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Contro chi nega l’arte e la creazione

· Un’intervista a Juan Manuel de Prada ·

Pubblichiamo parte di una lunga intervista allo scrittore spagnolo uscita il 16 febbraio su «Alfa y Omega», il settimanale dell’arcidiocesi di Madrid.

Alla fine del 2016 ha pubblicato Mirlo blanco, cisne negro, un romanzo sulla «sopravvivenza di una vocazione letteraria in un mondo in cui a uno scrittore che non aderisce al regime tutto risulta sempre più difficile». Un giorno — anticipa — «scriverò sulla sopravvivenza della mia vocazione religiosa». Ma, parlando dell’immediato, Juan Manuel de Prada (Baracaldo, 1970) ha annunciato che nelle prossime settimane comincerà a lavorare al suo nuovo romanzo, «probabilmente sui primi cristiani». Poi a primavera farà una pausa per pubblicare un dibattito con due buoni amici: Carlos Fernández Liria e Santiago Alba Rico, intellettuali marxisti di riferimento in Spagna. Gli ex autori del programma di tve «La bola de cristal» hanno appena pubblicato rispettivamente En defensa del populismo e Ser o no ser (un cuerpo).
Quanti nomi propri ci sono in «Mirlo blanco, cisne negro»?
Più che nomi propri i due personaggi principali — il giovane scrittore agli esordi e il veterano che si rimette in gioco — sono proiezioni di me stesso, o piuttosto dell’io che potevo essere stato. Appartengo all’ultimo lotto di scrittori che pensava di poter vivere di questo lavoro, imponendosi su una società filistea che non crede più nell’arte. Ma poi è venuta la crisi economica, la crisi del libro... Tante crisi.
L’aver potuto fare della letteratura un mezzo di sussistenza ti conferisce qualche tipo di responsabilità?
Onestamente penso che una società che non dimostra un certo grado di solidarietà o di adesione verso i propri artisti è una società morta. E come scrittore cattolico quello che posso dire è che c’è una tendenza suicida a negare l’arte e la creazione come forme necessarie dell’essere presenti nel mondo.
Alla vocazione di scrittore unisci quella di apologeta e polemista. Il tuo progetto di un libro con Carlos Fernández Liria e Santiago Alba Rico ricorda i dibattiti tra Chesterton e Bernard Shaw, grandi amici con idee spesso opposte.
A me è capitata una cosa misteriosa ma al tempo stesso magnifica dal punto di vista personale: all’improvviso, in mezzo a un mondo che non vuole più entrare in lizza con uno scrittore cattolico, incontri gente che si pone ai margini della società, come te: gente della sinistra marxista che sì, accetta la sfida del dialogo. Carlos e Santiago sono grandi ammiratori di Chesterton, ma soprattutto capiscono che viviamo in un momento in cui un cattolico e un marxista hanno cose di cui parlare, cose di cui forse non possono più parlare un cattolico e un socialdemocratico o un cattolico e un liberale.
Ho trovato in loro amicizia sincera e amore per la verità: un humus umano che ci permette di dialogare, che non ho trovato in altri ambiti ideologici.
Perché?
Credo che il problema nasca soprattutto dopo la seconda guerra mondiale quando Pio xii, di fronte alla paura dell’avanzata del comunismo, abbraccia la democrazia come forma di sopravvivenza del mondo cattolico. Nell’insieme ciò è comprensibile, ma è un errore che finisce col condurci nell’abisso. Come diceva Chesterton, il mondo cristiano costituiva una visione omogenea del mondo che le ideologie hanno infranto. E da allora dobbiamo aderire a visioni frammentarie. I cattolici iniziano a raggrupparsi in fazioni: in alcuni momenti acquisiscono maggiore preponderanza le tendenze liberali, in altri le tendenze socialdemocratiche. È così che abbiamo rinunciato alla nostra voce per impostare voci ideologiche, il che è una schifezza, una triste accozzaglia. Il dramma di noi cattolici è che siamo diventati sale insipido. Se domani prendessimo qualche testo dei vangeli, delle lettere di san Paolo, delle encicliche degli ultimi Papi... e li proclamassimo a gran voce, il mondo si paralizzerebbe e tutte le strutture ingiuste che lo sostengono e lo stanno distruggendo sarebbero fatte a pezzi all’istante. Il problema è che abbiamo smesso di crederci.  

di Maica Rivera e Ricardo Benjumea

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