Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Oltre la logica del profitto

· Il cardinale Bertone a un simposio su economia e finanza ·

È l’etica la parola d’ordine per superare la logica del profitto e inaugurare una nuova stagione di creatività e di impegno civile del sistema economico e finanziario mondiale. «Un imprenditore o si dimostra civile e quindi edifica, con la sua attività, il bene comune, o è incivile se non produce buoni prodotti, non innova, non crea ricchezza e posti di lavoro, non paga le tasse». Non ha usato mezzi termini il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone per riaffermare i valori espressi dalla dottrina sociale della Chiesa. Nell’intervento con il quale ha inaugurato questa mattina, giovedì 16 giugno, i lavori dell’Executive Summit on Ethics for the Business World, presso la Pontifica Accademia delle Scienze — al quale partecipano molti protagonisti della vita imprenditoriale, economica e finanziaria di tanti Paesi del mondo — il porporato si è soffermato sui fondamenti antropologici, spirituali ed etici del fare impresa ed economia, alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, in particolare quello presente nell’enciclica Caritas in veritate .

Il cardinale ha ricordato i vari interventi magisteriali sulla vita economica e lavorativa, attraverso i quali è risultata evidente la consapevolezza che si tratta di una materia sottoposta «come, e forse più delle altre dimensioni della vita umana, a tentazioni di egoismo e di chiusura». Lo sguardo al mondo dell’economia, del lavoro e dell’impresa è comunque «positivo — ha assicurato — come lo è quello a un prezioso luogo di creatività e di passioni civili, una realtà positiva dell’umano che come tutte le altre può avere le sue patologie, ma la cui fisiologia e normalità è buona, civile e umanizzante».

Quindi ha tratteggiato il profilo dell’imprenditore così come configurato nella dottrina sociale della Chiesa. «Innanzitutto come ci ricorda anche la migliore teoria economica — ha detto citando Joseph Schumpeter e Luigi Einaudi — l’imprenditore non è uno speculatore, ma essenzialmente un innovatore». Lo speculatore infatti opera per la massimizzazione del profitto, e l’attività d’impresa è solo un mezzo per il suo fine che è il profitto. Si comprende subito che non è lo speculatore l’idea di imprenditore che la Chiesa indica come protagonista e costruttore di bene comune. L’imprenditore descritto nella Caritas in veritate è infatti un soggetto diverso. «È soprattutto — ha spiegato il segretario di Stato — un innovatore che genera e porta avanti dei progetti: per lui, per lei, per loro, l’attività imprenditoriale non è mai puramente un mezzo o uno strumento, ma è parte dello scopo stesso», perché va oltre la logica del profitto. «Questo “andare oltre la logica del profitto” senza “negare il profitto” — ha precisato — è la grande sfida per un imprenditore che oggi voglia veramente e seriamente porsi come costruttore di bene comune e di sviluppo, che concepisce la sua attività anche come compito e come vocazione».

L’assolutizzazione del profitto è un movente insufficiente in una economia e in una società che oggi hanno a che fare con sfide nuove, tra le quali l’ambiente, i beni comuni e la globalizzazione. E «qui si apre — ha detto ancora il porporato — il grande tema della responsabilità sociale dell’impresa, come sottolineato anche dalla Caritas in veritate: “la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento” (n. 40). Sono tante le teorie etiche di responsabilità sociale dell’impresa, non tutte condivisibili a partire dall’antropologia e dall’umanesimo cristiani, soprattutto quando pratiche di responsabilità sociale sono soprattutto e intenzionalmente uno strumento di marketing», che non mette in discussione i rapporti interni ed esterni all’impresa stessa, la destinazione dei profitti, la giustizia, la partecipazione dei lavoratori. Gli imprenditori che oggi «vogliono prendere seriamente in considerazione la dottrina sociale della Chiesa — ha aggiunto — devono osare di più: non limitarsi a pratiche di responsabilità sociale e/o di filantropia (cose che restano positive e meritorie), ma spingersi in nuovi territori e ambiti». Ne ha indicati due: innovazione/creatività e gestione oculata dei beni comuni.

L’imprenditore — ha detto in sostanza — deve utilizzare il proprio talento di innovazione e creatività per affrontare sfide che vanno oltre l’economia e il mercato. «In particolare — ed è il problema più drammatico cui ha fatto cenno — oggi c’è una crescente domanda di lavoro da parte di interi Paesi che hanno tanti giovani e pochissimo lavoro: occorre innovazione e nuova iniziativa per includere all’interno dell’impresa, dell’economia e del mercato i tanti esclusi. L’economia e l’impresa hanno svolto e svolgono pienamente la loro funzione di costruzione di bene comune quando hanno incluso fasce di esclusione (pensiamo agli operai nelle fabbriche del secolo scorso), e facendo sì che queste persone da problemi diventassero risorse e opportunità, per loro stesse, per l’impresa e la società tutta».

Quanto alla gestione dei beni comuni, come l’acqua, le fonti di energia, le comunità, il capitale sociale e civile e artistico dei popoli e delle città l’impresa oggi dovrà entrare sempre più in campo, «poiché in un’economia complessa e globale non può più essere lo Stato o il pubblico da solo ad occuparsi dei beni comuni, che per una sana gestione hanno bisogno del talento imprenditoriale. Ma proprio per questo, per i beni comuni c’è un urgente bisogno di imprenditori che non abbiano come mero scopo il profitto. Occorrono quindi sempre più imprenditori civili, che puntando all’innovazione, alla creatività e all’efficienza, siano mossi da moventi più grandi del profitto, e concepiscano la loro attività all’interno di un nuovo patto sociale con il pubblico e con la società civile».

L’attività economica e imprenditoriale, se svolta nel senso indicato dalla dottrina sociale della Chiesa, «è inerente all’etica, poiché non si dà bene comune senza imprenditori che, alla luce della Caritas in veritate , dovremmo chiamare “civili”, nel senso che non esiste un imprenditore eticamente neutrale». Il cardinale ha concluso il suo intervento augurando l’inizio di una nuova stagione di creatività e di impegno civile «oggi più che mai importanti e necessari anche per lo sviluppo della riflessione della dottrina sociale della Chiesa che si alimenta anche della vita del popolo cristiano».

I lavori erano stati introdotti dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, al quale si deve l’organizzazione del simposio. Il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, ha fatto gli onori di casa.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE