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Occorrono la visione
e la fatica della tessitura

· La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa ·

Intervista a Davide Rondoni

La parola ai poeti, perché a loro spetta più che alle altre categorie umane: chi può dire una parola anche su una questione apparentemente arida, tecnica, come l’attuale situazione di crisi della società italiana ed europea, se non un poeta? Il forlivese Davide Rondoni con piglio deciso rivendica il ruolo della poesia, la capacità che l’arte ha di scrutare e quindi di raccontare l’umano, lo abbiamo quindi voluto incontrare all’interno di questa conversazione, iniziata il 21 maggio con le parole di Giuseppe De Rita su sicurezza e senso, che ruota intorno alla responsabilità della Chiesa cattolica di fronte alle difficoltà in cui si dibatte la società italiana.

Allora, cosa vede il poeta che noi non riusciamo a vedere?

I poeti cercano di guardare una geografia del profondo. Per questo comprendo, ma non mi convince chi, anche su queste pagine nelle settimane scorse, ha assunto come punto di vista per leggere l’attuale situazione parole chiave come «paura». Ma la sicurezza, o il suo opposto la paura, sono sentimenti secondi, vengono dopo. Essi sono la conseguenza dell’affetto (afficio, legame) a un bene che viene prima. Occorre dunque vedere e semmai interpretare quali sono i termini e gli oggetti dell’affetto, del legame dell’uomo contemporaneo se vogliamo leggerne i conseguenti atteggiamenti. Altrimenti, a continuar di parlar di paura o di sicurezza, finiremo per vedere solo le cose secondarie, e la superficie. Inoltre è bene ricordare che il cristiano non ha paura perché ama molto con un senso del destino, ed è lieto. Questo è il suo contributo in ogni tempo: amare con un positivo senso del destino. Questo lo rende compagno di strada di ogni uomo ma al tempo stesso il suo è differente da ogni sforzo basato solo sulla generosità umana di amare. La Chiesa non è una ong, come spesso dice il Papa, ma la comunità di chi riconosce il Risorto, vera esplosione di ultima positività nell’osservare anche le ombre del destino. La Chiesa viva, santa e peccatrice, offre tale contributo. Specie in questo tempo. Quando non lo fa, diviene poco interessante.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. La crisi economica-finanziaria che da anni ha messo in difficoltà gli stati occidentali forse rivela in controluce una preesistente crisi spirituale?

Penso che il sentimento di essere in balìa di forze ben superiori alle proprie è oggi in parte determinato dalla invasività tecnologica, dalla follia terroristica, dalla insicurezza economica, dallo sgretolarsi di abitudini. Questo vale in una porzione del mondo, non ovunque. Ma l’insicurezza soprattutto dipende dalla vacuità degli idoli. L’uomo di oggi da un lato ama le cose di sempre: i figli, le persone con cui si lega, la natura, l’amicizia. E d’altro lato, come sempre, insegue una serie di idoli, di immagini, di cose che «sembrano» quel che egli desidera e ama. Ad esempio nella «comunicazione» si è riversata una fame di amicizia, di relazione (con tutte le storture ovvie). Ci hanno illuso che la comunicazione rendesse più vicine le persone (hanno usato la parola amici per indicare i followers), ma invece abbiamo tanta gente più sola che comunica tanto. L’amicizia, la comunità, l’amore vincono la solitudine, non la comunicazione. Tale idolo, come altri, ad esempio il progresso tecnologico buono in sé, sono stati fabbricati da intellettuali e da loro interpreti politici che li hanno poi «smerciati» al popolo, come nuove ideologie nate sulle vecchie, salvo poi rimproverare il popolo per l’abuso che ne fa. Occorre quindi ripartire non dal contrasto alla paura, ma dalla valorizzazione delle cose amabili e amate, e la Chiesa può esser maestra in questo. E parlare deve essere sempre d’amore, ma adeguatamente, senza dolciastro, senza moralismi. La fame di vita, questo è il punto, non la paura. La Chiesa è fatta di gente che mangia il corpo di Dio tanta è la fame di vita, e deve parlare di Dio, di Gesù, mai vergognarsi di Lui, della sua passione da condannato, della sua risurrezione senza la quale tutto, tutto è vanvera. Parlare di questo, far vedere questo. Moralismi, perbenismi, tatticismi sono pelle morta sul volto della Chiesa.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di paura e quindi di chiusura e violenza.

Credo sia sbagliato continuare a dare del popolo solo l’idea di una massa che cova rancori. Non che questo manchi, ovviamente, come già aveva descritto Manzoni, o Huizinga che parlava dell’uomo-massa già un secolo fa. Ma il popolo è anche e soprattutto la sede dell’amore, del legame, dell’attaccamento e della tenacia. Della fede e della costruzione. Per trent’anni gli organi di stampa legati al potere finanziario, altri bovinamente accodatisi e una parte non disinteressata di partiti vecchi e nuovi hanno avvelenato i pozzi della politica — grazie anche alla collusione di una parte della magistratura (non solo in Italia ma in molti paesi del mondo) — parlando continuamente di «casta». Il termine fu inventato dal «Corriere della Sera» che non è notoriamente il giornale del popolo e spargendo livore contro la classe politica si sono aperte autostrade a nuovi poteri economici senza volto e trasnazionali. Una politica debole a chi serve, al popolo o a chi vuole comandare senza mediazioni? Stupirsi che abbia allignato un sentimento di antipolitica è grottesco e furbesco. La debolezza della politica e delle comunità intermedie ha favorito tale processo. Qualcuno ora passa all’incasso, anche con una certa eterogenesi dei fini rispetto alle previsioni, di quel malumore che viene bollato a mio avviso in modo superficiale come populismo. Il sovranismo, invece, è una risposta, non banale per quanto ovviamente criticabile come ogni cosa dell’agone politico, alla crisi della globalizzazione, o meglio al rivelarsi della globalizzazione per quel che è, come già aveva previsto uno studioso cattolico, Alexis de Tocqueville, nel 1830, vedendo fin dall’inizio i segni di crisi del liberalismo.

