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Obama e la situazione in Vicino Oriente

· Washington continuerà a sostenere Israele ma non ignora le richieste dei palestinesi ·

«Gli Stati Uniti non abbandoneranno mai il loro sostegno a Israele», ma per giungere a una soluzione pacifica «non possono essere ignorate le richieste dei palestinesi». Il presidente americano, Barack Obama, descrive così l'attuale situazione in Vicino Oriente e le possibilità di un rilancio del dialogo dopo più di un anno di stallo. Nel corso di un intervento a Tampa, in Florida, Obama ha sottolineato che la Casa Bianca «sta lavorando per rafforzare le capacità delle due parti di tornare a parlarsi al tavolo dei negoziati».

Nel recente discorso sullo stato dell'Unione il presidente ha dedicato poco spazio alla politica internazionale (nove minuti su un totale di settanta) e ancora meno alla situazione in Israele e nei Territori palestinesi. Qualche settimana fa Obama ha ammesso che in poco più di un anno di presidenza la strada da percorrere si è rivelata più dura del previsto, riconoscendo che i suoi sforzi di rimettere in moto il processo di pace hanno conseguito finora pochi risultati. Sul tavolo, di concreto c'è solo una proposta negoziale — dicono fonti di stampa — un piano elaborato dalla Casa Bianca per arrivare a un accordo su tutti i principali punti del negoziato entro i prossimi due anni. Poche settimane fa, l'inviato speciale George Mitchell ha dichiarato che, se Israele non farà passi concreti nel congelamento degli insediamenti in Cisgiordania per far ripartire il processo di pace — i palestinesi chiedono un blocco totale delle costruzioni — Washington potrebbe «in base alle leggi nazionali ritirare il sostegno sulle garanzie e sui prestiti».

I giudizi degli analisti si moltiplicano. Nel mondo arabo molti pensano che Obama abbia deluso le aspettative suscitate dal discorso del Cairo. Secondo altri, invece, è ancora presto per dare una vera valutazione. Altri ancora sottolineano che, fino ad oggi, altre priorità di politica interna ed estera hanno gradualmente fatto scivolare la questione israelopalestinese in secondo piano. Mentre la crisi economica e la riforma sanitaria mettevano a dura prova i democratici al Congresso, il conflitto in Afghanistan e in Pakistan, la situazione in Iran, in Iraq, in Yemen e i rapporti con le grandi potenze come Russia e Cina hanno  tolto  vigore  allo  slancio  diplomatico statunitense in Vicino Oriente.

E sul terreno la situazione non sembra affatto migliorare. L’esercito israeliano ha arrestato ieri Mohammad Kathib, uno dei principali esponenti del comitato palestinese che organizza proteste contro la barriera di separazione a Bilin, un villaggio a nord di Ramallah. A riferirlo sono fonti locali palestinesi secondo le quali i militari sono entrati in piena notte nell’abitazione dell’uomo per arrestarlo e avrebbero inoltre sequestrato alcuni documenti relativi alle proteste settimanali contro la barriera, costruita nel territorio della Cisgiordania e dichiarata illegale da una sentenza della Corte internazionale dell’Onu. L’uomo — riferiscono fonti di stampa — è accusato dalle autorità militari israeliane di «istigare la popolazione a comportamenti che minacciano l’ordine pubblico».

Questo tipo di fermi sta diventando «molto frequente», ha detto Yiad Burnat, membro del comitato di Bilin, commentando l’accaduto. Negli ultimi sei mesi — ha aggiunto — i militari hanno fermato almeno trentacinque persone, in parte poi rilasciate.

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