Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Identità contadina

· ​Paolo VI e la Coldiretti ·

Monsignor Giovanni Battista Montini e Paolo Bonomi, dirigente nella Gioventù rurale di Azione cattolica, si incontrano a Roma in anni bui ma, per altro verso, ravvivati dalla speranza della fine della dittatura. In casa di Giuseppe Spataro, già deputato Popolare, Bonomi conosce Alcide De Gasperi e collabora nella formulazione delle Idee ricostruttive della Democrazia cristiana sui temi che riguardano l’agricoltura. 

Paolo Bonomi

Montini attraverso don Pietro Pavan (grande scienziato della dottrina sociale e futuro cardinale) è vicino ai cattolici che in casa Spataro studiano e si confrontano sul futuro della nazione e, inconsapevolmente, si preparano a divenirne i governanti.
Dopo il 25 luglio del 1943, con la fine delle corporazioni, De Gasperi indica Bonomi al governo Badoglio quale commissario della Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei piccoli coltivatori diretti, che viene scorporata dalla Confederazione fascista degli agricoltori. Il comunista Giuseppe Di Vittorio sarà commissario del sindacato dei braccianti. Per capire la consistenza delle due corporazioni: al 31 dicembre 1934 ai sindacati dell’agricoltura aderiscono 2.658.266 agricoltori (tra questi i coltivatori diretti) e 2.744.072 lavoratori dell’agricoltura (tra questi i braccianti).
Dopo l’8 settembre Bonomi entra nella Resistenza, a capo di squadre “bianche” attive nella campagna romana e si guadagna una decorazione al valore.
Con la liberazione di Roma nel giugno del 1944 nel Cln emerge la volontà di riorganizzare i sindacati nella rinata Cgil, con la guida di Bruno Buozzi (socialista), Achille Grandi (cattolico) e Giuseppe Di Vittorio (comunista). Il 6 giugno 1944, con la firma del Patto di Roma si realizza l’unità sindacale, ma anche una inconfessabile continuità con il sistema corporativo.
Il 30 ottobre 1944 Paolo Bonomi con un gruppo di agricoltori cattolici decide di dare vita alla Coldiretti e di non aderire al Patto. Elabora questa scelta con il consiglio di Montini, che si può considerare come il regista per parte vaticana della nascita della Coldiretti. Paolo VI, ricorda quei momenti all’udienza del 28 aprile 1965 per i 20 anni della Coldiretti quando richiama «alla memoria gli anni ormai lontani del 1944-1945, quando vedemmo sorgere codesta istituzione e ne accompagnammo i primi passi, come testimoni ammirati e commossi della paterna sollecitudine in voi riposta dal nostro predecessore Pio xii». Si intuisce il cammino compiuto che ha al fondamento la convinzione di papa Pacelli — al quale papa Montini con grande umiltà cede tutti i meriti — che le famiglie coltivatrici, di profonda fede cattolica, dovessero essere seguite non solo spiritualmente, per recuperare i ritardi economici e sociali.
La Coldiretti è in quel momento l’unica novità nel panorama sindacale e per la prima volta mette le famiglie coltivatrici al centro del dibattito economico, politico e sociale. Bonomi spariglia i giochi soprattutto delle sinistre, ma la sua iniziativa è accolta con disappunto da Achille Grandi che vorrebbe rafforzare la componente cristiana in Cgil.
Nel 1948 Giulio Pastore segue la strada di Bonomi e fonda la Libera Cgil, poi Cisl, portando fuori anche i lavoratori di ispirazione cristiana. In un sindacato a maggioranza social comunista, con programmi che privilegiano le rivendicazioni operaie e bracciantili, Bonomi intravede con De Gasperi il rischio — e non meno preoccupato è monsignor Montini — dell’annullamento delle istanze della piccola proprietà coltivatrice, considerata nella logica marxista-leninista alla stregua della proprietà latifondista.