Sta di fatto che il mondo rispetto a sei anni fa, quando è stato eletto Francesco, è cambiato: da Obama a Trump passando per la Brexit, i cosiddetti sovranismi, Bolsonaro... come si spiega e come si affronta questa situazione che richiama in gioco le identità, anche quelle religiose?

Oggi molti, anche in ambito cattolico, forse non avendo mai letto De Tocqueville, scambiano effetti con cause, e questo genera confusione oltre a un discorso culturale inerte. Il problema è che non si legge nemmeno la poesia. Un poeta cristiano, Baudelaire, vedeva nella noia il peggiore dei vizi, già nei Fiori del Male del 1857, e oggi siamo nell’era dell’intrattenimento come potenza economica, culturale e politica. E un altro poeta nel 1940 circa, W.H. Auden, aveva parlato della nostra come “età dell’ansia” e oggi ansiolitici e cannabis quietano animi scontenti di adulti e giovani. Ma a non leggere i poeti che hanno fiuto da lupi si finisce per non comprendere la realtà e si fan risalire certe questioni a categorie politiche e a protagonisti recenti. Che invece sono semmai effetto e interpretazione possibile di una lunga parabola. Occorre leggere e sostenere la speranza degli uomini, non accusarli, né essere manichei (tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra). La globalizzazione è stata l’ambito ideologico ed economico necessario all’affermarsi della nuova ideologia delle identità. Intendo che serviva una utopia (il mondo senza confini, senza appartenenze, senza punti di vista, tutto relativizzato) per avere l’ambito adeguato all’affermazione di potenze economiche nuove e delle identità mutevoli a seconda di atti, preferenze, tendenze, gusti. Il tema della identità (che è il problema della modernità) è esploso in questi anni perché nessuno, se non l’uomo autenticamente religioso, sa rispondere adeguatamente al grido del poeta moderno Leopardi alla luna: «e io che sono?». La cultura dominante e la politica hanno pensato di rispondere a questa domanda dicendo «tu sei senza confini, la tua identità è mutevole e coincidente coi tuoi desideri». Non ne sono venuti però più gioia o più benessere. Invece ci sono confini (non nasci da solo, la tua vita non è un bene solo a tua disposizione) e l’unica vera identità umana è l’infinito, il problema dell’infinito. Non l’assenza di confini, in una sorta di metafisica orizzontale di cui la «rete» è strumento e idolo, ma il rapporto con Dio e l’infinito. Altrimenti l’identità è ciò che decide il potere (piccolo e stupido quello personale, potente e influentissimo quello sociale). Il consumatore con una propria e autonoma identità radicata a un livello invincibile e irriducibile è più scomodo, è meno standard di quello la cui identità, o le cui identità, sono plasmate e profilate dal potere.

Il Papa propone ormai da anni il tema, anzi il metodo, della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme in un processo in cui “alto” e “basso” si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Non sono certo un ecclesiologo... Un po’ scherzando (e un po’ no) mi definisco un «cattolico anarchico di rito romagnolo». La sinodalità, il metodo della unità, è la cosa più facile se si è lieti e se non si confonde la fede con una ideologia e se dunque non si ha nulla da difendere a livello ideologico. Una esperienza cristiana teme e ostacola il camminare insieme solo quando pretende che il cammino della comunità coincida con il proprio progetto o ideologia. La sinodalità non è come l’unità conquistata faticosamente da un partito diviso tra correnti, ma è la gioia semplice degli afferrati da Cristo, una letizia che trascina insieme persone con sensibilità e idee diverse. Gli scontenti si dividono, i lieti stanno insieme anche se diversissimi, lo posso testimoniare per quel che riguarda la mia esperienza. Nella storia della Chiesa abbiamo visto camminare insieme santi enormi e diversissimi, campioni di idee e sensibilità opposte. L’unità non viene dalla mediazione ma dal senso vivo dell’origine che viene assicurata nella sua lettura fondamentale dall’autorità del Papa. Il resto è, fin dagli inizi, un meraviglioso, misterioso e pure un po’ incasinato, mosaico.

Per il Papa possedere una coscienza di popolo è l’antidoto al populismo e richiama tutti, anche i politici, alla dimensione creativa, “artigianale”, di avviare processi di dialogo, di tessere legami che costruiscano la pace contro la rassegnazione e il rischio sempre presente di chiudersi in gabbie ideologiche, astratte, che portano alla divisione. La dimensione culturale, intellettuale e artistica può svolgere un ruolo in questo quotidiano lavoro di costruzione di un mondo più umano?

Se cercano il vero e il bello sì. Se si accomodano su schemi facili o nella ripetizione tranquillizzante di slogan e schemi no. Diventano lettera morta, estetica manieristica. E per cercare il vero e il bello, come i poeti sanno, occorre la visione e la fatica della tessitura. E quel che vale per l’arte vale per la società, su piani diversi, ma con identica urgenza. La Chiesa può decidere ancora se essere culturalmente e artisticamente un ambito interessante oppure solo manierismo e variante secondaria di filosofie altrui. Ma sai, lo Spirito soffia, e Gesù, il grande Sconfitto, non direi che si è dato per vinto, schizzando come un tappo di champagne dalla tomba, fantastico brindisi alla vita.

di Andrea Monda

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25 agosto 2019

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