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Oltre i luoghi comuni

· I monaci d’Occidente tra tarda antichità e alto medioevo ·

Chi ha letto il capolavoro di Rabelais ricorderà senza dubbio il momento in cui Gargantua offre come ricompensa al frate Jean des Entommeures, che l’aveva aiutato nella guerra contro Pricochole, una tra le abbazie di Bourgueil e di Saint Florent. All’invito, però, il monaco oppone un netto rifiuto, dicendosi incapace di provvedere alla cura e al governo di altri, lui che è non è in grado nemmeno di governare se stesso, e chiedendo a Gargantua di dargli la possibilità di istituire un’abbazia ex novo. Ecco allora che viene scelto come luogo di fondazione la terra di Thélème, posta lungo il corso della Loira, a due leghe della foresta di Port Huault. 

Anzitutto, Gargantua e il frate stabiliscono che non vi sia alcun muro a delimitare l’esterno dell’abbazia per evitare dicerie, invidie e complotti e che, invece dei malfatti e dei tarati che popolano solitamente i monasteri, si accorderà l’ingresso soltanto a giovani, uomini e donne, di bell’aspetto e di buon carattere, che vestiranno alla moda e non saranno costretti a rispettare i voti di castità, povertà e obbedienza, ma avranno la possibilità di sposarsi, accumulare ricchezze e vivere in piena libertà. L’abbazia non sarà quindi un tetro luogo di lavoro e penitenza, ma uno spazio confortevole e piacevole: di forma esagonale, si comporrà di sei piani e di più di novemila stanze, ospiterà magnifiche biblioteche con opere in diverse lingue, meravigliose scale a chiocciola con gradini in porfido e marmo, gallerie con straordinarie pitture, teatri, ippodromi, piscine, giardini, luoghi per giocare alla pallacorda e al pallone, per tirare con l’arco e con la balestra, nonché uno splendido parco ricco di selvaggina. In definitiva, i telemiti dovranno vivere in modo contrario rispetto a tutti gli altri ordini esistenti, poiché la loro regola sarà una non-regola: «Fa’ ciò che vuoi».
Con questo tentativo di capovolgimento dell’intera storia del monachesimo, e con gli interrogativi che esso suscita, si sono confrontati autorevoli interpreti, da Étienne Gilson a Lucien Febvre fino a Giorgio Agamben, il quale qualche anno fa nel saggio Altissima povertà (2011) ha affermato che Thélème costituisce sì una parodia, ma una parodia talmente seria e ben congegnata da far pensare che Rabelais possa aver compreso più di taluni esegeti i meccanismi profondi che stanno alla base della vita delle comunità monastiche. Mi sembra che la curiosa storia raccontata da Rabelais possa fare da sfondo anche a un prezioso libro pubblicato di recente da Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli IV-IX (Roma, Carocci, 2018, pagine 201, euro 17), che non si limita a proporre una sintesi della storia del monachesimo occidentale tra tarda antichità e alto medioevo, ma presenta un’indagine accurata del monachesimo inteso quale fenomeno insieme religioso e sociale, riuscendo ad evitare alcuni luoghi comuni che continuano a caratterizzare la storiografia sul tema (soprattutto la selezione delle fonti e l’utilizzo di categorie anacronistiche) e a impiegare in modo efficace strumenti concettuali presi a prestito dalla filosofia e dalla sociologia. E proprio qui credo che stia uno dei punti di forza e degli aspetti originali del volume. Alciati, ad esempio, si serve a più riprese del concetto foucaultiano, e prima ancora nietzschiano, di genealogia per sottolineare come la ricerca delle origini costituisca una delle preoccupazioni che assillano maggiormente tutti gli autori di racconti biografici sui monaci, nonché una fonte di possibili tensioni e contrapposizioni. Mentre Girolamo riconosce il primo abitatore del deserto egiziano non in Antonio, ma in Paolo, di cui compone tra il 377 e il 379 una vita, Cassiano ne Le istituzioni cenobitiche (2000) prova addirittura ad andare più indietro, saldando la storia del monachesimo con la storia apostolica e facendo dell’evangelista Marco, primo vescovo di Alessandria, l’iniziatore di questa particolare forma di vita. Una parabola che si rispetti deve avere non solo un inizio, ma anche un culmine, probabilmente rinvenibile secondo Alciati in Martino di Tours, che stando al suo biografo Sulpicio Severo supera tutti i suoi predecessori in virtù: non solo pratica una povertà radicale, riceve visite angeliche e prevede il momento della propria morte, ma è persino in grado di risuscitare i morti.

