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Obiettivo dignità

· ​A colloquio con don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Milano ·

Don Claudio Burgio con i ragazzi della comunità Kayrós

«Pensare che il carcere oggi possa restituire alla società persone trasformate o guarite dalle dipendenze, è un’illusione. In Italia parliamo tanto di giustizia riparativa e riconciliativa, ma purtroppo ci troviamo ancora in un regime di giustizia retributiva». Con queste parole don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile “Cesare Beccaria” di Milano, ha voluto segnare il suo ragionamento sulla funzione rieducativa del sistema penitenziario italiano e sull’effettiva possibilità che il detenuto, una volta libero, sia messo nelle migliori condizioni per reinserirsi nella società. L’occasione è stata un incontro della Scuola di formazione che si è tenuto recentemente a Montesilvano (Pescara), promosso dal Movimento studenti di Azione cattolica (Msac). «L’Osservatore Romano» ha voluto approfondire con lui questi temi, proprio per l’esperienza diretta che può vantare grazie al suo quotidiano contatto con giovani sicuramente complessi eppure potenzialmente in grado di essere restituiti alla propria dignità.

Quali prospettive intravede nell’attuale sistema penitenziario?

Sulla base della mia esperienza avverto una forte necessità di avviare un processo di cambiamento, perché sono proprio i giovani ad aver bisogno di una progettualità nuova. E invece, purtroppo, mi rendo conto che è molto difficile oggi progettare con una prospettiva moderna: servirebbe instaurare un’interazione con il terzo settore e con il privato sociale, stabilire una connessione con l’associazionismo, con volontari formati ad hoc e organizzare attività di tipo lavorativo.

L’obiettivo fondamentale è ciò che questi giovani detenuti faranno una volta usciti dal carcere: come aiutarli a reinserirsi nella società?

La detenzione minorile dura di solito meno di quella degli adulti, in genere coincide con la custodia cautelare. E, una volta all’esterno, questi ragazzi si ritrovano senza alcun collegamento con la realtà, quando invece potrebbe essere proprio il carcere a innescare quel circolo virtuoso che prepari al meglio i ragazzi alla vita normale che li attende fuori. Purtroppo, accade molto di rado, ma poi non è così impossibile.

Un esempio?

Nel carcere Beccaria una cooperativa specializzata in lavori di elettrotecnica ha aperto un laboratorio, a cui i ragazzi hanno risposto con grande interesse. La novità di questo esperimento è che i giovani possono essere assunti già durante la detenzione e poi continuare a lavorare come dipendenti, una volta tornati in libertà. Quanti ragazzi aiuteremmo a recuperare una vita normale e dignitosa fuori dal carcere, se esempi come questo fossero diffusi nelle altre strutture detentive del Paese?

Il fatto che si tratti quasi sempre di ragazzi molto complessi non esclude che possano reintegrarsi nella società...

Molto spesso i giovani commettono reati per una forma di protagonismo negativo, delinquono perché cercano di mettersi in evidenza rispetto ai loro coetanei, quasi volessero rivendicare una leadership basata solo su soldi e potere che devono conquistarsi con la violenza, l’arroganza e la forza. Se il carcere riuscisse a ribaltare questo protagonismo sbagliato in un protagonismo sano, si potrebbero ottenere ottimi risultati: penso al lavoro, alla scuola, alle attività culturali come il teatro e la musica, o anche itinerari alternativi come quelli previsti dalle comunità. Uno dei ragazzi che ho seguito più da vicino è oggi il testimone perfetto di quello che sto dicendo: entrato in carcere come rapinatore, ne è uscito come educatore della comunità Kayrós che ho fondato e che guido tuttora vicino a Milano. Un percorso bellissimo che ha avuto modo di raccontare lui stesso al sinodo sui giovani davanti al Papa.

di Valentino Maimone

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22 agosto 2019

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