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Oltre il tango

· Impronte religiose nella musica argentina ·

Vorrei fare una piccola e libera incursione nella dimensione religiosa di alcuni dei musicisti argentini, cercando di varcare lo stereotipo per cui quella terra sia solo la patria del tango. Alla ricerca dell’impronta religiosa e fin liturgica nella musica colta argentina mi ha spinto, a sorpresa, un’esecuzione a cui ho assistito lo scorso anno nello splendido auditorium dell’università Magna Graecia di Catanzaro.

Il compositore di Buenos Aires Alberto Ginastera

Durante un «Cortile dei gentili» furono proposti il Kyrie e il Credo di una Misatango, sottotitolata Misa a Buenos Aires, opera raffinata di Martín Palmeri, un musicista nato nel 1965 nella capitale argentina, ma con origini familiari catanzaresi. La composizione, che è per orchestra, coro misto e mezzosoprano solista, fu eseguita per la prima volta nel 1997 in Lettonia, ed è stata per me un’esperienza straordinaria di intreccio tra la ieraticità del testo sacro e dei moduli musicali liturgici alti col fremito della sonorità popolare latino-americana, in un impasto di rara efficacia e originalità. Nell’organico, oltre al pianoforte, era coinvolto il bandoneón, la particolare fisarmonica quadrangolare, con tastiera su entrambi i lati, inventata in Germania nell’Ottocento, ma popolare in Argentina. Palmeri ha al suo attivo anche un Oratorio de Navidad (2003) e un Magnificat a testimonianza dell’incidenza del tema religioso nella sua opera.

Spinto da questa esperienza, ho voluto risalire ai maestri maggiori del Novecento argentino (quasi tutti nati proprio a Buenos Aires, con l’eccezione di Piazzolla, originario di Mar del Plata, il quale però comporrà nel 1967 un’opera intitolata María de Buenos Aires).

Due sono gli autori ormai codificati a livello mondiale che si sono lasciati tentare da motivi biblici. Alberto Ginastera - che ci ha lasciato un trittico spirituale di grande impatto sonoro che meriterebbe di essere rispolverato e l’originale “Turbae” ad Passionem gregorianam (op. 43), commissionata all’artista dal Mendelssohn Club di Philadelphia e composto nel 1974 – Mauricio Kagel, nato nel 1931 e morto nel 2008, politicamente e religiosamente impegnato nella sua appartenenza alla comunità ebraica. Di questa impronta spirituale è testimonianza anche l’ampio Hallelujah (40 minuti) composto nel 1967-1968 con un coro a 16 parti soliste e un coro parlato.

Certo è che l’Argentina ha la sua identità musicale in alcuni generi tipicamente popolari che fanno parte della temperie culturale e sociale di quel popolo. Sono, però, espressioni musicali cresciute poi fino ad assumere livelli alti e universali. Ancora una volta l’emblema è Astor Piazzolla che creò contaminazioni del tango col jazz in una scrittura personalissima e raffinata, ma che si inoltrò anche in forme più complesse, proprio come Ginastera e Kagel. L’influsso europeo era anche in lui presente, come attesta il suo oratorio El pueblo joven del 1972 per soli, voce recitante, archi e percussione. Nell’organico non mancava il bandoneón: era questa l’impronta nazionale e popolare che assegnava un colore unico anche alla musica “colta” argentina.

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25 marzo 2019

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