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Oasi di pace

· ​Il ruolo del cristiano in un mondo segnato dall'odio ·

«La pace è per il mondo quello che il lievito è per la pasta». Questa bella comparazione del Talmud, il testo che raccoglie l’eredità spirituale e culturale della tradizione giudaica, può idealmente introdurci nella settima beatitudine dedicata agli eironopoioí, gli artefici, gli operatori, i costruttori dell’eiréne, la «pace». È curioso notare che questo aggettivo sostantivato risuona soltanto qui in tutto il Nuovo Testamento, così come accade per il verbo che lo genera, eirenopoieîn, «costruire, edificare la pace», applicato solo all’opera di redenzione di Cristo nell’inno che apre la Lettera di Paolo ai Colossesi (1, 20), mentre il vocabolo eiréne appare ben 99 volte, così come il famoso equivalente ebraico shalôm echeggia 245 volte nell’Antico Testamento. 

Carlo Heinrich Bloch «Il discorso della montagna» (xix secolo)

Il cristiano dovrebbe essere come un’oasi di pace in un mondo striato dal sangue dell’odio e della guerra. È ciò che rappresentavano, ad esempio, i monaci martiri di Tibhirine in Algeria secondo la testimonianza di una musulmana nel film Uomini di Dio (2010) di Xavier Beauvois: «Noi siamo gli uccelli, voi i rami sui quali riposiamo in pace». Infatti, come scriveva san Paolo ai cristiani di Roma, «il Regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Romani 14, 17). E anche per l’antica tradizione giudaica erano tre le vie che conducono al Regno di Dio: «Onorare il padre e la madre, praticare la misericordia e riportare la pace tra un uomo e il suo prossimo» (Mishnah, Pe’a 1, 1).
Purtroppo, però, la storia umana è segnata costantemente dal sangue di guerre e di violenze e la Bibbia, che è la rivelazione di Dio nella storia e sulla storia, non può non essere attraversata dalle battaglie e dalle ingiustizie: almeno seicento passi evocano guerre e uccisioni e oltre mille descrivono l’ira divina giudicatrice sul male perpetrato dall’umanità. Eppure il progetto divino, descritto nel capitolo 2 della Genesi, comprendeva una triplice e perfetta armonia dell’uomo con Dio, con la natura e col proprio simile (la donna).
Anzi, la meta verso cui converge l’intero itinerario della storia è, per la Bibbia, la pace messianica, lo shalôm (in arabo salam), l’eiréne neotestamentaria. La concezione dello shalôm è poliedrica, perché il vocabolo nella sua radice suppone qualcosa di «compiuto, perfetto» e, allora, la pace biblica comprende non solo l’assenza della guerra ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Come diceva il Salmo 85, 11 «giustizia e pace si baceranno», mentre il filosofo ebreo olandese Baruc Spinoza nel suo Trattato telogico-politico (1670) affermava giustamente che «la pace non è assenza di guerra soltanto, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia».
Emblematica in questo senso è la proclamazione angelica del Natale di Gesù: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luca 2, 14). Terra e cielo sono uniti in un’armonia d’amore, come aveva annunziato Isaia in quell’affresco in cui gli animali tra loro ostili si sarebbero rappacificati con l’arrivo del re-Emmanuele messianico (11, 6-8). Il volere della parola di Dio è, infatti, che tutti i popoli abbiano a «forgiare le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e che un popolo non alzi più la spada contro un altro popolo e non si esercitino più nell’arte della guerra» (Isaia 2, 4). Il re messianico per primo è colui che fa sparire carri e cavalleria, infrange l’arco di guerra e «annunzia pace a tutte le genti» (Zaccaria 9, 10).
È significativo registrare un dato biblico costante: il nome simbolico di Dio, del Messia e di Cristo è proprio «pace», per cui si intuisce che questa realtà è per eccellenza dono divino, essendo qualità personale di Dio, che la irradia sull’umanità. Infatti la definizione che una delle guide d’Israele durante il periodo dei Giudici, Gedeone, impone all’altare da lui eretto è proprio Jhwh-shalóm, «il Signore è pace» (Giudici 6, 24) e Isaia chiama il Signore con l’equivalente ebraico del termine greco eironopoiós usato dalla nostra beatitudine: egli è ’aseh shalôm, «operatore, artefice, costruttore di pace» (Isaia 45, 7). Attraverso la benedizione dei sacerdoti egli irradia la pace sul popolo: «Il Signore rivolga su te il suo volto e ti conceda pace» (Numeri 6, 26). Una pace che si effonde su tutto l’orizzonte umano, a partire da coloro che sono destinatari di una beatitudine evangelica, i sofferenti, per allargarsi a tutti i popoli della terra: «A quanti sono afflitti io pongo sulle loro labbra: Pace! Pace ai lontani e ai vicini!» (Isaia 57, 18-19).
Anche il Messia ha come titolo «Principe della pace» (Isaia 9, 5) ed è per questo, come si diceva, che il suo avvento vede la nascita di un mondo pacificato e armonico. In esso si attua quel progetto che il Creatore aveva in mente al momento della creazione e che è descritto simbolicamente nel «paradiso» primordiale (Genesi 2). La libertà umana ha sfregiato e infranto questo disegno di armonie tra lo stesso Dio e l’umanità, tra l’uomo e la donna, tra le creature umane e il mondo. Il Messia è colui che ripropone questo progetto, restaurando le rovine della storia in un disegno finale escatologico. È ciò che il Nuovo Testamento vede instaurarsi nel Regno di Dio annunciato da Gesù.

di Gianfranco Ravasi

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22 maggio 2019

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