Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La biblioteca pubblica espressione della democrazia

L’era digitale sembra procedere incontrastata. E nel suo incedere cerca di scrollarsi di dosso ogni vestigia del passato che non s’inchini al progresso della tecnologia e all’idea di moderno e post-moderno. Eppure c’è qualcosa che continua a opporre una strenua resistenza a questo processo: la magia della biblioteca. Quella polvere che non è segno di incuria ma ornamento di carte preziose e di documenti ingialliti; quell’odore inconfondibile di libri antichi che sembra rievocare l’aroma di epoche trascorse; quelle eleganti rilegature che valgono quanto il contenuto stesso dei capolavori di cui sono la rifinitura: il tutto converge a formare una miscela appunto magica, che può essere apprezzata e gustata fino in fondo solo da chi ama veramente il libro e l’universo che rappresenta. 

Carl Spitzweg, «The Bookworm» (1850)

È una sorte di ode al mito della biblioteca l’articolo di Stuart Kells pubblicato di recente sulla rivista di critica letteraria «The Paris Review». È un’ode che si richiama all’appassionata difesa del libro e della cultura cartacea, entrambi a rischio estinzione proprio a causa dell’imperversare della tecnologia digitale, intessuta dallo scrittore australiano nell’opera, che ne ha consacrato la notorietà nell'ambito letterario, intitolata non a caso The Library. A Catalogue of Wonders (2017). Il pericolo, appunto, è che le fantasmagorie che costellano l’era digitale facciano perdere di vista le tante meraviglie che ogni biblioteca, anche la più piccola e la più remota, gelosamente custodisce. Kells ricorda, citando i dati della Library Map of the World, che attualmente nel mondo ci sono più di due milioni di biblioteche pubbliche; ancor più numerose, e situate anche in luoghi impervi, sono quelle private. E sono soprattutto queste, sottolinea Kells, a configurarsi — grazie a donatori dotti e sensibili — come un baluardo a difesa di un’inestimabile eredità culturale che «mode passeggere, crassa ignoranza e letale frivolezza» rischiano di mortificare.
Le biblioteche, evidenzia lo scrittore australiano, sono della gente e per la gente: in quanto tali costituiscono un’esemplare espressione del valore della democrazia. Esse non chiedono mai al visitatore di giustificare la sua presenza. Spazi così liberi ne esistono sempre meno nelle città. E poi c’è quel contatto fisico tra la mano del lettore e il libro che è quanto mai difficile da definire con parole precise, valide una volta per tutte. In verità è ormai esteso l’uso, in gran parte delle biblioteche, di impedire a fini precauzionali, con avvisi affissi sulla parete, quel contatto, soprattutto nei casi di manoscritti molto antichi e facilmente deperibili. «Eppure sono convinto — afferma Kells — che quell’avviso è quasi sempre superfluo, perché chi entra nella biblioteca, lo fa di sua spontanea volontà, è un atto d’amore. Di conseguenza quel sacro rispetto che si deve anzitutto ai libri “anziani”' non sarà mai tradito dal visitatore». La biblioteca, rileva, è come un luogo di culto: i rituali da osservare sono sempre gli stessi. Si confermano e si radicano, e non si cambiano col passare del tempo.
Lungo i secoli, ricorda lo scrittore, si è assistito alla distruzione di numerose biblioteche a causa dei conflitti armati. La cancellazione dei libri ha sempre avuto una potenza sinistra e malvagia: per estinguere una cultura, infatti, non c'è modo migliore e più nefasto che ridurre in cenere i libri. Nel citare, al riguardo, drammatici esempi offerti dalla storia recente, Kells fa riferimento ai manoscritti di eccezionale valore che sono stati distrutti o trafugati dal museo archeologico e dalla biblioteca nazionale di Baghdad. Già negli anni Settanta del secolo scorso, Louis Wright, celebre direttore della Folger Shakespeare Library a Washington, aveva espresso il timore che i libri raccolti, con amorevole cura, nelle biblioteche avrebbero dovuto cedere, prima o poi, il passo ai computer e che le nuove generazioni avrebbero riconosciuto nel libro non un fidato compagno di viaggio, ma solo un relitto appartenente a un’era ormai trascorsa.

Ma Kells, pur consapevole dei gravi rischi che incombono sull’universo culturale cartaceo, si dice ottimista. Perché il passato, quello che affonda le radici nel sapere autentico, è duro a morire. Ed è quindi auspicabile che i veri lettori, amanti del libro, seguano fedelmente le orme del gran visir persiano Abdul Kassem, il quale possedeva quattrocento cammelli che portava sempre con sé. Questi cammelli — che trasportavano la sua biblioteca, ricca di 117.000 libri — erano allenati a procedere in un ordine ben stabilito, in modo che i libri fossero sempre allineati in ordine alfabetico: dal primo all’ultimo di questa carovana letteraria. Un omaggio, dunque, al valore del passato che aiuta a vivere nel presente. Un omaggio espresso in modo esemplare sul frontone della biblioteca pubblica di Murcia in Spagna: «La biblioteca è il luogo dove i morti aprono gli occhi ai vivi».

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE