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Sul monte Nebo

· Michele Piccirillo dalle ricerche ai romanzi ·

Un mosaico di quindici tessere (una per ciascun capitolo) per raccontare, a dieci anni dalla scomparsa, la figura carismatica di Michele Piccirillo, studioso di fama internazionale, ricercatore indefesso, esperto di geografia biblica, ma soprattutto protagonista in Terra Santa della scoperta e del recupero di numerosi siti archeologici. È il mosaico intessuto da Alberto Friso nel libro La strada del Nebo, Storia avventurosa di Michele Piccirillo francescano archeologo (Milano, Edizioni Terra Santa, 2018, pagine 152, euro 15). Quel monte Nebo, dal quale Dio, secondo il racconto del Deuteronomio, mostrò a Mosè la terra promessa, è lo stesso luogo — scrive nella prefazione Giovanni Claudio Bottini, decano emerito dello Studium Biblicum Franciscanum — dove Piccirillo ha speso le sue energie di mente, cuore e braccia e dove ora riposa accanto al confratello Girolamo Mihaic. E non si tratta di una semplice, per quanto suggestiva, coincidenza geografica. 

Perché se al monte Nebo si tende ad associare, facendo riferimento al testo biblico, il concetto di sguardo che scruta lontano, alla ricerca di nobili obiettivi, parimenti è il termine lungimiranza (usato di frequente da Friso nel corso del libro) a caratterizzare perfettamente la visione spirituale e culturale di Piccirillo, capace di andare sempre oltre la contingenza, il dato statistico, la fattualità del reperto archeologico, per realizzare uno scenario di più ampio respiro: dove si conciliano ardore di fede, passione intellettuale, acribia dello studioso, l’umiltà della ricerca di senso da dare alle cose.
Eppure a sentire lui, era «solo un semplice frate di Terra Santa», un «francescano di Gerusalemme».
Del santo fondatore dei frati minori Piccirillo — capace esprimersi in francese, in inglese e in arabo — apprezzava la concretezza, che si manifestava anzitutto nel mettersi a disposizione, senza riserve, dei piani del Signore. E come ricorda un suo studente salesiano, Mauro Maria Morfino, ora vescovo di Alghero-Bosa, «Il “grande Piccirillo” era “minore”. Non lo nascondeva mai. Portava il saio quando doveva portarlo. Senza fastidio e senza spocchia. Mai come status symbol, arma difensiva o divisa di rango. Lo portava con naturalezza. Lievemente».
Ma più Piccirillo ha cercato di vivere nel segno della sobrietà e del nascondimento, per meglio attendere alle sue multiformi occupazioni e ai suoi variegati interessi, più la sua figura ha calamitato l’attenzione di amici e colleghi. Esemplare, al riguardo, è la trilogia di romanzi gialli di Franco Scaglia (Il custode dell'acqua, Il gabbiano di sale, L’oro di Mosè) che hanno per protagonista il custode di Terrasanta padre Matteo, la cui figura apertamente si ispira a Piccirillo, dal quale mutua la passione per la ricerca archeologica, l’inesausta sete di cultura e di nuove conoscenze, come pure un’indole avventurosa che lo coinvolge in situazioni delicate e ad alto rischio, con Gerusalemme e il difficile dialogo tra israeliani e palestinesi a fare da sfondo.
Nel tessere gli elogi di Piccirillo, figura “fuori dal comune”, Scaglia soleva dire che «c’è sempre prima la Provvidenza, poi la Scienza, e quando Provvidenza e Scienza si incontrano come è accaduto nella sua vita, c’è la possibilità di passare alla storia».
E alla luce dell’altissima stima e considerazione accordata unanimamente alla vulcanica e illuminante opera di Piccirillo, si può ben dire, senza ombra di dubbio, che tale possibilità si è finalmente realizzata. Un’opera di cui rappresentano una parte significativa anche i numerosi contributi che egli scrisse per «L’Osservatore Romano», con i quali, attraverso una scrittura limpida e incisiva, dava conto di importanti scoperte archeologiche avvenute in Terra Santa, come pure di scavi e di ricerche in atto. Contributi che al tempo stesso sono testimonianza dei diversi ambiti in cui i suoi studi andavano a scavare, e non solo in senso letterale: dall’archeologia bizantina a quella islamica, dai mosaici all’epigrafia, dal restauro alla museologia.
Piccirillo era ben consapevole e orgoglioso della sua appartenenza a un’istituzione, quella della Custodia in Terra Santa, ricca di storia e gravata di eccezionali responsabilità: un’istituzione caratterizzata e impreziosita da personalità che hanno spesso la loro cultura e la loro stessa vita nel lavorare e promuovere iniziative per lo sviluppo dell’archeologia in Israele, nei Territori palestinesi, in Egitto, in Giordania, in Libano e in Siria, ovvero nelle aree dove la Custodia è presente.
Autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche, con saggi e articoli su diverse riviste internazionali specializzate (in cui illustrò le ricerche storiche e archeologiche condotte per circa venticinque anni), Piccirillo si distinse anche come organizzatore e sostenitore di importanti attività culturali, come le “Scuole dei Mosaici” di Madaba e Gerico, promuovendo nel contempo il rispetto e la collaborazione tra le diverse culture e religioni, in luoghi spesso segnati dalla guerra.
È nei primi anni Settanta, dopo essersi laureato a Roma in archeologia, che Piccirillo intraprese le prime campagne di scavi. L’attività di archeologo investì molti paesi del Medio Oriente e il primo ritrovamento di rilievo avvenne proprio sul Monte Nebo quando, nel 1976, durante i lavori di restauro delle rovine del santuario di Mosè, ulteriori scavi portarono alla luce la cappella del Battistero, con preziosi mosaici risalenti al quarto secolo. E nel 1986 dette inizio alla prima campagna di scavi ad Umm al-Rasas, che identificò con la città biblica di Mephaat (fortezza moabita citata nella Bibbia nei libri di Geremia e Giosuè) dove nel complesso delle chiese di santo Stefano rinvenne pregiati mosaici risalenti a un periodo compreso fra il sesto e l’ottavo secolo. Le campagne di scavi da lui dirette finirono per rivelare un complesso archeologico così vasto e rilevante che l’Unesco lo inserì, nel 2004, fra i patrimoni dell’umanità.

Nel ripercorrere il lungo cammino dell’archeologo francescano è dato di apprezzare quello spirito tipico del pellegrino che, animato dall’ansia di ricerca, sa trovare sempre qualcosa di nuovo anche nel luogo a lui più familiare. Ed è per questo motivo che Piccirillo non finì mai di studiare il monte Nebo, e di scavare nell’area: sapeva, infatti, che per conoscere in profondità le cose, una vita non basta. Al riguardo torna alla mente quanto il pittore giapponese Hokusai soleva ripetere in merito alla sua ricerca interiore: «A tredici anni sapevo dipingere un paesaggio, a venti un albero, a quaranta un ramo, e oggi, a sessanta, una foglia». Con Piccirillo si è di fronte dunque a un paziente lavoro di scavo che non si esaurisce nel rinvenimento di preziosi reperti archeologici, ma che s’identifica in un’indagine insieme spirituale e intellettuale, diretta a cogliere l’essenza e il cuore delle cose, di ogni cosa.

di Gabriele Nicolò

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22 agosto 2019

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