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Odore di santità

· Riconoscere il soprannaturale ·

Odore di santità, insieme con il suo opposto, odore di zolfo, è un’espressione che da secoli fa parte della tradizione non solo popolare cristiana. Sono modi di dire utilizzati metaforicamente anche nel linguaggio comune, e non si può negare quindi che si tratti di concetti di grande successo. Ancora oggi, se pure in tono ironico — e soprattutto in contesti molto lontani da quelli religiosi, che in fondo queste cose le prendono ancora sul serio — si può sentir dire “qui sento odore di zolfo” per segnalare il pericolo di un inganno, oppure che il tale “è in odore di santità” per definire una persona al di sopra di ogni sospetto.

Placca con angeli che incensano (Limoges, 1170-1180)

Queste metafore partono da una convinzione comune: che l’olfatto sia il senso più adatto, il più sensibile, a cogliere la natura spirituale di un fenomeno e soprattutto di una persona. È curioso che proprio al senso che più ci avvicina al mondo animale, e che tra l’altro gli animali hanno più sviluppato di noi umani, sia stato attribuito un compito così importante — oserei dire decisivo — nel valutare l’appartenenza di un essere umano alla categoria più apprezzata oppure a quella più odiata.

All’olfatto viene quindi attribuita un’intimità con il divino tale da operare il riconoscimento fondamentale nel giudicare la natura, per definizione ambivalente, del soprannaturale.

Si tratta di una tradizione molto antica, già precedente il cristianesimo, che si riallaccia a una concezione del sacro non fondata sull’opposizione fra corpo e spirito, a un periodo — per dirlo con le parole di Cristina Campo — in cui era ancora sentita «la meravigliosa carnalità della vita divina».

Il profumo che esala dai resti terreni di un santo — che preferibilmente avrebbero dovuto anche essere ritrovati incorrotti — sono stati considerati per secoli una prova irrefutabile di santità. Una prova concreta e sensibile della vittoria sulla morte, quindi, di un corpo che già in vita si era distaccato dal comune destino umano.

Si trattava di una prova miracolosa che poteva essere manipolata con una certa facilità, per esempio bruciando profumi nelle vicinanze, oppure che derivava dal fatto storico che già al momento della morte il corpo era stato imbalsamato con profumi proprio perché considerato santo. Ma certo non si poteva considerare prova delle virtù morali del candidato alla canonizzazione, quanto piuttosto dei suoi poteri “magici”.

Dopo il concilio di Trento vengono stabilite regole chiare e rigide per il processo di beatificazione e di canonizzazione, che viene avocato nelle fasi finali e decisive a Roma, e fondato solo sulle virtù eroiche dimostrate in vita dal candidato, alle quali viene aggiunta la prova di un miracolo, quasi sempre di guarigione, confermato dalla scienza nella persona di un medico. Come scrive ancora Cristina Campo, nel trascorrere dei secoli «ogni prova fu puntualmente superata dalla dottrina ma sembrò strappar via con sé un lembo della corporeità raggiante, della vivida pelle dell’antica vita cristiana».

Da questo momento gli aspetti prodigiosi della santità, che pure si verificano, perdono il valore di prova agli occhi dell’istituzione e rimangono solo nella memoria della religiosità popolare. Una memoria tenace, però, come vediamo dalla resistenza delle espressioni metaforiche citate all’inizio e arrivate fino a noi.

Con il tempo prevale dunque l’idea che la percezione sensoriale inganna, che per conoscere il mondo bisogna ricorrere alla razionalità, allo spirito scientifico, mettendo da parte quella «liturgia del corpo umano», come scrive Catherine Chalier, di un «corpo teso, attraverso tutti i suoi sensi, verso una realtà che lo supera». Questo ha significato perdere l’attitudine a distinguere la dimensione simbolica in ciò che è dato a ciascuno di percepire.

L’odore di santità e il suo opposto, l’odore di zolfo, si riferiscono simbolicamente alla morte: lo zolfo, in alcune delle combinazioni chimiche nelle quali si presenta in natura, sprigiona una puzza fastidiosa, repellente, che ricorda quella della corruzione dei cadaveri. L’odore di zolfo è odore dell’inferno perché è odore di morte. Ed è significativo che sia indicato l’elemento che produce questo odore, e quindi che la puzza sia imputata a un solo elemento, lo zolfo, appunto. Tutto il negativo si riduce a una sola sensazione, quella di terrore, davanti al disfacimento della morte.

L’odore di santità invece è indefinito, può prendere forme molto diverse: per alcuni santi è profumo di mirra, per altri di rosa o di giglio. E ci sono santi che profumano già durante la vita come Caterina da Bologna, Caterina da Siena, Lidvina, Filippo Neri, altri al momento della morte come Paolo, Policarpo, Simeone Stilita, Teodoro, Elisabetta d’Ungheria, Giuseppe da Copertino, Teresa d’Avila, altri ancora dopo la morte come Anna, Caterina d’Alessandria, Giovanni Crisostomo, Alessio, Agostino di Canterbury, Antonio da Padova, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola. Per molti si tratta solo di profumo, per alcuni dal sepolcro fluisce un olio profumato, che in genere è anche considerato taumaturgico. La vittoria sulla morte prende dunque forme e sensazioni diverse: se la condanna alla morte è unica per tutti, le vie della perfezione sono molteplici, forse tante quante ogni essere umano.

Rimane una domanda: perché segno viene considerato il profumo e non la luce, o non solo la luce? Il profumo, a metà fra materiale e immateriale, rimanda alla mediazione fra cielo e terra, come del resto conferma l’uso liturgico di un olio profumato, il crisma, che costituisce il mezzo della consacrazione. Quest’olio profumato segnala infatti la discesa dello Spirito nel battesimo, nella cresima e nell’ordinazione, come un tempo nella consacrazione dei re. Il balsamo con cui è composto sempre è stato usato dalla medicina come rimedio alla corruzione in tutte le sue forme: lo stesso balsamo si presenta come una sostanza immortale.

La persistenza nella cultura di matrice cristiana del riferimento all’odore di santità, così come al suo opposto, l’odore di zolfo, segnala la coesistenza al suo interno fra una religione delle élites — che privilegia temi morali e filosofici — e una religione popolare, impregnata di realtà, per alcuni di superstizione, e quindi rimanda a un fragile equilibrio fra religione concreta e religione astratta. E l’uso profano dell’espressione ricorda comunque che è rimasta una memoria di questa tensione anche nell’ambito della cultura laica.

di Lucetta Scaraffia

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11 dicembre 2019

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