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Obama si prepara a tassare le banche

· Per ridurre il deficit pubblico americano e per ridare fiducia ai mercati ·

Un tassa sugli istituti finanziari per ridurre il deficit pubblico americano e per ridare fiducia ai mercati sulle possibilità di ripresa. Nonostante il malcontento dell'opinione pubblica, che continua a criticare la copertura statale agli istituti «too big to fail», la Casa Bianca corre ai ripari e colpisce il cuore della finanza, il punto focale da dove, secondo molti, la crisi dei subprime è stata preparata per anni per poi esplodere nel 2008.

La notizia di una tassa sulle attività bancarie è stata diffusa da Bloomberg, che cita fonti governative. La nuova misura dovrebbe essere inserita nella finanziaria che verrà presentata il mese prossimo. Stando a indiscrezioni di stampa, la tassa non verrebbe applicata sulle transazioni finanziarie e nemmeno sui bonus. L'obiettivo principale della misura — come sottolinea il quotidiano «International Herald Tribune» — è quello di ridurre il deficit pubblico, anche se «i dettagli dell'operazione sono ancora sconosciuti».

Il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Robert Gibbs, non ha né confermato né smentito la notizia, ma ha dichiarato che «diverse volte il presidente Obama ha detto che bisogna restituire ai contribuenti tutti i soldi spesi per salvare il nostro sistema finanziario». E una delle possibilità, ha aggiunto, «è quella di tassare gli istituti di credito». Al 6 gennaio scorso, le aziende statunitensi, che hanno beneficiato del programma di incentivi fiscali Tarp ( Troubled Asset Relief Programme ) hanno restituito al Tesoro 122 miliardi di dollari su 205 miliardi ricevuti, secondo i dati diffusi dal Tesoro stesso. Annuncio, questo, giunto in contemporanea con un articolo del «New York Times» nel quale si afferma che le grandi banche di Wall Street si apprestano a versare pesanti bonus ai loro manager, nonostante gli appelli alla moderazione.

E, come notano in molti, non è un caso che la notizia della tassa sulle banche sia trapelata proprio questa settimana. Una settimana, infatti, che si preannuncia di fuoco per l'economia americana. A giorni saranno rese note le trimestrali e le cifre dei bonus dei banchieri, calcolati sugli stessi livelli del 2007, l'anno dei record che preannunciarono la crisi. Domani partono le audizioni della commissione di inchiesta parlamentare costituita per la ricerca dei fatti e dei responsabili della crisi. Ci saranno tutti i grandi nomi della finanza americana: dal segretario al Tesoro al capo di Goldman Sachs. Una commissione bipartisan, nominata dalla leadership di Camera e Senato, e formata da esperti e da politici non legati al Congresso.

Nel frattempo, l’agenzia di valutazione Moody’s ha reso noto che lo scenario macroeconomico globale più probabile per il 2010 e il 2011 sarà quello di una ripresa modesta. Francia, Giappone e Regno Unito cresceranno di circa il più 1-2 per cento, mentre la Germania dell'1,2-2,2. A guidare la volata sarà la Cina (più 8,5-9,5). Lo scenario dell’economia globale per il prossimo biennio, secondo Moody’s, è insomma di ripresa, ma non forte e comunque caratterizzata da disoccupazione e deficit di bilancio. Tale lento recupero sarà caratterizzato tra l’altro da ritmi non omogenei nelle varie aree. «Nella maggior parte delle economie avanzate, il recupero sarà fragile a causa di numerose turbolenze, in particolare quelle connesse alle sfide per il rischio sovrano», ha affermato Pierre Cailletau, direttore generale di Moody’s.

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