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Due tradimenti

· L'ultimo romanzo di Amos Oz ·

Parla del tradimento l’ultimo romanzo di Amos Oz, Giuda (Milano, Feltrinelli, 2014, pagine 329, euro 18), come il suo titolo già da solo suggerisce. La storia è quella di un giovane, Shemuel Asch, che nella Gerusalemme piovosa dell’inverno del 1959, quando ancora la parte Est è sotto il controllo giordano e i cecchini sparano sulla città, rinuncia in seguito a problemi sentimentali e finanziari al suo dottorato. Dietro modesto compenso, va dunque a vivere nella casa di un vecchio invalido per accudirlo. Nell’abitazione si trova anche l’affascinante e ambigua vedova del figlio dell’anziano, Atalia. La maggior parte del suo tempo Shemuel Asch, che è anche il nome di uno scrittore yiddish autore di una trilogia su Gesù, la passa nella sua stanzetta in soffitta, in una solitudine scelta, ma anche temuta.

Giotto, «Il bacio di Giuda» (1303-1305)

Shemuel inizia quindi un lungo e complesso dialogo con il vecchio, che lo affascina e gli disvela il suo mondo: il figlio morto in battaglia nel 1948, il consuocero Shaltiel Abrabanel, padre di Atalia e vecchio sionista considerato dai suoi un traditore perché nel 1948 è stato l’unico a opporsi alla dichiarazione di nascita dello Stato. E sullo sfondo, ma sempre presente, Gesù, su cui Asch aveva iniziato il suo dottorato: il Gesù visto dagli ebrei, e accanto a Gesù il suo Giuda, simbolo del tradimento per tutta la cristianità. Pian piano, il vecchio svela a Shemuel i suoi segreti, il dolore e i sensi di colpa per la morte del figlio, mandato al sacrificio come Isacco da Abramo, e il rapporto con la nuora, misteriosa figura di cui subito il giovane si innamora.
I fatti sono tutti qua, fino al prevedibile addio, quando il giovane torna alla vita lasciandosi dietro il vecchio e la donna. Ma c’è molto altro, come emerge dai dialoghi, dall’atmosfera e dalle straordinarie figure dei due traditori, Giuda e Abrabanel.
Il tradimento è quindi il vero protagonista del romanzo: solo il tradimento — ci dice Amos Oz — può far muovere il mondo. Ci viene in mente il Flavio Giuseppe del Buon uso del tradimento di Vidal-Naquet: il traditore è, al tempo stesso, l’unico mediatore possibile tra i mondi. E se per Giuseppe i due mondi erano quello romano e quello ebraico, per Oz sono, da una parte quello ebraico e quello di Cristo, dall’altra quello di Ben Gurion e quello di Abrabanel. La corrispondenza simmetrica è perfetta.
Due occasioni perdute, potremmo dire con Oz, anche se Oz — come lui stesso ha affermato più volte, commentando il libro — non ha voluto scrivere un romanzo a tesi. Ha voluto invece mostrare più possibilità.
La prima occasione perduta riguarda Gesù e Giuda. Gesù è per Asch ebreo, come ebreo è Giuda. Due ebrei del loro tempo. Solo che Giuda crede in Gesù, e nel suo essere il figlio di Dio, molto più di quanto non vi creda lo stesso Gesù. E quando Giuda vede che nessuno si occupa troppo di quel profeta venuto in Galilea come tanti altri, decide di forzare il destino. Si dà da fare affinché Gesù sia crocifisso: solo così potrà risorgere, superando l’indifferenza dei romani e dei sacerdoti giudei. Giuda, insomma — sostiene Oz — tradisce Gesù per esaltarlo.
Non a caso c’è uno straordinario capitolo intessuto nel romanzo come una gemma: per dipingere la Passione di Cristo, Oz rinuncia al dialogo, e al percorso tradizionale del romanzo in cui le cose importanti vengono dette. Qui, invece, il tono narrativo muta: davanti al lettore si svolge la crocefissione. Giuda aspetta, quindi si dispera e poi, di fronte al fatto che Gesù non si strappa dalla croce, si suicida appendendosi al fico. È un pezzo di livello eccezionale, che si stacca sullo sfondo sia dal punto di vista narrativo che linguistico: quasi la versione letteraria di una crocefissione fiamminga.
Cosa sarebbe successo se Giuda non avesse tradito Gesù? E se questi non fosse stato crocefisso, rimanendo a fare il profeta in Galilea? Forse il cristianesimo non sarebbe mai nato e Gesù sarebbe rimasto nell’ebraismo. Un ebraismo, però, che sarebbe stato arricchito dal grande afflato universalistico di Gesù, profeta come gli antichi profeti d’Israele. Un’occasione perduta, quindi, in quella rottura e in quella crocefissione: questo l’ebreo Gesù secondo l’ebreo Amos Oz.
La seconda occasione perduta — sostiene sempre lo scrittore — è quella legata alla nascita di Israele. È noto che Ben Gurion impose con forza la sua volontà di proclamare lo Stato: nel romanzo, le opposizioni alla decisione sono riassunte nella figura immaginaria di Abrabanel. Questi, vecchio sionista amico di Ben Gurion e figura di spicco del mondo sionista palestinese, non vuole la proclamazione dello Stato perché questa obbedirebbe, in quella circostanza, alla logica della sopraffazione e del nazionalismo, che Abrabanel rifiuta con tutto se stesso. Perché essa avrebbe fatto di Israele «uno starerello lillipuziano, a prezzo di una guerra eterna». Parole pronunciate come un presagio, con lo sguardo alle metamorfosi successive del sionismo: esse disegnano un altro scenario mancato, quello di uno Stato binazionale in cui arabi ed ebrei possano crescere gli uni accanto agli altri.
Due tradimenti, quindi, per Amos Oz. Due grandi occasioni mancate. E se dalla prima è emerso l’antisemitismo, dall’altra è risultata la guerra infinita che già tutto, nel romanzo, lascia prevedere. Abrabanel era arrivato troppo tardi. O, forse, troppo presto.

Certo, per essere un romanzo in cui tutte le voci hanno spazio senza tesi, le tesi che emergono sono davvero forti. Sono sfumate, però, dalla sapiente polifonia della scrittura, dalla diversità dei personaggi, dalla duplicazione infinita delle parti: il tradimento dei padri verso i figli, dei figli verso i padri, di Shemuel Asch verso il suo mondo, della Gerusalemme primaverile con cui si chiude il romanzo verso quella fredda e piovosa dell’inverno gerosolimitano. E Shemuel Asch, alla fine, risorge come forse (per chi cristiano non è) non ha fatto Gesù. O come Guda, forse, nella sua disperazione, non ha fatto in tempo a vedere.

di Anna Foa

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14 ottobre 2019

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