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Luoghi d’incontro
tra le religioni

· Nelle fotografie di Monika Bulaj ·

Da sempre la religiosità popolare cattura l’attenzione dei fotografi. Che si tratti di documentare le credenze di un popolo o una sola fede, oppure di raccontare l’esperienza dell’uomo alla ricerca del trascendente ovunque nel mondo, intrecciando cammini ed esperienze, il risultato è quasi sempre affascinante. Percorrere le vie del sacro — che non di rado sconfinano nel profano o si fondono dando vita a un suggestivo sincretismo — è infatti un’esperienza che segna nel profondo. Il confronto con il mistero, che si creda o no, lascia comunque qualcosa dentro, perché in ciascuno è presente più o meno latente una domanda di infinito.
Lo sa bene Monika Bulaj, reporter e documentarista polacca collaboratrice di prestigiose testate internazionali, che ha percorso alcune di quelle vie che avvicinano l’uomo a Dio, privilegiando le meno battute, giungendo anche laddove la fede è vissuta come uno stigma e diventa purtroppo occasione di odio talora sino alla persecuzione.

 «Bambini albanesi studiano il Corano nella moschea Sinan Pasha a Prizren Si narra che l’edificio sia stato costruito utilizzando le pietre dell’antico monastero dei Santi Arcangeli in rovina» (© Monika Bulaj)

Il risultato è il libro Where Gods Whisper (Roma, Contrasto, 2017, pagine 247, euro 45) — che nell’allegato opuscolo con i testi in italiano è tradotto con “Dove gli dei si parlano” — nel quale l’autrice dà conto di una serie di viaggi sulle tracce delle “genti di Dio”, dagli ortodossi greci e russi agli sciiti, dalla chiesa etiope al sufismo, dagli ebrei di montagna ai cattolici italiani o polacchi, lungo i confini dei monoteismi e oltre. Un’opera quasi naturale per una fotografa che da sempre rivolge la sua attenzione alle minoranze etniche e religiose, popoli nomadi, migranti, intoccabili, diseredati nei diversi continenti.
E come in altre circostanze, Bulaj non si limita alle immagini, per la quasi totalità in bianco e nero. Queste infatti sono accompagnate da testi che raccontano i luoghi e i momenti in cui sono state scattate; circostanze in cui «il sacro rompe i confini. Luoghi, momenti, atmosfere in cui i Popoli del Libro — scrive la fotoreporter — rivelano l’appartenenza a una stessa famiglia umana».
Pagina dopo pagina, tra monasteri e moschee, sinagoghe e altri templi, si segue il mistero della devozione popolare, la manifestazione di fede espressa da mistici e poeti, santi e analfabeti. Costumi, danze, sfioramento di corpi, carezze alle reliquie, infinite ripetizioni di gesti antichi pregni di significati, cantilene, sgranare di rosari: tra sorprendenti analogie, tutto dà conto della ricerca del divino e della bellezza sottesa a ogni rituale. Una bellezza che scavalca gli steccati eretti dalla storia.
Si viaggia tra le acque sante dei Caraibi, le rocce nere dell’Atlante, i pali cosmici dell’Afghanistan, le case degli zaddiq, le grotte dei santoni, i sentieri dei malang, le tende degli sciamani, le grotte del Libano e del Kurdistan iracheno, le valli nascoste del Caucaso, i bracci del delta del Danubio e le sponde del fiume Grajacarek in Polonia. «Luoghi dove da secoli — annota Bulaj — si preservano parole trasmesse di bocca in bocca, e con esse il sapere delle origini, le metafore delle iniziazioni e delle trasformazioni, le ricette per la sopravvivenza. Luoghi “ripuliti” con le bombe, “chiusi” dopo l’ennesima strage di innocenti». Luoghi di culto, di preghiera, di spiritualità, di santità, dunque, che nonostante siano spesso assediati da fanatismi armati, «talvolta inaspettatamente e dolorosamente disvelano una verità comune sulle cose», contraddicendo quel conflitto di civiltà suggerito da alcuni.
L’autrice, già apprezzata per il libro Nur. La luce nascosta dell’Afghanistan (Electa, 2013), sembra dirci che i luoghi, se sono sacri, lo sono per tutti. Allo stesso modo il santo, se è tale, lo è per tutti. Per questo, con discrezione e rispetto, le immagini vanno alla scoperta delle oasi d’incontro tra le fedi, di quelle zone franche in cui ebrei, musulmani e cristiani pregano vicini; terre millenarie, scomode ai predicatori dell’odio, dove si mangiano le stesse pietanze, talora si intonano gli stessi canti e si compiono gesti simili.
Luoghi in cui la catena delle vendette si spezza, restituendo così quella sapienza antica che risiede nella contaminazione: i riti dionisiaci dei musulmani del Magreb, il pianto dei morti nei Balcani, i pellegrinaggi nel fango degli Urali, l’evocazione degli dei in esilio oltremare ad Haiti e Cuba, sulla rotta degli “scafisti” di un tempo.

Where Gods Whisper , nelle librerie dal 7 settembre, mostra tutta la sensibilità dell’autrice, la sua attenzione all’alterità tipica dell’antropologa, così come l’istinto della testimonianza che è del cronista, nonché il gusto del racconto scritto. Non a caso Monika Bulaj nel pomeriggio di sabato 9 settembre sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova, presso il teatro Bibiena, dove racconterà con una performance di parole e immagini questa sua ultima fatica. Che sembra averla segnata più di altre. «Questo lavoro — scrive infatti — è cambiato negli anni. All’inizio documentavo piccole e grandi religioni all’ombra di guerre antiche e recenti, e sulle loro ceneri. Poi, a un certo punto, sono state le mie immagini a cercarmi, a parlare da sole. Ora quello che faccio è una cosa semplice, quasi infantile: raccolgo schegge di un grande specchio rotto, miliardi di schegge, frammenti incoerenti, atomi, forse mattoni della torre di Babele. Forse questo può fare il fotografo, raccogliere tessere di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è, o forse c’era e si è perduta. Come la lingua di Adamo».

di Gaetano Vallini

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20 ottobre 2019

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