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Oblazione

· ​Alla vigilia della festa di san Benedetto ·

A «quel piccolo augusto libro dobbiamo rifarci e da esso ripartire per la ricostruzione morale e religiosa che urgentemente ci sollecita e di cui con ogni cura siamo debitori verso il mondo» diceva della Regola benedettina Giovanni Paolo II.

Nel controllare la posta elettronica vedo un messaggio proveniente dal nostro monastero e non posso non aprirlo immediatamente. Vi trovo una fotografia. Alcune novizie, i veli bianchi scomposti dal vento e improvvisati cappelli di paglia che le proteggono da un sole montano al quale non sono abituate, corrono in discesa verso il torrente lungo un piccolo sentiero.

I loro volti non si vedono, sono volutamente ritratte di spalle, ma se ne intuisce la vitalità e la giovinezza. Una libertà che il mondo non conosce, un sentiero in discesa che porta in alto, una gioia condivisa e profonda che sfugge a ogni sentimentalismo: l’immagine riassume pienamente quello che mia moglie e io, da dieci anni oblati benedettini di un monastero femminile, abbiamo trovato nella nostra famiglia monastica.

Spesso ci viene rivolta una domanda: cosa comporta l’essere oblati secolari benedettini, quali obblighi si hanno? La risposta è semplice: nessun obbligo. Leggere la Regola di san Benedetto seguendo le istruzioni della maestra degli oblati nel nostro cammino di preparazione all’oblazione è stata un’esperienza liberante e unica.

I 73 capitoli della Regola, ricchissimi di consigli pratici e intrisi di grande familiarità con il Signore, prendono per mano chi come noi li leggeva per la prima volta e danno inizio a una potatura salutare e mai terminata. Dal rumore all’ascolto, dal superfluo all’essenziale, dal giudizio alla misericordia: pian piano diventando oblati si scopre di essere bisognosi, di aver vicino una madre che porta a un padre e di avere una famiglia.

Cantato il Suscipe e deposto l’atto di oblazione firmato sull’altare del monastero, la vita solo in apparenza torna a scorrere come prima. In realtà si è come posati in un solco, quello della tradizione benedettina, nel quale ci si sente come un seme nella terra: la responsabilità è grande ma, accuditi dal santo padre Benedetto attraverso la Regola e i suoi figli e figlie, si sperimenta una gioia sobria e profonda e una libertà vera.

Ci sono state fatte pochissime domande e ci sono state date tutte le risposte delle quali avevamo bisogno, in ogni momento della vita. La discrezione che abbiamo vissuto è stata capace di creare un clima di confidenza e intimità che è esattamente l’opposto di quella dispersione invadente che spesso ci circonda nella vita di ogni giorno e che, come reazione, porta facilmente alla chiusura e all’ostilità.

L’amore al silenzio, la misericordia verso i fratelli, il clima di ascolto: il monastero è per gli oblati tutto questo ma è anche un luogo dove la realtà della vita, con i suoi dolori e le sue sofferenze, viene vissuta sino in fondo, senza finzioni ma nella luce di una grande speranza. «Leviamoci dunque, finalmente — scrive san Benedetto — poiché la Scrittura ci scuote dicendo: È ormai tempo di svegliarci dal sonno».

di Ferdinando Cancelli

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20 marzo 2019

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