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Per debellare l’ebola

· All’udienza generale il Papa fa appello alla comunità internazionale di fronte all’aggravarsi dell’epidemia ·

Il Papa è vicino con l’affetto e con la preghiera alle persone colpite dall’ebola e a quanti «si prodigano eroicamente per soccorrere questi nostri fratelli e sorelle ammalati». All’udienza generale del 29 ottobre, Francesco è tornato ad esprimere la sua «viva preoccupazione per questa implacabile malattia» che si sta diffondendo specialmente in Africa, «soprattutto tra le popolazioni più disagiate». E ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale affinché si impegni a debellare il virus e ad alleviare «le sofferenze di quanti sono così duramente provati». Infine ha invitato i fedeli presenti in piazza San Pietro per l’appuntamento del mercoledì a pregare «per quanti hanno perso la vita», per i contagiati e per tutti coloro che se ne prendono cura.

In precedenza il Pontefice aveva dedicato la catechesi al rapporto tra la realtà visibile e quella spirituale della Chiesa, stigmatizzando il «cattivo esempio» dei cristiani che può diventare «motivo di scandalo» di fronte agli altri. «Quando ci riferiamo alla Chiesa — ha spiegato — immediatamente il pensiero va alle nostre comunità, alle strutture nelle quali siamo soliti riunirci e, ovviamente, anche alla componente e alle figure più istituzionali che la governano». Per questo, ha proseguito, bisogna chiedersi «come la realtà visibile» della Chiesa può porsi a servizio di quella spirituale. Ancora una volta il modello è Cristo, che «si è servito della sua umanità per annunciare e realizzare il disegno di redenzione e di salvezza».

Così — ha affermato il Papa — deve essere anche per la Chiesa, la quale «attraverso la sua realtà visibile, i sacramenti e la testimonianza di tutti noi cristiani è chiamata ogni giorno a farsi vicina a ogni uomo, a cominciare da chi è povero, da chi soffre e da chi è emarginato».

Purtroppo però, ha messo in guardia, «spesso come Chiesa facciamo esperienza della nostra fragilità e dei nostri limiti. Tutti ne abbiamo. Tutti siamo peccatori. Nessuno di tutti noi può dire: io non sono peccatore». E «questa fragilità, questi limiti, questi nostri peccati, è giusto che procurino in noi un profondo dispiacere, soprattutto quando diamo cattivo esempio e ci accorgiamo di diventare motivo di scandalo». C’è gente, per esempio, che «va sempre in Chiesa ma sparla di tutti». Un atteggiamento — ha ammonito il Pontefice — che «non è cristiano, è un cattivo esempio: è un peccato. E così noi diamo un cattivo esempio», tanto da spingere qualcuno ad affermare: «Se questo o questa è cristiano, io mi faccio ateo».

La nostra testimonianza invece dovrebbe «far capire cosa significa essere cristiano». Da qui l’invito a «non essere motivo di scandalo» e a invocare «il dono della fede, perché possiamo comprendere come, nonostante la nostra pochezza e la nostra povertà, il Signore ci ha reso davvero segno visibile del suo amore per tutta l’umanità».

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18 ottobre 2019

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