Altrettanto rilevante appare l’insistenza di Alciati sugli spazi e i luoghi abitati dai monaci, con riferimento al Michel de Certeau de L’invenzione del quotidiano. Si tratta senza dubbio del deserto, che, come ha ricordato Jacques Le Goff, non può essere pensato semplicemente in contrapposizione all’ambiente urbano, e delle isole, ma anche di un processo che solo di recente sembra essere stato adeguatamente valorizzato, vale a dire l’ampio riutilizzo di strutture edilizie preesistenti, quali le villae, che nella tarda antichità probabilmente non indicano tanto residenze aristocratiche del contado, ma unità produttive o porzioni di fondo coltivate da fittavoli. In alcuni casi gli storici sono fortunati, potendo disporre di fonti scritte e attestazioni archeologiche, come avviene per il Vivarium di Cassiodoro a Squillace, in Calabria, di cui si conoscono le vasche per l’allevamento di pesci destinati al sostentamento della comunità. In altre circostanze, invece, si può contare soltanto su testimonianze letterarie, come quelle fornite da Gregorio Magno a proposito del monasterium fondato dal liberto Onorato a Fondi, che doveva sorgere sulle terre del suo ex padrone, il patrizio Venanzio, e doveva ospitare duecento monaci. Grande è perciò la distanza dal modello del monastero a cui siamo abituati, costruito a partire da un comune ambiente centrale, il chiostro. Così come deve essere ridimensionato, secondo Alciati, il ruolo attribuito alle regole, compresa quella benedettina, la cui diffusione su larga scala ebbe inizio non prima del ix secolo con la riforma avviata da Benedetto di Aniane sotto il regno di Ludovico il Pio. Lo stesso Benedetto, nota Alciati, secondo la biografia composta da Arnone, trova normale che ai suoi tempi esistano ancora monaci che non conoscono regole. Proprio l’affermazione tardiva di questi strumenti normativi sarebbe all’origine dell’ampia messe di testi che illustrano le differenze tra le varie categorie di monaci e distinguono tra il vero e il falso monaco, condannando girovaghi e itineranti che si oppongono ai princìpi basilari della stabilità e dell’obbedienza verso l’abate. Di fronte a questa incertezza, si può sostenere che in ambiente monastico, almeno fino al periodo carolingio, le regole non sono considerate una condizione essenziale per l’organizzazione della comunità (del resto, spesso non si tratta di testi scritti, ma di ammonimenti orali e di consuetudini) né hanno un carattere strettamente legislativo perché tendono a eludere collegamenti diretti tra istituti giuridici astratti e comportamenti concreti. L’unica norma che sembra avere presa in pressoché tutti gli insediamenti è invece la divisione del lavoro, che prevede l’assegnazione a ciascuno di compiti specifici volti a garantire, insieme alla preghiera e all’impegno intellettuale, il buon funzionamento del monastero. E che la divisione del lavoro fosse uno dei tratti distintivi del monachesimo occidentale doveva averlo capito bene anche Rabelais quando scrive che le occupazioni dei monaci a Thélème non dovevano essere scandite né da orologi né da meridiane, ma decise a seconda delle occasioni e delle opportunità «perché, diceva Gargantua, la più vera perdita di tempo a sua conoscenza era quella di stare a contare le ore — che vantaggio ne viene? — e la più gran corbelleria di questo mondo era di regolarsi al suono di una campana e non secondo il buon senso e il consiglio della mente».

di Giovanni Cerro

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21 novembre 2018

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