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Ogni giorno un inizio

· L’invito dell’esortazione apostolica «Gaudete et exsultate» ·

Aldo Caron   «San Paolo cade da cavallo» (1970)

Credevo fosse un compito facile quando il direttore dell’Osservatore Romano mi ha invitato a scrivere una breve riflessione sull’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Il testo è breve, il linguaggio semplice, e lo stile beneficia della freschezza propria di Papa Francesco. Che difficoltà poteva incontrare un fedele laico dedito alla vita accademica nello scrivere una prima reazione a quel documento?

Mentre leggevo e rileggevo la Gaudete et exsultate, ho provato le stesse sensazioni che mi hanno dato solo alcuni libri di spiritualità che hanno segnato la mia vita (Giussani, Biela, Carreto, Peguy, Stein, Romero, Agostino, Ignazio): mi sono sentito scosso e interpellato nel più profondo. Non è un testo scritto in astratto, ma rivolto in modo molto personale a ognuno di noi. È stato come leggere la lettera di un amico caro che sa fare «lettura dello stato dell’anima», che sa cosa accade dentro di me, nei recessi più privati e intimi. L’ho letta una volta e un’altra ancora. In ufficio, in cappella, la sera prima di addormentarmi. E sono rimasto attonito per vari giorni.

La nuova esortazione di Francesco non ha come punto di partenza un manuale di teologia della vita spirituale, una dottrina che “va applicata” o un pacchetto concettuale più o meno raffinato. A essere al centro non sono le categorie più o meno tipiche utilizzate in queste materie — ascetica, mistica, età della vita interiore, virtù soprannaturali, e così via — ma la realtà stessa che nutre tali categorie. Francesco ci mostra la vita cristiana concreta, così com’è. Non chiede al lettore di fissarsi ossessivamente sulle sue parole ma di guardare dove conducono: a Gesù Cristo presente e operante nella storia di ogni persona. Presente nella comunità, nei sacramenti, nella Parola di Dio, nei più poveri. Presente attraverso gli incontri inattesi che informano la nostra coscienza che il cristianesimo è evento. Presente dentro di noi: «più intimo a me stesso di quanto non lo sia io stesso», diceva sant’Agostino. Questa sorta di primato della vita reale, evocato e provocato dalla vita altrettanto reale di Gesù Cristo, fa sì che questo atto di magistero ordinario del Papa non sia un mero chiarimento dottrinale ma piuttosto un segnale di allarme personale per la propria conversione. Non serve a nulla leggere il testo di Francesco se non si mette in primo piano la sua realtà, la sua verità, ossia la fragile condizione umana, con le sue ferite e i suoi peccati, se non ci si apre alla misteriosa azione della grazia (cfr. n. 29). In altre parole, per trarre beneficio dalla meditazione di Francesco, nulla di meglio che decidere di tornare vulnerabili di fronte alle sue parole: abbassare la guardia e chiedere a Dio che agisca e purifichi la nostra vita da ogni menzogna e da ogni tradimento.

Francesco, come il concilio Vaticano II, è convinto della chiamata universale alla santità. Tutti noi, in particolare i più peccatori, «siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno» (n. 14). Ma «ogni istante è una missione» (n. 19), vale a dire ogni persona è chiamata a trovare il proprio cammino di santificazione e di servizio. Ci sono testimoni che possono spronarci e motivarci, ma non dobbiamo pretendere di copiarli in modo più o meno meccanico. Inoltre, ricordando san Giovanni della Croce, Francesco osserva che occorre evitare regole fisse per tutti perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro. Con queste indicazioni il Papa sembra cercare di disattivare l’omogeneizzazione ascetica e normativa che prevale ancora in alcuni spazi e ambienti. Omogeneizzazione che arreca grande danno e che spesso si evolve in forme aperte od occulte di moralismo. Penso che ciò sia collegato a un’altra indicazione precisa: «Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto» (n. 22). Bisogna evitare l’idolatria di forme e stili particolari e contingenti del santo fondatore del mio gruppo, movimento o comunità, che a volte si sovrappongono all’insegnamento della Chiesa universale. Non è il mio santo fondatore o il mio carisma particolare il criterio ermeneutico per interpretare la Chiesa, ma è la Chiesa a dare luce per interpretare e illustrare in modo adeguato l’insegnamento e il carisma dei santi.

