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Ogni luce nasconde un po’ di notte

· ​La saga di due famiglie nel romanzo «Ti rubo la vita» ·

La copertina del libro di Cinzia Leone

Giaffa 19 aprile 1936, “bastonano per uccidere”: già prima della nascita dello stato d’Israele, la Palestina è attraversata dalle atrocità, e in quella notte di primavera molti ebrei vengono sterminati. Tra le vittime, la famiglia Azoulay composta da Avrahàm, sfuggito ai progrom di Odessa, dalla amatissima moglie e dalla figlioletta Havah. Alcuni testimoni musulmani sentono il rumore delle gambe spezzate, ascoltano gli ultimi rantoli prima che la morte sopraggiunga, vedono la violenza, il sangue, i cadaveri, ed è il loro racconto ad aprire l’ultimo romanzo di Cinzia Leone: in oltre seicento pagine Ti rubo la vita (Milano, Mondadori 2019, pagine 624, euro 20) attraversa la storia del Novecento tra Giaffa e Istanbul, Gerba, Ancona e Alessandria d’Egitto, Basilea e Roma, Miami e, a chiudere, di nuovo Israele, questa volta Tel Aviv. In mezzo la Turchia di Atatürk, la seconda guerra mondiale, la Shoah, il 16 ottobre 1943, la neutralità svizzera, il sionismo, gli anni Novanta del Novecento.

Trattenendo, con abilità, il fiato del lettore, Cinzia Leone ripercorre la saga familiare di due nuclei. Da un lato la famiglia musulmana che ruberà l’identità alla famiglia ebrea di origine russa trucidata a Giaffa, dall’altro la famiglia ebrea italiana che cerca di sopravvivere alla mattanza, aprendosi al mondo circostante. Un mondo, più in generale, fatto di religioni, riti e credenze diverse che si intrecciano — quando a forza, quando spontaneamente — con esiti vari e complessi.

La storia delle due famiglie è una storia al femminile — Miriam, Giuditta ed Esther sono le protagoniste delle tre parti del romanzo — in apparenza unite solo dall’amicizia che lega i due capofamiglia, così terribilmente diversi tra loro. A una estremità troviamo Ibrahim, il turco musulmano che nel 1936 («nella notte più buia» della vita di sua moglie Miriam) decide di sostituirsi al mercante ebreo Avrahàm con cui è in affari, sperando così di ribaltare le sorti di un’esistenza piena di errori. All’altra estremità Davide Cohen, l’ebreo anarchico italiano che, entrato in scena nel romanzo come un traffichino, si rivela invece essere una grande figura.

Affronta molti temi la giornalista, scrittrice e fumettista Cinzia Leone con questo romanzo. La questione dell’identità, quella della menzogna, e ancora la responsabilità individuale e la responsabilità collettiva, gli effetti a cascata provocati dalle singole scelte, la forza e la debolezza della paternità e della maternità, la fuga (da sé innanzitutto), la tolleranza.

Ebree per forza, in fuga, a metà o che scoprono di esserlo solo davanti alla persecuzione, Miriam, Giuditta ed Esther — e con loro Havah, Stella, la zia nera dai lunghi capelli — sono donne che tentano di difendere la propria identità dalle mostruose insidie degli uomini e della Storia. Alcune falliscono, altre trionfano, ma tutte lasciano eredità preziose e ambivalenti, comunque difficili da gestire, perché di caos e di nodi è fatta la vita. La figura più tragica è probabilmente la musulmana Miriam che non può e non vuole accettare il furto di esistenze a cui intende costringerla il marito. Miriam che non riesce a salvare sé stessa, e che quando capisce che non riuscirà a salvare nemmeno sua figlia — dopo averle lasciato in eredità il fragile calore di ricordi preziosi — si lascia scivolare nell’acqua. E così la piccola, tra una madre incapace di starle accanto e un padre impostore, crescerà assorbendo l’arte del non amore. Un’arte che sebbene nasca come legittima difesa, resta comunque l’antitesi della vita.

E come la vita, la morale del romanzo — che si legge al pari di un thriller tra suspence, epoche storiche e ambientazioni geografiche riscostruite con maestria — non è mai banale. Perché le ombre non sono mai solo buie, e ogni luce nasconde un po’ di notte. Cinzia Leone lancia la palla al lettore: sua è la responsabilità del bilancio finale. Perché, come dovrebbe sempre succedere quando si ha a che fare con la letteratura, «ciascuno dei figli assorbì il senso profondo dei racconti di Giuditta a modo suo».

di Silvia Gusmano

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07 dicembre 2019

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