «Per testimoniare il suo percorso anche spirituale», il fratello Franco e le sorelle Mariella e Claudia hanno voluto incontrare il Pontefice. E gli hanno portato due ritratti dipinti in carcere da Marcello: uno raffigura il giovanissimo Jorge Mario e l’altro il Papa in una delle sue più sorridenti espressioni. «Siamo venuti — dicono — per chiedere a Francesco di ricordare nostro fratello nella preghiera e di benedirlo, per sostenerlo nel suo cammino di fede nonostante quella che Marcello chiama la sua “non vita” dietro le sbarre».

E altri ventisette ragazzi, accolti dall’associazione messinese Santa Maria della Strada «per un percorso in alternativa alla detenzione in carcere», si sono stretti oggi attorno al Papa con tutto il loro entusiasmo. «Hanno sofferto molto e provengono da situazioni di grave disagio e di privazioni continue» spiega don Francesco Pati, responsabile delle case di accoglienza diocesane. «Siamo vicini ogni giorno a circa centoventi persone», spiega: «Abbiamo iniziato con i dormitori per i senza fissa dimora e ora assistiamo gli anziani soli e abbandonati, i carcerati, i malati terminali, le ragazze madri, le donne sole, i disabili, le persone che hanno problemi psichici». Anche il solo venire a Roma non è stato facile per un’associazione «che vive di provvidenza» fa notare il sacerdote. «Ci ospita gratuitamente una comunità di religiose che ci ha messo a disposizione la cucina e così noi, da Messina, abbiamo portato da mangiare perché non abbiamo disponibilità economiche».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE