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Oggi c’è fame di simboli forti

· Quali spazi per il sacro? ·

Le soluzioni architettoniche di Bellot, van der Laan e Chávez de la Mora e il fascino di Gaudí

A cinquant’anni dal concilio Vaticano II, il rapporto tra Chiesa cattolica e arte, soprattutto tramite l’attenzione alla liturgia e al suo rinnovamento, è tuttora oggetto di molti e spesso vivacissimi dibattiti. Negli ultimi decenni, segnale importante di un nuovo clima culturale, molti architetti e artisti aspirano ad avere incarichi ecclesiali; tra loro, non pochi lavorano su temi religiosi, anche indipendentemente da specifiche committenze per chiese.Numerose in varie parti del mondo, ma poco note, perché del tutto indifferenti a farsi conoscere tramite i normali mezzi di comunicazione, sono state e continuano a essere, infine, le nuove fondazioni di monasteri e conventi, spesso confiliazione da case madri europee o nordamericane: fenomeno di sorprendente vivacità, accompagnato dalla presenza, tra monaci e frati, di artisti e architetti di valore.

Ricordo qui almeno tre straordinarie personalità di monaci architetti benedettini: il francese dom Paul Bellot (1876-1944); l’olandese dom Hans van der Laan (1904-1991); il messicano Fray Gabriel Chávez de la Mora, nato nel 1929 e tuttora attivo.

Il primo è stato straordinariamente efficace nel gestire, pur vivendo la vita monastica, grandi cantieri nei Paesi Bassi, in Inghilterra, in Francia, in Belgio, in Portogallo, in Canada, e nel coniugare culture costruttive regionali, genialmente reinterpretate, in un linguaggio debitore a Gaudí e a Berlage. Il capolavoro del secondo, autore anche di importanti scritti sull’architettura, è l’ampliamento della propria abbazia, a Vaals (1956-1986) in Olanda, con la costruzione di due chiese l’una sovrapposta all’altra, in un linguaggio dall’esasperato e poetico nitore funzionalistico, espressione di una intellettuale autodisciplina espressiva. Del terzo merita di essere segnalato almeno il recente restauro e adeguamento liturgico della cattedrale di Cuernavaca in Messico, per lo straordinario e solenne spazio presbiteriale.

In sintesi, si può ritenere che un vasto patrimonio di arte religiosa di contesto cattolico attende ancora di essere riconosciuto in tutta la sua ampiezza e qualità. Lungo il secolo esso risulta certamente inscritto nella esasperata tensione, a tratti grave frattura, tra arte e fede, esito della secolarizzazione dapprima, anche del ritorno di un sacro non cristianamente orientato in tempi recenti. Tuttavia vi si trovano opere, non poche, di prima grandezza, che si staccano dalle moltissime, purtroppo, di scarsa qualità.

Oggi, io credo, vi è ovunque grande fame di simboli autentici, forti; fatto che segnala — come ha magistralmente indicato Ricoeur con la formula «Il simbolo dà a pensare» — una confusa, ma irruente esigenza di pensiero, di pensabilità del senso del vivere e dell’abitare la terra. È mia convinzione che da questa fame dipenda l’enorme attrattiva, avvertita da uomini di ogni cultura e credo, per le architetture del grande catalano Antoni Gaudí (1852-1926), per la basilica della Sagrada Familia in particolare.

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22 settembre 2019

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