Francesco diagnostica con acume i tratti di persone e gruppi che, in un modo o nell’altro, si abbeverano allo gnosticismo o al pelagianesimo. Leggendo questa parte dell’esortazione, il lettore può subito avere la tentazione d’immaginare uno o più gruppi che seguono qualche modalità di questi comportamenti eretici: cercano sicurezza dottrinale o disciplinare a ogni costo, trasudano superiorità sugli altri fedeli, affermano un certo «elitarismo narcisista e autoritario», assolutizzano le proprie teorie, sono ossessionati dall’adempimento di norme o di un certo stile cattolico, amano mostrare le proprie conquiste sociali o politiche, sono esperti della vanagloria legata all’efficiente gestione di faccende pratiche e a volte fanno sfoggio della perfezione liturgica delle loro cerimonie (cfr. nn. 35-62).

Ma se facciamo attenzione, possiamo scoprire qualcos’altro. Senza negare che esistono comunità più colpite da queste disposizioni spirituali malate, noi cristiani siamo in qualche misura sommersi da simili pretese piene di orgoglio, o in modo parziale o in modo totale. Mi ha colpito il fatto che in diversi ambiti questi e altri segnali di allarme lanciati dal Papa vengano tralasciati, come a dire «chissà a chi sta parlando il Papa? Non a me». E mi colpisce ancor di più il fatto che io stesso sia vittima di questo deplorevole atteggiamento. Le forze veramente capaci di cambiare il mondo sono quelle capaci di cambiare il cuore umano. Solo se il mio cuore si apre al primato della grazia e all’annullamento sincero (cfr. Filippesi, 2, 6-11), è possibile che io non sia complice di quanti oggi recano danno alla Chiesa.

Ci sarebbero molte altre osservazioni da fare sulla Gaudete et exsultate. Tre mi sono però sembrate particolarmente significative. La prima sta nel capitolo dedicato alla mitezza. In questo mondo, «dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini, e perfino per il loro modo di parlare e di vestire. Insomma, è il regno dell’orgoglio e della vanità, dove ognuno crede di avere il diritto di innalzarsi al di sopra degli altri (…) Gesù propone un altro stile: la mitezza» (n. 71). «Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza (cfr. 1 Pietro, 3, 16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza (cfr. 2 Timoteo, 2, 25). Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello della Parola divina» (n. 73). È questo il messaggio a tutti noi che in qualche modo tendiamo a reagire in maniera apologetico-difensiva dinanzi ai nemici reali o presunti e crediamo che essere miti ci faccia apparire stupidi o deboli. Per Francesco, la carità evangelica è metodo di azione (apostolica, politica, sociale). Non solo perché l’altro merita rispetto, ma anche perché Dio pone il suo sguardo prevalentemente «“sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Isaia, 66, 2). Reagire con umile mitezza, questo è santità» (n. 74).

Un altro aspetto che mi ha colpito molto è la meditazione che Francesco compie sui perseguitati a causa della giustizia, «perché molte volte le ambizioni del potere e gli interessi mondani giocano contro di noi» (n. 91). Oltre al martirio cruento a cui tanti sono sottoposti, il Papa ricorda una persecuzione più sottile, fatta di calunnie e falsità, di scherni e derisioni, perché si è fedeli al dono ricevuto. Questo accade anche in ambiti cristiani: quando si parla alle spalle, si agisce con ipocrisia e al tempo stesso si passano sotto silenzio le esigenze della morale cristiana, come se questi gravi peccati contro la giustizia non esigessero riparazione. Le calunnie più gravi si camuffano artificiosamente e così si passa a distruggere la vita del prossimo. Francesco dice: «Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità, non pretendiamo una vita comoda» (n. 90). La persecuzione è una dimensione costitutiva dell’esperienza cristiana. «L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni» (n. 118). Ciò non esclude l’eventualità di «reclamare giustizia» o di «difendere i deboli», benché questo procuri conseguenze negative per la propria immagine (n. 119).

Nel cammino di trasformazione che noi cristiani dobbiamo intraprendere e re-intraprendere ogni giorno, occorre: la spinta dello Spirito santo per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per uscire dai nostri confini sicuri (cfr. n. 133) e per recuperare il «coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi» (n. 139); fare silenzio interiormente e fare incursioni nella preghiera con profonda e grata memoria. Di fatto, «guarda la tua storia quando preghi e in essa troverai tanta misericordia» (n. 153). Tutto ciò confidando completamente in Maria: «Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci» (n. 176). Quanto mi ricorda il Nican mopohua. Quando san Juan Diego cerca di sfuggire alla Vergine per andare ad assistere suo zio malato, santa Maria di Guadalupe gli va incontro, lo purifica e lo corregge con tenerezza, mai con rimproveri. Maria raccoglie la nostra vita — molte volte ridotta in pezzi — e la ricostruisce facendo spesso ciò che spetterebbe a noi fare. «Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica» (n. 176). E così, la vita cristiana, con questo aiuto materno, può essere ogni giorno un nuovo inizio.

di Rodrigo Guerra López

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15 settembre 2019

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