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Occasioni mancate
al cinema

Con Il ponte di San Luis Rey si può dire che il grande schermo abbia perso più di un’occasione. Sono ben tre le trasposizioni del romanzo di Thornton Wilder, tutte produzioni statunitensi, ma nessuna si avvicina molto al livello dell’opera d’origine. 

Locandina della trasposizione del 1929

Come capitato per altri grandi romanzi di successo dei primi decenni del secolo scorso, il cinema si affretta ad acquisirne i diritti. L’omonimo film del 1929, muto, è dunque quasi un instant movie, nonché una grossa produzione come si conveniva quasi sempre alla Metro Goldwyn Mayer dell’epoca. Non a caso, il regista è Charles Brabin, che pochi anni prima aveva firmato la prima, splendida versione di Ben-Hur, e una delle protagoniste, nei panni di Camila, è Lili Damita, attrice francese che diventerà nome di gran successo nel passaggio dal cinema muto a quello sonoro grazie proprio al suo accento straniero. In questa versione la storia diventa un melodramma solido e coinvolgente ma che mette da parte quasi del tutto i risvolti morali e teologici del romanzo di Wilder.
Nel 1944, al momento della seconda trasposizione, il romanzo era ancora un titolo ben conosciuto fra il grande pubblico, se è vero che per il ruolo della marchesa viene chiamata la star Alla Nazimova, attrice russa poi naturalizzata statunitense, nome leggendario della Hollywood e della Broadway anni venti e trenta. Qui la sua stella era in parte già tramontata, ma soprattutto è scarsamente assistita dalla regia piatta e inadeguata di Rowland V. Lee, veterano dalla filmografia già chilometrica scelto soprattutto per aver realizzato trasposizioni da Il conte di Montecristo e I tre moschettieri di ottimo successo. La scena madre del crollo del ponte è spettacolare e possiede appropriate suggestioni mistiche, ma nel complesso il romanzo di Wilder ne esce a dir poco sminuito.
Addirittura pessima è invece la versione più recente, quella del 2004 firmata da Mary McGuckian. A causa di una regia televisiva e di una sceneggiatura — scritta dalla stessa regista — molto superficiale, si scivola presto nel feuilleton, e nemmeno di classe, come può essere Les enfants du paradis di Carné, a cui assomiglia nella parte ambientata in teatro. La dicotomia fra la Chiesa potente ma ottusa dell’arcivescovo di Lima (Robert De Niro) e quella umile ma saggia rappresentata da frate Ginepro (Gabriel Byrne), non emerge quasi mai, e ancor meno quella fra caso e Provvidenza. E così finisce sprecato un cast stellare che comprende anche Harvey Keitel nei panni di zio Pio, Kathy Bates in quelli della marchesa e F. Murray Abraham in quelli del viceré del Perú.

di Emilio Ranzato

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18 agosto 2019

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