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Obama e il fortino dei manager

· Lo scontro sui bonus ·

Più bonus, più rischi: l'equazione non è difficile, e a Wall Street ne sanno qualcosa. Ma il risultato è letale. Il rischio selvaggio incentiva la speculazione, mina la fiducia e distrugge le basi del sistema finanziario. Un copione già andato in scena e di cui le autorità a Washington vogliono evitare repliche inattese. Per questo la Fdic ( Federal Deposit Insurance Corp ) ha presentato un progetto di legge che impone ai maggiori istituti di differire per un periodo di tre anni l'incasso di almeno il cinquanta per cento dei bonus annuali. Secondo l'autorità di controllo statunitense, il rinvio temporale potrebbe creare meno tensioni e ridurre l'impatto di scelte sbagliate, garantendo un legame tra retribuzioni e performance delle società. Nessuno sa quali saranno le prossime contromosse della finanza, ma l'Amministrazione Obama ha già lanciato l'attacco al fortino dorato dei grandi gruppi.

Non è un mistero che, passata la bufera della crisi, il gotha di Wall Street sia tornato alle vecchie abitudini in fatto di retribuzioni. I dati non mentono: le prime 25 società quotate al New York Stock Exchange, buona parte delle quali salvate dall'intervento pubblico, si preparano a stanziare circa 135 miliardi ai propri manager. Nel 2011 Lloyd Blankfein, l'amministratore delegato di Goldman Sachs, incasserà 13,2 milioni di dollari tra bonus e stipendio «ordinario», mentre James Dimon di Jp Morgan Chase riceverà più di 17,5 milioni. Oltre sette miliardi finiranno nella busta paga di James Gorman, amministratore delegato di Morgan Stanley. E Brian Moynihan di Bank of America dovrebbe riceverne una decina. In Citigroup quindici top executive si spartiranno cinquanta milioni di premi in azioni, mentre in Morgan Stanley la torta comprenderà 32 milioni in titoli.

Una situazione molto più difficile è quella della Gran Bretagna. Al principale manager della Barclays, Robert Diamond, potrebbe arrivare un compenso da 14,5 milioni di dollari, secondo le indiscrezioni riportate dal «Wall Street Journal». La banca comunicherà i propri conti trimestrali il prossimo 15 febbraio. Nel 2010 il bonus medio dei dipendenti bancari della City si è assestato su circa 84.000 sterline (135.000 dollari), il cinque per cento in più rispetto all'anno precedente. Il vero problema è che la politica e la finanza non riescono a trovare un accordo. Le posizioni sono molto diverse, anche all'interno della stessa coalizione al potere. Squadre di banchieri stanno cercando un compromesso sostenibile per realizzare quello che viene definito «progetto Merlino», che prevede un impegno delle banche ad aprire i rubinetti del credito per le piccole e medie imprese in cambio di una certa flessibilità sul fronte dei bonus. La Hsbc è meno disposta a scendere a patti e ha già minacciato di trasferire il proprio quartier generale all'estero, se le condizioni a Londra dovessero peggiorare. Altri istituti, come Standard Chartered, hanno boicottato i colloqui. Ogni tetto imposto sui bonus, secondo Hsbc e Standard, danneggia le banche che non sono più in grado di competere e reclutare i migliori talenti sul mercato. Caso molto diverso è quello di Lloyds e Rbs, perché il loro azionista di riferimento è il Tesoro. Anche per questo le voci su presunti pagamenti di bonus per un miliardo di sterline a Rbs hanno acuito la polemica.

La partita dei bonus, sulle due sponde dell’Atlantico, sembra essere soltanto all’inizio. Un recente articolo del «New York Times» ha reso noto che negli ultimi mesi il metodo dei supercompensi è stato addirittura perfezionato, con raffinate pratiche messe a punto per evitare le perdite e, in ceri casi, addirittura guadagnare. Il quotidiano della Grande Mela spiega che oltre un terzo dei partner di Goldman Sachs ha usato particolari strategie di copertura fra il luglio 2007 e il novembre 2010 al fine di proteggere il loro portafoglio quando le azioni della banca erano molto volatili. «In alcuni casi i manager hanno salvato milioni di dollari» scrive il giornale. «Un importante banchiere di Goldman ha evitato sette milioni di dollari di perdite in quattro mesi — aggiunge — e queste transazioni sono al centro di un dibattito per capire se ai manager dovrebbe essere consentito di coprire le loro azioni». Il vero problema — spiegano gli esperti — è che in futuro, servendosi di accurate strategie di copertura, gli operatori di borsa e i grandi gruppi potrebbero facilmente inventare nuove strategie e rompere ogni legame tra i compensi e la performance delle società.

Le autorità non stanno a guardare: l'applicazione della riforma finanziaria, voluta dal presidente Obama e che punta su una maggior distinzione tra banche d'investimento e banche commerciali, dovrebbe iniziare a far sentire i suoi effetti già nei prossimi mesi. «E il Financial Stability Board preme — scrive il “New York Times” — affinché ai dipendenti degli istituti venga limitato l'utilizzo di pratiche finanziarie nocive; anche la Federal Reserve sta esaminando i casi uno per uno».

La partita, tuttavia, si sta rivelando molto più complessa del previsto. In realtà, oltre la «guerra» tra banche e autorità di controllo, è in atto uno scontro ben più serio all’interno della politica americana.

Lo ha fatto capire anche Ben Bernanke, presidente della Fed, che nell'intervento di venerdì scorso, pur dipingendo un quadro sostanzialmente positivo dell'economia, ha lanciato due avvertimenti: i livelli di occupazione sono ancora troppo bassi per poter parlare di vera ripresa e occorre intervenire per contenere il deficit. Ma è proprio su quest'ultimo punto che repubblicani e democratici non riescono a trovare un'intesa al Congresso. I primi vogliono più tagli alla spesa pubblica e rigore nei conti, mentre i secondi puntano su un mix di tasse e tagli, ma senza compromettere gli investimenti su innovazione, istruzioni, lotta al riscaldamento globale e infrastrutture.

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