Su «L’Osservatore Romano» del 12 febbraio 1985 il cardinale Pavan testimonia i meriti sociali e politici della scelta di autonomia. Racconta il sostegno di Montini a Bonomi e ricorda l’agitazione per le decisioni che nel 1944 si compiono per la ripresa della vita civile e democratica nel Paese e che si forma «un gruppo di persone decise a dar vita a un Movimento sindacale, in cui fossero salvaguardate le peculiarità proprie e più qualificanti di una categoria sociale che nel mondo agricolo-rurale in Italia si era già solidamente affermata: la categoria delle aziende familiari; nelle quali il lavoro si compone di sintesi vitale con la responsabilità imprenditrice».
A confermare la giustezza della scelta, il consenso subitaneo di milioni di famiglie contadine che acquisiscono l’identità di coltivatori diretti e non sono più quell’ectoplasma indefinito e ignorato, tra il latifondo e il bracciantato, di otto milioni di italiani. Ottengono assistenza sanitaria e pensione, ma nel 1950 è la riforma agraria promossa dalla Coldiretti il traguardo più grande che toglie 2,5 milioni di ettari al latifondo improduttivo e li assegna a oltre un milione di piccoli agricoltori, mezzadri e coloni realizzando l’unica redistribuzione di ricchezza avvenuta dall’unità d’Italia.
L’affetto di Montini per Bonomi è sincero. Non sono in molti a potersi vantare dell’elogio che Paolo VI rivolge a lui e alla Coldiretti nel discorso del 27 marzo 1968 a 15 mila coltivatori in San Pietro: «Pochi uomini hanno operato sulla scena della vita pubblica italiana, dopo la guerra ad oggi nel nostro Paese, con pari tenacia, con pari dedizione, con pari chiaroveggenza dei problemi reali, sia nel campo sociale che nel campo economico, come in quello organizzativo, quanto l’onorevole Paolo Bonomi, il quale, vincendo le condizioni dell’avversa salute personale e penetrando con lo studio e con l’azione i bisogni delle classi rurali, ha saputo imprimere alla Confederazione nazionale dei coltivatori diretti una coscienza unitaria ed operosa, che ne fa una delle espressioni migliori e caratteristiche della rinascita moderna della vita nazionale».
Paolo VI, sempre nel discorso del 1968, esorta la Coldiretti a superare le barriere della diffidenza e dell’isolamento per evitare di restare emarginati economicamente. «Non restare ai margini, ma inserirsi sempre più coscientemente nel concerto dell’economia nazionale e sopranazionale, collaborando con genuino spirito comunitario e con forme associative varie, per la rivalutazione del lavoro dei campi e dei suoi nobilissimi prodotti».
Ancora nel 1972 invita la Coldiretti a superare la «barriera dell’isolamento» per collaborare con altre categorie e all’udienza del 20 maggio 1976 incita, senza confusione e strumentalizzazione «al rapporto e al dialogo con le altre parti sociali e politiche».
Il papa afferma che «l’evoluzione della società impone alla vostra confederazione il confronto, soprattutto in campo economico, con gruppi e formazioni sociali di diversa ispirazione ideologica» richiamandosi sempre all’ispirazione cristiana «da conservare, da stimare, da approfondire, da applicare».
La condizioni per porre fine al collateralismo della Coldiretti con la Dc maturano anche per le parole profetiche di Paolo VI. Così come nell’incitamento di papa Montini ad aprirsi al confronto in campo economico c’è una ulteriore profezia del cammino che la Nuova Coldiretti, che nel 2019 celebrerà 75 anni dalla fondazione, porta avanti nei nostri giorni con il progetto Filiera Italia, la nuova realtà di sindacato di filiera che unisce, per la prima volta, la produzione agricola e l’industria italiana.
La Nuova Coldiretti, come quella delle origini che aveva un sogno di riscatto e di sviluppo per otto milioni di italiani delle campagne, è ancora capace di sognare traguardi ambiti per le imprese agricole e per il Paese ed è sicuramente per questo motivo con orgoglio “bonomiana”.

di Nunzio Primavera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE