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Occhi aperti sul mondo




· Véronique de Viguerie premiata al festival «Visa pour l’Image» ·

Il più importante riconoscimento di «Visa pour l’Image», il festival di fotogiornalismo che si svolge a Perpignan, nel sud della Francia, quest’anno è andato a Véronique de Viguerie. È la prima donna in vent’anni (e la quinta, dopo Nadia Benchallal, Carol Guzy, Yunghi Kim e Alexandra Boulat) a essere premiata con il Visa d’Or Paris Match. Nata a Carcassonne quarant’anni fa — «fotoreporter di guerra, madre di due bambini, bionda ma non stupida», come scrive sul suo profilo Twitter — è stata premiata per il suo reportage sulla guerra dimenticata in corso in Yemen. «Ho un pensiero speciale — ha detto Véronique, che è riuscita a entrare nel paese dopo un anno di lavoro per ottenere le autorizzazioni necessarie — per i trenta milioni di yemeniti che vivono all’inferno ogni giorno».

Il manifesto del festival di Perpignan  (foto Guillermo Simón-Castellví)

Altri “inferni” sono documentati dal festival che si svolge fino al 16 settembre, composto da venticinque mostre fotografiche — a ingresso gratuito — ospitate nel centro di Perpignan. In esse, fotografi prestigiosi mostrano la situazione informativa del pianeta negli ultimi dodici mesi, con particolare attenzione a problemi tanto spesso dimenticati che affliggono l’umanità: guerre, persecuzioni, migrazioni, inquinamento e distruzione del pianeta.

Ma «Visa pour l’Image» non include solo mostre fotografiche con stampe di altissima qualità, ma anche proiezioni notturne all’aperto di immagini straordinarie su schermo gigante, tavole rotonde e dibattiti tra i migliori fotografi del mondo, e incontri per stabilire contatti professionali tra quanti aspirano a partecipare all’universo del fotogiornalismo.

Nella prospettiva dell’enciclica Laudato si’, segnaliamo la mostra «Contaminations» di Samuel Bollendorff, che fa il giro del mondo per mostrarci le zone inquinate per mano dell’uomo e dalle industrie chimiche, minerarie e nucleari. Consigliamo anche la mostra di Andrea Bruce «A Place to Go: Sanitation and Open Defecation», quest’ultima praticata da 950 milioni di persone nel mondo e principale problema sanitario dell’inquinamento delle acque e del sottosuolo; la mostra di Miquel Dewever-Plana, sull’inquinamento e le condizioni di lavoro dei minatori delle miniere d’argento di Potosí, in Bolivia, o quella di Gaël Turine sui fiumi feriti di Dacca, in Bangladesh, a causa dell’esplosione demografica. Ci ha colpiti molto anche il reportage «Big Food» di George Steinmetz, che mostra le fattorie e le industrie alimentari e l’agricoltura su vasta scala per far fronte alla richiesta della crescente popolazione del pianeta.

«Visa pour l’Image», tra i tanti temi, dedica attenzione anche al fenomeno degli apolidi, abbandonati o rifiutati, con le mostre di Paula Bronstein e Kevin Frayer sul fenomeno dei musulmani perseguitati in Birmania, i Rohingya, e il loro esodo o fuga disperata e di massa in Bangladesh.

Nell’edizione di quest’anno hanno ancora una volta un posto di spicco le donne fotoreporter e sono esposte le migliori istantanee del World Press Photo Awards. Ma al di là delle tante disgrazie, ci sono anche immagini che restituiscono la fiducia nell’essere umano: durante il concorso gli sponsor del festival consegnano alcuni prestigiosi premi fotografici, come il Premio Canon alla donna fotoreporter dell’anno, che in questa edizione va a Catalina Martín-Chico per il suo reportage di speranza sulle nuove madri in Colombia dopo cinquant’anni di guerra con le Farc.

Un appuntamento annuale con il migliore giornalismo fotografico che non bisogna perdere, anche se ci si deve sottoporre a frequenti e fastidiosi controlli di sicurezza.

di Guillermo Simón-Castellví

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18 marzo 2019

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